Go down

Questa è l’introduzione al volume 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐟𝐥â𝐧𝐞𝐫𝐢𝐞 edito da Rubbettino nel 2024. Nel 2026 ho invece pubblicato “Viaggiatori e turisti”, concludendo così la trilogia sul tema iniziata nel 2020 con il libro “In viaggio. Una vita da flâneur”, sempre per la stessa casa editrice.


Una delle domande che spesso mi fanno le persone che mi sentono parlare di viaggi è:” Ma quante nazioni diverse hai visitato?”. La cosa mi fa sempre un po’ sorridere. Rispondo da tempo “un’ottantina circa”, così, anche un po’ a caso. Certo, ho viaggiato molto nella mia vita, ma sapere in quante nazioni non è immediato. Anche perché per contare, ce lo insegnavano già alle scuole elementari le solerti maestre, c’è sempre bisogno di metodo, oltre che di una unità di misura. “Non si possono sommare le mele e le pere” era una delle frasi che diceva spesso la mia, di maestra, che credo di ricordare si chiamasse Benedetta. Era una donna molto paziente con noi bimbi dal moto esuberante dell’inizio della seconda metà del secolo scorso. La storia delle mele e delle pere che sono diverse e quindi non si potevano sommare mi torna spesso in mente quando si parla di viaggi, di nazioni e di posti in cui si è stati. E gli interrogativi potrebbero essere tanti, e anche di natura diversa fra loro. Per esempio: sono stato a Praga quando era in Cecoslovacchia, che oggi non c’è più (la Cecoslovacchia, perché Praga invece è sempre lì, bellissima. Ci sono tornato non molto tempo fa per un convegno). Quindi, ai fini dei conteggi, sono stato dove? In una nazione, in Cechia? In due, quelle che si sono formate dopo la divisione, considerando anche la Slovacchia, perché quando ci sono andato la prima volta si chiamava così? In nessuna, perché la Cecoslovacchia non esiste più?

Continuo a pensare. Quando sono andato in Sudafrica, ho scelto un volo diretto da Londra. Se invece avessi scelto di fare uno scalo a Mombasa, nel viaggio aereo verso Città del Capo, un lungo scalo di otto ore, trascorso in aeroporto smangiucchiando qualcosa e trascinando il trolley da un divano a un duty free shop in attesa dell’imbarco successivo, potrei inserire il Kenya fra le nazioni in cui sono stato? O vale solo se si superano i controlli? Oppure, nel caso di una vacanza di una settimana in un resort all inclusive nel remoto atollo di Felidhoo, che fa parte di Vaavu, un posto talmente bello che non sono mai uscito dal recinto se non per tuffarmi nel mare, posso dire di essere stato nelle Maldive? Sì, perché ho il timbro sul passaporto? E allora, seguendo la stessa logica, non sarei mai stato in Islanda se il metro è quello, anche se quasi sono stato inondato da un getto di geyser che stavo fotografando? E posso dire che sono stato in eSwatini (che però allora si chiamava Swaziland) perché ho postato su Instagram una foto fatta in volo dal finestrino dell’aereo? Insomma, trovare un accordo soddisfacente per tutti, in qualche modo univoco, su cosa voglia dire essere stati in un determinato posto non è così semplice. Diciamo che i criteri possono essere tanti, ciascuno volendo può costruire la propria personale modalità di conteggio da far poi valere in una società votata all’apparenza, all’esibizionismo e all’accumulazione che chiederà presto di quantificare anche il numero di respiri quotidiani.

Sorrido un po’ quando leggo di ragazzini che – fortunati loro, per la vita che possono fare, a prescindere – a sette/otto anni vengono esibiti come precoci primatisti per essere già stati in tutte le nazioni del mondo. Cosa significa? Che i loro genitori li hanno sballottolati a destra e sinistra, una corsa di là e mezzo piede di qua, un pomeriggio lì e due ore e mezzo qui, in una gara di corsa verso inutili record insignificanti? A che pro? No, non mi interessano i record. Non credo, anzi, che si debba viaggiare pensando a collezionare record. Per quanto mi riguarda, viaggiare vuol dire altro. Per come la vedo, posso dire che sono stato in un posto quando l’ho pensato, ho studiato alternative diverse per raggiungerlo, ho mangiato cibo locale, ho dialogato con persone del posto, ho imparato qualche parola della lingua, usato la moneta del posto per comprare qualcosa in un mercato, andato via con qualcosa che non sapevo prima ed ho imparato stando lì.

