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Sono certo di non essere il solo a pensare quello che sto per dire. E so che fra tutti coloro a bordo della Stultiferanavis, ma anche quelli che non sono a bordo, il disagio difronte a ciò che sta avvenendo è enorme. E non si tratta di un disagio derivante dal non avere i mezzi per affrontare questa deriva cognitiva. Anzi, di mezzi ne abbiamo tantissimi. Direi infatti che molti di noi sono super attrezzati e hanno vagonate di valori, esperienze, conoscenze da regalare agli altri. Il disagio nasce dal fatto che i mezzi che abbiamo, e che le nuove generazioni non hanno, non valgono più in una realtà (si potrebbe discutere a lungo se questa parola ha ancora valore nell’odierno paradigma tecnologico) che è inequivocabilmente cambiata. E trovo disgustoso e vomitevole chi accusa coloro che provano questo disagio, di passatismo, di nostalgico fervore o di conservatorismo. Trovo anche piuttosto patetiche le accuse o i commenti di chi si sbraccia nel dire che ogni volta che c’è stata una innovazione tecnologica o scientifica, si è sempre assistito a questi criticoni che preferivano come era prima. No, questa “rivoluzione” non è come le altre perché nessuna ha mai inciso a livello cognitivo e comportamentale come questa, tale da modificare le caratteristiche umane. E non la considero nemmeno una innovazione. Semmai trattasi di un moltiplicatore esponenziale del già esistente.

L’ironia [dal lat. ironīa, gr. εἰρωνεία «dissimulazione, ironia», der. di εἴρων -ωνος «dissimulatore, finto»] ha tra i suoi significati quello di finzione, di dissimulazione del proprio pensiero (con la corrispondente figura retorica) e anche quello di sapere mettersi a distanza debita da ciò che stiamo osservando/analizzando, sia esso un quadro o la realtà. Uno dei miei insegnamenti principali, che dispenso gratuitamente ai miei studenti e a tutti coloro che incrociano il mio cammino, è quello di praticare l’ironia, ovvero imparare a non prendersi troppo sul serio.

Ho già espresso molte volte il mio pensiero sull’intelligenza artificiale e se anche non ho il dono dell’infallibilità né vesto di bianco, tante delle cose che ho scritto, in passato, sono in linea con l’enciclica papale di oggi su cui tutti dicono la loro. Potere della popolarità per cui si ascolta/legge solo quello che illustri personaggi dicono, ignorando chi aveva già detto le stesse cose in precedenza. Ainsi va la vie.

Ad ogni modo, poiché appunto ho già detto molte cose sulla IA, non le ripresenterò. Mi concentrerò solo su un aspetto, tra i tanti che come esseri umani perderemo, seguendo insensatamente questo nuovo paradigma. Mi riferisco ovviamente all’ironia, perché la sottomissione cieca alle LLM e alla tecnologia dei nostri tempi, non solo risucchia il pensiero critico ma abolisce anche la distanza ironica che è fondamentale, a mio parere, per una esistenza intellettualmente sana. Infatti, già con i social media e ora con l’IA si assiste ad una immedesimazione totale dei soggetti con lo strumento con cui interagiscono. Al punto tale di non essere più in grado di porsi a distanza critica. Perché questi strumenti, ingenuo chi pensa il contrario, sono progettati proprio per questo. E proliferano da ogni dove individui che si prendono decisamente troppo sul serio e che pretendono di insegnare a tutti come funzionano le IA, castigando quelli che non le sanno usare.

