Go down


Ogni rivoluzione tecnologica viene raccontata attraverso ciò che crea. Nuove professioni, nuovi mercati, nuove opportunità. I suoi sostenitori ne celebrano la capacità di generare ricchezza, aumentare la produttività e migliorare la vita delle persone.

Più raramente, però, ci si sofferma su ciò che essa distrugge. Eppure fu proprio questo l'aspetto che colpì Joseph Schumpeter quando osservò il capitalismo moderno. 

L'economista austriaco comprese che il capitalismo non sopravvive grazie alla stabilità, ma grazie alla propria capacità di destabilizzare continuamente sé stesso. Ogni innovazione significativa modifica la struttura economica esistente, rende obsolete competenze consolidate, sposta il valore da un settore a un altro e ridefinisce le gerarchie sociali.

Questo processo, che Schumpeter chiamò "distruzione creatrice", costituisce il motore stesso dello sviluppo capitalistico. La domanda fondamentale, allora come oggi, non è se l'innovazione produca crescita. La storia dimostra che spesso lo fa. La domanda è un'altra. Chi guadagna e chi perde quando una società attraversa una fase di distruzione creatrice.

L'intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale rendono questa domanda straordinariamente attuale.

Per la prima volta dalla rivoluzione industriale, non è soltanto il lavoro fisico a essere trasformato dalle macchine. È la conoscenza stessa a diventare oggetto di automazione. Attività che per lungo tempo sono state considerate esclusivamente umane, scrivere, progettare, analizzare, tradurre, creare immagini, organizzare informazioni, vengono progressivamente condivise con sistemi intelligenti.

Come ogni rivoluzione economica, anche questa produce entusiasmo e timore. Ma la storia insegna che tali emozioni, da sole, non aiutano a comprendere ciò che sta accadendo. Occorre osservare il movimento più profondo. Ogni innovazione redistribuisce il potere. Ogni innovazione genera nuovi vincitori e nuovi vinti. Ogni innovazione crea una nuova geografia delle opportunità. È in questo contesto che il tema dell'empowerment femminile assume una rilevanza che va ben oltre la questione della parità di genere.

Per molti decenni il dibattito sull'emancipazione delle donne è stato formulato come una questione di accesso. Accesso all'istruzione. Accesso alle professioni. Accesso alla politica. Accesso alle tecnologie. Si trattava di una battaglia necessaria, perché per secoli le donne sono state escluse da luoghi nei quali si producevano conoscenza, ricchezza e decisioni. Ma la rivoluzione digitale modifica il terreno stesso della discussione. La questione non è più soltanto chi abbia accesso al nuovo mondo. La questione è chi partecipi alla sua costruzione.

Questa distinzione è cruciale. In ogni fase di distruzione creatrice emergono gruppi che si limitano ad adattarsi al cambiamento e gruppi che contribuiscono a definirlo. I primi vivono il futuro come una condizione esterna. I secondi lo progettano. L'empowerment femminile nel XXI secolo dipende precisamente da questa differenza.

Se le donne saranno semplicemente utilizzatrici delle nuove tecnologie, beneficeranno certamente di alcune opportunità offerte dall'innovazione. Potranno lavorare con maggiore flessibilità, accedere a nuove reti professionali, sviluppare attività imprenditoriali globali e ampliare la propria autonomia economica. Tutto questo è importante. Ma non è sufficiente. Perché il vero potere non risiede nell'utilizzo degli strumenti. Risiede nella capacità di definire gli strumenti che tutti gli altri utilizzeranno.

Schumpeter avrebbe probabilmente riconosciuto questa dinamica. Nella sua analisi, l'innovatore non è semplicemente colui che possiede risorse. È colui che introduce una nuova combinazione di risorse e, così facendo, modifica le regole del gioco economico. L'innovatore non si limita a occupare uno spazio esistente. Ne crea uno nuovo. 

