Si, anch’io sono tra quelli che ha visto Temptation Island, del resto mi intrattiene più il trash consapevole di quello involontario. Ora che è finito Temptation dovrò tornare alla politica internazionale e italiana, spettacolo molto più penoso e sicuramente non divertente, dovrò tornare al dissing tra Renzi e Vannacci. Almeno Temptation dura un mese e poi ci si vede l’anno prossimo, qui fine pena mai.
In queste serate estive tentatori e fidanzante ho notato, a parte la delizia dei dialoghi proposti, qualcosa che i fini intellettuali che pretendono di capire e spiegare società e elettorato dovrebbe vedersi per farsi un’idea dello zeitgeist attuale, che in ogni puntata di Temptation Island, c’è un momento che si ripete identico come un rito: il falò.
Per chi non lo sapesse, un partecipante siede davanti a uno schermo e guarda il proprio fidanzato — o la propria fidanzata — comportarsi in sua assenza altrove, concupito da prestanti single prezzolati. “Mettersi in gioco” la parafrasi con cui vengono chiamate solitamente le pruriginose attenzioni e palpatine riservate ai single di turno. Intorno, telecamere, un facilitatore di dialoghi spesso impossibili da comprendere e, dall’altra parte dello schermo, milioni di spettatori che osservano l’osservatore mentre osserva. E alla fine di interminabili falò una domanda, secca, che condensa settimane di riprese in un verdetto: restare o lasciarsi.
Ciò che colpisce, in queste scene, non è il dramma sentimentale — vecchio quanto il mondo, e spesso viene da chiedersi se “sentimentale” sia l’aggettivo più appropriato. Quello che mi colpisce è che un legame affettivo, o almeno il suo simulacro, con tutto ciò che di irriducibile contiene — la memoria condivisa, l’abitudine, il desiderio, il conflitto, la tenerezza —, viene preso e tradotto: convertito in qualcosa che si può testare, osservare e infine giudicare. La relazione entra nel villaggio di TI come esperienza vissuta ed esce come performance con esito misurabile.
Passa, cioè, dallo stato di cosa sentita allo stato di contenuto valutabile. Le parole spesso più usate infatti dai concorrenti per giustificare i loro spesso discutibili comportamenti sono infatti“mancanza” e “privazione”…rispetto a una prestazione attesa, dove l’altro visto come performer che ha il suo senso di stare in base alla qualità della sua performance. Privazione, concependo il rapporto come qualcosa che toglie opportunità e non che arrichisce. In un questo contesto artificioso in cui si muovono single prezzolati, in cui il massimo pensiero è che costume da bagno indossare, è facilmente comprensibile come la relazione, percepita in termini di possesso e privazione, possa essere dimenticata e crollare. Ironico come tutto questo venga proposto come “un viaggio nei sentimenti” anche se sono quasi certo che nessuno lo intenda come tale, ma sia piuttosto rispecchi la passione voyeuristica per le vite degli altri che attraversa da sempre l’animo umano.
La spettacolarizzazione del falò, al di là dell’artificialità del contesto, è solo la forma più nitida e televisiva di un’operazione che attraversa oggi molti aspetti della nostra vita, e che quasi sempre resta invisibile perché non ha telecamere puntate addosso. Il ragazzo/a che misura il proprio volto su una scala di proporzioni nel silenzio della sua stanza compie la stessa operazione sul proprio corpo. L’utente che controlla ogni mattina il proprio contatore di follower la compie sulla propria reputazione. In tutti questi casi qualcosa di interiore e complesso viene convertito in un dato esterno, esposto a uno sguardo, collocato in una classifica — e con ciò sottoposto, silenziosamente, a un’unica domanda:
quanto valgo agli occhi di chi guarda?
Non è una domanda nuova — gli esseri umani si sono sempre curati della reputazione, dell’onore, del giudizio della comunità. Ciò che è nuovo è la forma che questa domanda ha assunto: la trasformazione ossessivadel sé in qualcosa di misurabile, di classificabile secondo scale, punteggi, metriche osservabili e comparabili con quelle degli altri.
La cultura contemporanea ha sviluppato una tendenza pervasiva a trattare il sé — il corpo, i sentimenti, le relazioni, l’identità — come contenuto valutabile, ovvero come materiale che esiste per essere osservato, misurato e giudicato da un pubblico. Non si tratta semplicemente di vanità o di narcisismo individuale, categorie psicologiche che rischiano di spostare la responsabilità sul singolo. Si tratta piuttosto di una condizione strutturale, prodotta dall’incontro tra alcune dinamiche antiche della socialità umana e l’infrastruttura tecnica ed economica dell’attenzione digitale. Ovviamente tutto questo non accade nel nulla, ma è parte di un più ampio movimento che ha è già stato indagato e pure concettualizzato nel tempo.