Ecco. Questo è per me essere stati in un posto. Ci aggiungiamo un piccolo vezzo? Ho bevuto un caffè. No, non ho scritto un espresso, magari lungamente cercato in un bar di origini italiane. Ho scritto caffè. Quello che usualmente si beve in quel posto. Per questo, a un certo punto, mi fanno sorridere i conteggi. Perché li trovo inadeguati alle mie esigenze di viaggiatore. Fra l’altro, se volete c’è poi da fare un altro discorso, che è quello che in alcuni posti non ci andrei mai, non solo per non rischiare di finanziare dittature che disapprovo, quanto perché in cambio, ai viaggiatori, restituiscono realtà false, costruite ad hoc, e prive di qualsiasi verità sociale. Finzioni, che non fanno parte dei miei interessi di viaggiatore.

Questo volume, il mio terzo sul tema dei viaggi dopo “In viaggio. Una vita da flâneur” e “42 appunti di Sociologia visuale” (quest’ultimo scritto a quattro mani con Umberto Pagano), riprende una particolare modalità di raccontare esperienze in giro per il mondo pur se in un approccio leggermente differente rispetto ai primi due. Se nel primo, infatti, ho riportato molte storie di viaggio in tutto il mondo e nel secondo abbiamo invece scelto di far “parlare” le foto come momento iconico di alcuni momenti importanti nella vita dei viaggiatori, in questo terzo ad alcuni nuovi reportage ho aggiunto, fra un viaggio e un altro, alcuni intermezzi. Un modo diverso di parlare del significato sociale del viaggio a tutto tondo, nelle sue mille possibili sfumature dense di significati e significanti di volta in volta esplicitati. Fermo restando che, nel mio approccio al viaggio, è la flânerie a rappresentare la modalità che più mi aggrada. Una modalità che si può vivere con la forza della contemplazione, con una determinazione verso l’inattività che mi sembra sempre di più l’unica risposta possibile ad una richiesta di performance e di velocità che pervadono tutte le nostre vite, anche non lavorative.

L’inattività e la contemplazione, il girovagare senza scopo (se non quello di contemplare, inattivamente), mi sembrano le uniche risposte possibili alla performance. Se rappresentassimo le possibili modalità di viaggio lungo un ipotetico asse, la flânerie starebbe su un estremo: su quello opposto, probabilmente, troveremmo le crociere e i viaggi mordiefuggi in Europa degli asiatici dell’estremo Oriente, sette giorni cinque nazioni mille palazzi un milione di foto. La velocità (facilitata) che rende il viaggio performante, contro la lentezza contemplativa non finalizzata. Collezionismo di posti e luoghi buoni da vivere un istante e superare l’attimo successivo contro lentezza inattiva rigenerante non finalizzata. La flânerie non porta all’inazione: è essa stessa inazione, estraniamento totale dai fini pur vivendo intensamente ogni attimo, ogni luogo, ogni incontro. Finta curiosità istagrammabile da un lato, voglia di rigenerazione solitaria dall’altro. Aveva ragione un grande viaggiatore come Ryszard Kapuścinki quando, raccontando il proprio errare rievocando la lettura di Erodoto, commenta che l’uomo comune, oggi, non è particolarmente curioso, e fa di tutto per fare le cose con il minimo sforzo. Ma conoscere il mondo è un’operazione che costa fatica, richiede un grande sforzo che rischia di prosciugare tutte le energie disponibili.

Uno sforzo nobile e necessario, che ha però ricadute decisive per tutti, in ogni caso. Perché viaggiare da flâneur o da flâneuse ci fa vivere luoghi e persone, ci da la possibilità di costruire storie di viaggio da rievocare e raccontare. Ci mette a contatto con miti e leggende, in un percorso di conoscenza condiviso con luoghi e persone che incontriamo. Ed è proprio il raccontare storie quello che ci differenzia dalle altre specie viventi, rendendoci umani: la loro condivisione rafforza il progetto di essere comunità, l’unico possibile per essere realmente donne e uomini del mondo.

 (Introduzione a: Cleto Corposanto, Storie di straordinaria flânerie, Rubbettino editore, 2024)

Pubblicato il 07 ottobre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer