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Il pensiero di Quinzio può contribuire alla lettura della crisi radicale del nostro tempo, alla luce di una capacità di esporsi al rischio, resistendo tenacemente al non-senso, e accogliendo la possibilità del fallimento della redenzione. Assumere il ritardo della salvezza significa vivere la fragilità umana restando consegnati all’attesa, sforzandoci di non smettere di tentare, nella speranza, a dare un senso al mondo.


Era appena finito l’inverno quando Sergio Quinzio si spense. La morte lo raggiunse, ponendo fine a una vita per molti versi sofferta, ma capace di guardare il dolore con una lucida crudezza che continua a parlarci. La sofferenza è strappata da Quinzio a ogni retorica magniloquente. Non c’è eroismo, non c’è premio, non c’è nobiltà nel dolore, ma orrore e squallore da accettare, “un’accettazione che è perfetta nell’angoscia e nella disperazione. La pacifica accettazione apriori è un autoinganno, perché è già lenimento, è incompatibile con il vedere lo spaventoso abisso della sofferenza e del nulla”[1].

Piangere insieme è il regno[2], scrive lapidariamente in uno dei suoi scritti più densi e fulminanti, La gola del leone (1980). Ogni convenzione è dissolta, ogni illusione consolatoria e irenica salta. Le vie per orientarsi verso l’orizzonte della liberazione finiscono così per tracciare un’ellisse di senso in cui vorticano idealità, speranze, dolore, un’ellisse che ha come fuochi – tanto paradossali quanto inaggirabili – il bisogno di salvezza e la disperazione.

È proprio questa tensione tra poli apparentemente opposti, ma suscettibili di essere connessi in una intima coappartenenza, ad essere oggi ciò che rende il pensiero di Quinzio  al contempo urgente e Unzeitgemäß: inattuale, nel senso nietzschiano, inadeguato ai tempi, e forse perciò fecondo.

 

Una fede impossibile e necessaria

Quinzio è stato un pensatore cristiano per molti versi originale e sui generis. Al centro della sua riflessione è il problema della salvezza attraverso l’instaurazione del Regno di Dio. Una prospettiva che non è possibile intendere solo in senso spirituale o addirittura metaforico, ritiene il teologo originario di Alassio, ma che richiede di essere necessariamente anche carnale, anche materiale. Non si può tacere sul fatto che la promessa di redenzione è fatta a persone che sono anima ma anche corpo, e il corpo rivendica attualità di salvezza, per la semplice evidenza che si corrompe e muore[3]. Non è allora l’eternità il piano proprio dell’immanenza, e non può essere plurisecolare, se non addirittura plurimillenario, quello che riguarda l’esistenza di ogni individuo. È unicamente nell’ordine del qui e ora che il corpo può intendere e vivere il riscatto. Ogni differimento è tradimento della promessa che le lacrime degli uomini siano asciugate. Quando il ritardo va oltre la vita di chi ha creduto al patto, è lo stesso Salvatore a essere investito dal fallimento. Quinzio introduce la categoria della sconfitta di Dio: può quest’idea così terribile e scandalosa parlare non solo al fedele piegato da una sofferenza irredenta, ma anche a tutte le donne e a tutti gli uomini dei nostri giorni, tempi in cui la speranza di emancipazione, in ogni modo declinata, sembra essere morta? È evidente come tante e tanti ormai non possano tacere e tacersi angosciate domande sul futuro, diversificate a seconda delle sensibilità di ognuno. Dov’è il Regno di Dio? Ma anche dov’è la democrazia? Dov’è il socialismo? Dove sono la pace, la libertà, l’eguaglianza, la fraternità, la solidarietà, la giustizia che l’umanità ha desiderato e per cui tanti si sono battuti? L’attualità non rincuora. Il fallimento sembra descrivere tutte quelle idee che hanno saputo (osato?) pensare il futuro come altro rispetto alla semplice reiterazione del presente.

essere senza fede, senza fiducia, ci sprofonderebbe in un nichilismo così totalitario che impedirebbe di vivere

È difficile fare i conti con la possibilità stessa di conservare fiducia in un cambiamento profondo, in cui la vita sia modificata radicalmente. “La fede è diventata impossibile, ma è impossibile anche non credere, vivere così nel mondo sapendo ormai che non è possibile né certezza né senso, ma solo cinismo o disperazione”[4], commenta Quinzio.

Aver fede, anche in forme laiche che possono riguardare ognuno di noi, ormai sembra non più possibile. Ma essere senza fede, senza fiducia, ci sprofonderebbe in un nichilismo così totalitario che impedirebbe di vivere: “il rantolo di chi muore esprime un infinito bisogno di vita”[5].

Secondo Quinzio, la mancanza di salvezza da parte di Dio, dopo duemila anni, ha spinto gli uomini a crearsi idoli in cui cercare illusoriamente riscatto; ma la loro speranza resta radicata, anche se non sempre consapevolmente, in quella cristiana[6]. Ma vorremmo qui astrarre dalla cornice concettuale e religiosa in cui è inscritto il pensiero quinziano, per interrogarne più ampiamente le potenzialità ermeneutiche nella lettura della storia, alla ricerca dello spazio che resta al futuro, che è tale solo è la dimensione in cui può “accadere ancora qualcosa di significativo)”[7].