Per dare una cornice teorica al fenomeno partiamo da Erving Goffman, nel suo studio classico sulla vita quotidiana come rappresentazione, propone l’idea che l’interazione sociale funzioni come un teatro: distinguiamo un palcoscenico, dove ci mostriamo agli altri gestendo l’impressione che diamo, e un retroscena, dove possiamo lasciar cadere la maschera. La socialità umana, per Goffman, è sempre stata in parte performativa: presentiamo versioni curate di noi stessi a seconda del pubblico. La performance del sé non è un’invenzione digitale: gestiamo impressioni da sempre, Pirandello docet. Tuttavia oggi se sulla parte rappresentativa del sé non serve nemmeno dilungarsi la parte interessante è, purtroppo, un’altra. Nel modello di Goffman esisteva un retroscena, uno spazio sottratto allo sguardo, dove il sé poteva riposare dalla rappresentazione. Oggi ci si chiede se questo retroscena ancora esista, o comunque è chiara la tendenza ad abolire il retroscena, o meglio a trasformarlo esso stesso in palcoscenico. Quando ogni momento è potenzialmente osservabile, quando lo sguardo esterno è totalmente interiorizzato, la maschera non si può più togliere, la sola possibilità di toglierla diventa spaventosa e impossibile.
Questo tipo di riflessione si collega al pensiero di Michel Foucault sul panottico — il dispositivo carcerario (metafora attualissima della nostra situazione odierna?) in cui il detenuto, potendo essere osservato in ogni momento senza sapere quando lo è davvero, finisce per sorvegliare se stesso. Il punto di Foucault non è la sorveglianza in sé, ma la sua interiorizzazione: il soggetto assume su di sé lo sguardo del sorvegliante e si disciplina da solo. Come cantano i Vintage Violence “non avrà più senso minacciare l’inferno perché la censura verrà dall’interno”
Il dramma di tutto questo è che chi valuta continuamente il proprio sémrispetto a una scala non ha più bisogno che qualcuno lo osservi: ha interiorizzato lo sguardo valutante e lo esercita su di sé. Il pubblico non deve essere presente, perché è onnipresente. Questa è una differenza importante rispetto al panottico originario: qui la sorveglianza non è imposta ma abbracciata, vissuta come cura di sé, come miglioramento. Ma prendersi cura di sé è una pratica sana, che amplia la vita; sentirsi contenuto valutabile invece patologicamente la restringe, generando disagio e limitando il funzionamento. Non è la pratica in sé a fare la differenza, ma il suo effetto sulla vita di chi la compie.
Infine, ma non meno importante, il definitivo tassello che sostiene la teoria è economico. In un ambiente dove l’attenzione è la risorsa scarsa e monetizzabile, tutto ciò che cattura sguardi acquista valore di mercato. Il sé esposto, misurato, messo in classifica è particolarmente efficace nel catturare attenzione, perché attiva meccanismi antichi — la comparazione sociale, la curiosità per il giudizio altrui, l’identificazione. Ne consegue che esiste un incentivo economico strutturale a trasformare il sé in contenuto: non è solo una tendenza culturale, è un modello di business.
Questa dimensione economica è ciò che tiene insieme i pezzi.
Non stiamo parlando di una deriva psicologica collettiva, ma di un ambiente progettato — da piattaforme, da produttori televisivi, da un ecosistema di creator e brand — perché la conversione del sé in contenuto valutabile sia redditizia. Secondo l’ecosistema di riferimento, è addirittura un comportamento funzionale. Peccato che senso, felicità, consapevolezza non si prestino a logiche economiche, risiedono nel campo dell’essere e non dell’avere o del rappresentare. Dovrebbero risiedere…ed proprio qui che nasce l’equivoco e il fraintendimento tossico.
La tentazione, di fronte a trasmissioni come Temptation Island o alla sovraesposizione social e mediatica, è duplice e opposta: lo scandalo moralistico che li condanna in blocco, o la scrollata di spalle che li liquida come irrilevanti. Ma entrambe le posizioni mancano il bersaglio perché il punto non è né scandalizzarsi né minimizzare, ma imparare a vedere il meccanismo — riconoscere quando un aspetto del sé sta venendo convertito in contenuto valutabile, chiedersi chi ha costruito la scala su cui ci si sta misurando, e a chi conviene che ci si misuri. Il pericolo di trasmissioni come Temptation è quella di essere vissute con eccessiva leggerezza e lette con pochi strumenti, mentre rappresentano un meccanismo ben più ampio, che propone a normalizzare relazioni disfunzionali e perpetuare un modello di continua esposizione, valutazione e spettacolarizzazione di ciò che dovrebbe essere intimo. Modello che finiamo, per esposizione continua, a interiorizzare.
Perché il primo passo per non essere interamente definiti da una metrica è accorgersi che quella metrica è stata costruita, che ha un’origine e un interesse, e che il valore di una persona — il suo corpo, i suoi legami, la sua vita interiore — eccede strutturalmente qualsiasi punteggio che pretenda di catturarlo.
Nella società della performance e della spettacolarizzazione esasperata dell’esperienza, è un passaggio quasi rivoluzionario.