Sono certo di non essere il solo a pensare quello che sto per dire. E so che fra tutti coloro a bordo della Stultiferanavis, ma anche quelli che non sono a bordo, il disagio difronte a ciò che sta avvenendo è enorme. E non si tratta di un disagio derivante dal non avere i mezzi per affrontare questa deriva cognitiva. Anzi, di mezzi ne abbiamo tantissimi. Direi infatti che molti di noi sono super attrezzati e hanno vagonate di valori, esperienze, conoscenze da regalare agli altri. Il disagio nasce dal fatto che i mezzi che abbiamo, e che le nuove generazioni non hanno, non valgono più in una realtà (si potrebbe discutere a lungo se questa parola ha ancora valore nell’odierno paradigma tecnologico) che è inequivocabilmente cambiata. E trovo disgustoso e vomitevole chi accusa coloro che provano questo disagio, di passatismo, di nostalgico fervore o di conservatorismo. Trovo anche piuttosto patetiche le accuse o i commenti di chi si sbraccia nel dire che ogni volta che c’è stata una innovazione tecnologica o scientifica, si è sempre assistito a questi criticoni che preferivano come era prima. No, questa “rivoluzione” non è come le altre perché nessuna ha mai inciso a livello cognitivo e comportamentale come questa, tale da modificare le caratteristiche umane. E non la considero nemmeno una innovazione. Semmai trattasi di un moltiplicatore esponenziale del già esistente.

Insomma, le critiche e le paure che vengono dai naviganti hanno senso anche perché non vengono da persone che nella loro vita hanno avuto problemi con l’idea del cambiamento. Anzi. Il fatto è che il cambiamento odierno è stato imposto ed è tarato per raggiungere degli obiettivi che a dir poco sono anti umani.

Per quanto mi riguarda poi, le critiche si basano su aspetti OGGETTIVI. Io non so quanti di quelli che pontificano (ironia voluta) sull’IA, sono entrati in un’aula scolastica. Io posso dire che ogni nuovo anno ho a che fare con studenti, universitari, ventenni, americani ovvero chi è già “vittima” degli effetti dell’utilizzo di certe tecnologie, essendo loro più avanti a noi nell’esposizione a queste tecnologie. Ho quindi un osservatorio privilegiato. Ebbene, gli studenti di ora sono OGGETTIVAMENTE e completamente diversi da quelli che avevo vent’anni fa. E non perché io sia invecchiato e sia rimasto indietro. È cambiato il contesto e fin qui tutto bene. Al punto che insegnando più o meno le stesse materie da sempre, ho aggiornato il modo di insegnarle. Le problematiche tuttavia sono altre e sono molteplici. Ad esempio: è corretto costantemente cambiare solo per compiacere una platea che non è essa stessa portatrice di quel cambiamento (aspetto che avrebbe un valore immenso) ma è solo vittima di cambiamenti decisi e imposti da altri, da chi insomma ha altri interessi nella vita, tranne la cura educativa dei ragazzi? È opportuno adattarsi, come viene chiesto dalla narrazione mainstream quando l’adattamento dovrebbe essere fatto rispetto a pratiche su cui, come insegnanti ma non solo, non siamo stati nemmeno consultati PRIMA di aprire la gabbia e far scappare i leoni?

E poi: che senso ha questa narrazione visto che chi ho davanti sono persone che non hanno nessuna conoscenza, nessuna consapevolezza, nessuna ironia.  Perché questa è l’oggettiva realtà. Non era così in passato. Questo è il frutto del lavoro sporco, anti-cognitivo, anti-emotivo e anti-comportamentale, fatto da certe tecnologie. E non parlo di non sapere una data o un evento specifico. Poco male. Il nozionismo non mi è mai interessato. Parlo di ragazzi che non hanno nessuna idea del contesto sociale, storico, politico ecc. sia del presente che del passato. Ed è così perché questa tecnologia, da Internet all’intelligenza artificiale, passando per i social, è responsabile, deliberatamente, di decontestualizzare e di desituare. Tutto questo è voluto. I cosiddetti nativi digitali crescono decontestualizzati. Perché quindi piegarsi o giocare la carta dell’ineluttabilità invece di reagire e gridare che non vogliamo qualcosa che non abbiamo chiesto, che non è governato, che è nato con scopi ben precisi (basta leggere e documentarsi)? Che senso ha parlare di educazione digitale se questi strumenti sono fatti apposta per diseducare?

