Questo testo nasce come risposta dialogante alla recensione “Riconnettersi per resistere” del mio libro "Basta essere umani. Guida pratica per non estinguersi" pubblicata su Stultifera Navis e firmata da Carlo Mazzucchelli: una lettura attenta che riconosce il valore operativo del libro e, al tempo stesso, sollecita un’esplicitazione più netta della dimensione del conflitto.
L’osservazione è utile per approfondire il concetto di conflitto su cui Mazzucchelli si interroga, come forza antagonista di conflitto da mettere in atto verso tecnocapitalismo.
Mazzucchelli scrive: “L’azione come resistenza si articola necessariamente come conflitto. Anche qui va evitata ogni lettura bellicista. Il conflitto non è violenza distruttiva ma condizione ontologica dell’esistenza. Esistere è sempre (co)esistere in una molteplicità irriducibile di forze, di desideri e di orientamenti. Il conflitto è il modo stesso in cui questa molteplicità si articola senza annullarsi in una sintesi totalizzante. L’illusione moderna è credere che i conflitti possano essere risolti, eliminati. L’ontologia dell’azione di Benasayag riconosce il conflitto come costitutivo, come spazio stesso dell’azione politica e esistenziale. [….] Infine c’è un aspetto che, da lettore di Benasyag, nel libro di Di Vincenzo, sembra trovare poco spazio, ed è il tema del conflitto. Il tecnocapitalismo non cederà volontariamente. La transizione ecosofica richiederà necessariamente conflitto, lotta, rottura. Questa dimensione antagonistica è presente nel libro ma poteva essere più esplicitamente tematizzata.”
La mia tesi parte dalla teoria della complessità che è alla base della sfida trasformativa che ho cercato di perseguire nel libro e a cui ho dedicato tutto l’ultimo capitolo. Questa offre una cornice rigorosa per promuovere quella mutazione antropologica cognitiva, valoriale e comportamentale, che può precedere e abilitare mutamenti politici, senza ridursi alla sola sfera istituzionale.
In sistemi sociali non lineari, piccoli interventi ben posizionati cambiano attrattori di comportamento collettivo; l’obiettivo è spostare norme, aspettative e routine, così che nuove forme di azione e cooperazione diventino plausibili, desiderabili e riproducibili.
Donella Meadows mostra che i punti di massimo impatto in un sistema complesso non sono gli input materiali, ma scopi, regole e paradigmi che orientano ciò che gli attori considerano ragionevole e “normale”.
Una mutazione antropologica lavora proprio qui: riorienta significati e metriche di valore (da “più” a “abbastanza”; da individuo a relazioni; da sfruttamento a rigenerazione), innescando cambiamenti diffusi senza attendere riforme centrali. Questa è politogenesi: crea le condizioni di possibilità per futuri assetti politici, ma non dipende da essi per iniziare.
I modelli a soglia di Granovetter spiegano perché le persone adottano un comportamento quando percepiscono che “abbastanza altri” lo stiano facendo; non serve una maggioranza assoluta, servono minoranze attive che superano soglie locali. La ricerca sui contagi complessi mostra che i comportamenti ad alta frizione (nuove abitudini, pratiche pro-sociali) si diffondono non come virus, ma tramite reti dense e ridondanti che rafforzano la credibilità.
L’idea di transizioni critiche in sistemi complessi indica che, oltre una certa soglia, i salti diventano improvvisi: il cambio di norma può apparire “spontaneo”, ma è preparato da segnali precoci e accumulo di pratiche. Questo è mutamento antropologico misurabile (aspettative, norme, reti), non un appello generico alla coscienza.
La letteratura sulle norme sociali mostra inoltre, che cambiano quando si modificano aspettative empiriche (“gli altri lo fanno”) e normative (“gli altri si aspettano che io lo faccia”), anche tramite trendsetter e dispositivi di coordinamento a bassa intensità di potere formale (linee guida di contesto, rituali, incentivi sociali). Queste sono infrastrutture pre-politiche: spazi, pratiche e linguaggi comuni che rendono le scelte sostenibili convenienti e legittime prima ancora di essere obbligate.
In problemi complessi come clima e beni comuni, architetture policentriche, molteplici centri di iniziativa e apprendimento, sono più efficaci delle soluzioni uniche dall’alto. Una mutazione antropologica è coerente con questa logica: micro-istituzioni (scuole, quartieri, imprese, comunità professionali) che sperimentano pratiche, standard e metriche replicabili. Non “fuori dalla politica”, ma prima e accanto alla politica formale: un ecosistema di pratiche che rende il cambiamento robusto anche quando il quadro istituzionale tarda.
La visione sistemica di Capra e Luisi e il pensiero complesso di Morin richiedono di integrare dimensioni biologiche, cognitive, sociali, ecologiche e di allenare competenze trans-disciplinari (feedback, non linearità, auto-organizzazione, co-emergenza).
La “mutazione antropologica” è anzitutto un cambio di sguardo: ciò che si vede e si misura determina cosa si tenta di cambiare. E educare a questo sguardo, nel libro, a scuola, in azienda, riduce la distanza tra “consapevolezza” e “capacità di intervento” del lettore.
E per finire.
Nei sistemi sociali complessi, le trasformazioni non lineari avvengono quando comportamenti organizzati spostano scopi, regole e metriche di valore.
Il conflitto, inteso come azione collettiva nonviolenta, coordinata e persistente, è una leva ad alta efficacia perché agisce su attrattori culturali e istituzionali: rende più costoso mantenere pratiche dannose e più conveniente adottare pratiche rigenerative. Non è l’opposto della cooperazione: è cooperazione orientata al riequilibrio dei rapporti di forza. Operativamente, il conflitto produce tre effetti:
- ridefinisce norme (ciò che è socialmente accettabile);
- sposta risorse e incentivi (regole, prezzi, reputazione, accesso);
- abilita nuove istituzioni (accordi, standard, governance condivise).
In questa chiave, l’ecosofia applicata non chiede solo cambi personali: abilita conflitti costruttivi nei luoghi di vita e di lavoro (scuole, imprese, comunità, amministrazioni), per spostare aspettative e regole.
Conflitto, dunque, non come retorica della rottura, ma come competenza civica: definire obiettivi chiari, scegliere tattiche proporzionate, misurare risultati intermedi (norme, policy, allocazione di risorse), curare gli effetti collaterali (fatica, esclusioni, escalation).
Così il passaggio dall’impotenza all’azione diventa visibile e verificabile: non un atto eroico isolato, ma la crescita di micro-istituzioni viventi capaci di influenzare scelte pubbliche e private.