 

Sperare quando la speranza muore

Pensare la storia significa necessariamente esprimere un giudizio su di essa, che la consideri nella sua globalità e ne ricerchi un senso. Prima della storia, secondo Quinzio, c’è quindi già la filosofia della storia[8]. E nonostante tutto, nonostante crolli la speranza, si soffochi il futuro, si dissipi il patrimonio di idealità legate all’emancipazione e alla redenzione, resta proprio alla fede una certa forza di dare un senso alla storia, di far cioè sì che i fatti diventino storia, senso che secondo l’autore è l’unico che possa (r)esistere[9]. Quinzio può suggerire anche al lettore laico la possibilità di riconoscere nella speranza – una speranza che non ha garanzie, ma proprio per questo motivo è tale e non è una necessità deterministica – una postura alternativa a quella dominante. Sperare – aver fede – è preservare nell’azione di conferimento di senso alla storia, all’esistenza, al mondo, cosa che non può farsi altrimenti.

Se pensare la storia è in senso stretto e rigoroso attribuire un senso agli eventi, e se il senso è dato nella fede e attraverso la fede, la storia si può dare solo al fuoco della speranza, costitutivamente priva di garanzie, persino paradossalmente disperata[10]. Ma questo significa esposizione al rischio, all’abisso, quale condizione strutturale per abitare la tensione tra speranza e fallimento[11]. Quinzio ritiene inadeguata allora ogni teologia della gloria, che enfatizzi il “già” che è realizzato in termini di redenzione, e che tenda a tradursi storicamente in una spiritualizzazione sempre più forte della promessa redentiva, nel ritardo millenario della sua realizzazione. L’alternativa che sceglie è allora la teologia della croce, fondata sul “non-ancora”, nella consapevolezza che il dolore resiste e logora gli uomini[12]. Il non-ancora comprende in sé il senso dell’attesa di qualcosa, del mancato compimento, alla cui prospettiva tuttavia non si rinuncia – non si può rinunciare, nonostante tutto[13]. Ma allora è evidente che il non ancora, se è davvero redentivo, riguarda “il capovolgimento della nostra realtà, non una sua correzione, un suo aggiustamento”[14]. È questo un altro punto che ci sembra poter essere declinato anche oltre la prospettiva dell’autore: riconoscere che la salvezza non è “normale”. Per Quinzio ciò è vero perché viene da Dio[15], ma la sollecitazione teorica che ne deriva può forse riattivare anche in seno a un pensiero di diversa sensibilità la consapevolezza dell’eccedenza della salvezza rispetto all’ordine delle cose, alla quotidianità dello status quo, alla norma stabilita dalla ripetizione dell’identico.

Avere fede, sperare ancora, è un gesto paradossale: entra in conflitto con la realtà stessa, chiamando a una fedeltà che sfiora la follia. La lezione di Quinzio ci dice di un rischio da assumere rinunziando a ogni pretesa di certezza, di garanzia.

Il rischio diventa una categoria decisiva, perché definisce una possibile modalità di abitare il mondo oggi, in una condizione drammatica, segnata da delusione storica e lacerazione esistenziale. L’escatologia ricade così direttamente sull’esistenza, chiedendo una partecipazione reale alla morte di Cristo.

Nell’esistenza, dolore e speranza restano intimamente legati. Chi conosce davvero la disperazione può aprirsi alla vera consolazione; chi spera soffre, perché sperare significa desiderare ciò che non si possiede. Senza speranza, vivere e morire diventano impossibili: la perdita della speranza è il vero peccato del mondo.

Il pensiero di Quinzio può contribuire alla lettura della crisi radicale del nostro tempo, alla luce di una capacità di esporsi al rischio, resistendo tenacemente al non-senso, e accogliendo la possibilità del fallimento della redenzione. Assumere il ritardo della salvezza significa vivere la fragilità umana restando consegnati all’attesa, sforzandoci di non smettere di tentare, nella speranza, a dare un senso al mondo.

 


Note

[1] Quinzio, Dalla gola del leone, Adelphi, Milano 1993, p. 11.

[2] Ivi, p. 19.

[3] Id., La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano 1992, pp. 29-30; Id., Mysterum iniquitatis. Adelphi, Milano 1995, pp. 15-16.

[4] Id., Dalla gola del leone, p. 19.

[5] Id., Un commento alla Bibbia, Vol. III, Adelphi, Milano 1974, p. XXV.

[6] Id., Dalla gola del leone, p. 149.

[7] Id., La sconfitta di Dio, p. 79.

[8] Id., Diario profetico, Adelphi, Milano 1996, pp. 183-184.

[9] Id., La sconfitta di Dio, p. 97; Id., Dalla gola del leone, p. 69; Id., Giudizio sulla storia, Silva, Milano 1964.

[10] Id., La sconfitta di Dio, p. 97.

[11] Ibidem.

[12] Id., Silenzio di Dio. È ancora possibile credere?, Il Saggiatore, Milano 2015, pp. 132-146.

[13] Id., I Vangeli della domenica, Adelphi, Milano 1998, p. 11.

[14] Ivi, p. 36.

[15] Ibidem.

Pubblicato il 16 gennaio 2026

Mario Lupoli

Mario Lupoli / Professor of Philosophy of History, History of Philosophy and Theology | Ph.D - Th.Dc