Trasferita al presente, questa intuizione conduce a una domanda inevitabile: le donne stanno partecipando alla progettazione dell'intelligenza artificiale, delle piattaforme digitali e delle infrastrutture cognitive che plasmeranno il XXI secolo, oppure stanno prevalentemente adattandosi a sistemi progettati da altri? 

La risposta a questa domanda determinerà gran parte della distribuzione futura del potere. Vi è inoltre un elemento che rende la situazione contemporanea particolarmente complessa. Le innovazioni del passato trasformavano soprattutto il modo in cui gli esseri umani producevano beni. Le innovazioni odierne trasformano il modo in cui gli esseri umani producono conoscenza.

Per oltre un secolo l'emancipazione femminile si è sviluppata attraverso una conquista progressiva del sapere. Le donne hanno ottenuto accesso alle università, alle professioni intellettuali, alla ricerca scientifica, ai luoghi della produzione culturale. La conoscenza è stata uno dei principali strumenti di emancipazione. Oggi, però, l'intelligenza artificiale interviene proprio sul terreno della conoscenza. Non si tratta di una minaccia. Ma è certamente una trasformazione.

Quando un algoritmo è in grado di svolgere attività cognitive che fino a ieri richiedevano competenze altamente specializzate, il valore non scompare. Si sposta. La vera domanda diventa allora: dove si sta spostando? Chi controllerà i dati, gli algoritmi, le piattaforme e le infrastrutture digitali controllerà una quota crescente del valore economico e simbolico prodotto dalla società.

La distruzione creatrice non sta eliminando il potere. Lo sta ricollocando. 

Da questo punto di vista, il rischio più grande non è che le donne vengano escluse dall'innovazione. Il rischio è che partecipino all'innovazione senza partecipare alla sua governance. La storia economica offre numerosi esempi di gruppi sociali che hanno beneficiato delle trasformazioni tecnologiche senza riuscire a influenzarne la direzione. Hanno ottenuto nuove opportunità, ma non hanno acquisito un potere proporzionato. Hanno contribuito alla crescita del sistema senza determinarne le priorità.

L'empowerment autentico richiede qualcosa di diverso. Richiede presenza nei luoghi in cui vengono formulate le domande che orienteranno il futuro. Richiede capacità di incidere sui criteri attraverso cui vengono progettati gli algoritmi, organizzati i dati e distribuite le opportunità. Richiede, in definitiva, la possibilità di partecipare all'immaginazione collettiva del domani. È qui che il tema femminile incontra la lezione più profonda di Schumpeter. La distruzione creatrice non è mai soltanto un fenomeno economico. È un fenomeno politico, culturale e simbolico. Ogni nuova economia produce una nuova élite. Ogni nuova tecnologia ridefinisce chi viene ascoltato e chi rimane invisibile. Ogni rivoluzione stabilisce quali competenze saranno premiate e quali saranno considerate marginali.

Per questo motivo l'intelligenza artificiale non è, di per sé, un alleato delle donne. Ma non è nemmeno un avversario. È un acceleratore. Amplifica le capacità esistenti. Amplifica le opportunità esistenti. Amplifica, purtroppo, anche le disuguaglianze esistenti. La sua direzione dipenderà dalla qualità delle istituzioni, dalla distribuzione delle competenze e dalla capacità della società di includere una pluralità di voci nella costruzione del futuro. Se Schumpeter osservasse il nostro tempo, non chiederebbe quanti posti di lavoro saranno sostituiti dall'intelligenza artificiale. Non chiederebbe nemmeno quali professioni sopravvivranno. Probabilmente formulerebbe una domanda più radicale.

Chi avrà il potere di immaginare il mondo che nascerà dalla prossima ondata di distruzione creatrice? Ed è proprio in questa domanda che si gioca il significato più profondo dell'empowerment femminile nel XXI secolo. Non nella semplice capacità di partecipare al futuro, ma nella possibilità di contribuire a progettarlo.


Pubblicato il 08 giugno 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |

https://www.prmdesign.com/