Ovviamente parlo al vento. Difatti mi chiedo: ha perciò ancora senso scrivere? La domanda la fa uno scrittore, il sottoscritto. Il che dovrebbe preoccupare, ma non sarà così. Per chiarezza, la domanda non nasce per via della sfida portata dall’IA, perché per quanto mi riguarda non c’è nessuna sfida, essendo l’IA una produttrice seriale di plagi senza nessuna ironia. La domanda nasce dal fatto che da una parte, non ci sono più lettori ma soltanto scrollatori compulsivi e sanguisughe digitali; dall’altra stiamo andando verso una cancellazione della realtà come la conoscevamo a vantaggio di una che è esclusivamente fabbricata dalla tecnologia e che, personalmente, non mi ispira storie né empatia proprio perché è una realtà altamente autoreferenziale, vuota e senza ironia.

In altri pezzi ho già detto cosa bisognerebbe fare. Ribadisco solo che mi fanno pena tutti quei commenti o articoli che sottolineano che ormai è troppo tardi, che ormai l’IA c’è ecc. Questa rassegnazione è proprio ciò su cui contano i padri costituenti di questa roba.

Propongo allora, quasi per sfogo, un pezzo letterario su uno scrittore, Malerba maestro di ironia, che già a suo tempo si interrogava sul senso della scrittura.

A partire dall’attenta analisi di una sua importante riflessione critica sulla scrittura, e sul proprio fare letteratura, testo poco approfondito all’epoca della sua uscita, nel quale, tra le altre cose, secondo me, l’autore si riferiva ai suoi primi romanzi, questo pezzo si interroga quindi sul senso della letteratura a partire dal testo solo apparentemente giocoso di Luigi Malerba per proseguire con un close reading de Il Serpente e di Salto Mortale, opere da riscoprire perché esemplari di un’idea di romanzo che meglio di altre, racconta le inquietudini dello scrittore contemporaneo.

In Che Vergogna Scrivere, opera del 1996, in pieno postmodernismo ma riferendosi al vivace dibattito sul romanzo che si sviluppò negli anni Sessanta del secolo scorso e al quale partecipò da protagonista, Malerba scrive:

Non so se sono in grado di comunicare al lettore, con questo mezzo rudimentale e approssimativo che è la parola, una idea del disagio che ha coinvolto molti di noi per alcuni anni della nostra attività. Sto parlando degli anni della neoavanguardia. Il nostro lavoro assomigliava in qualche modo a quello che in chirurgia si definisce come dolore-fantasma. È il dolore che sussiste dopo l’amputazione di un arto: l’arto non c’è più, rimane soltanto il dolore. In altre parole abbiamo sofferto tutti i mali della letteratura nel momento in cui questa veniva cancellata da noi stessi nei suoi statuti più tradizionali e rassicuranti. L’atteggiamento negativo e contestativo della neoavanguardia è proprio l’esemplificazione, ormai 'storica', fra virgolette, di questa situazione.[1]

Andando a ritroso, e sicuramente riferendosi anche alla sua opera, Malerba afferma che l’illusione del romanziere di poter trasferire sulla pagina scritta l'intero mondo descrivibile e comprensibile, reso possibile dalla disponibilità dei personaggi, è, nella liquidità del mondo odierno, svanita. I romanzieri non possono più assumere quell'illusione come significato della letteratura, perché non esiste una parola totale in grado di esprimere l'intera realtà; se esiste un significato, è al di là dei numerosi strati di cui è composta la realtà:

Lo scrittore che ha deciso di penetrare oltre questa barriera e di scegliersi un suo habitat ridotto ma ben definito, sarà costretto a fare altre contabilità dopo aver rinunciato a tener conto di tutto in tutte le occasioni. L’idea di una natura instabile, catastrofica e dissipativa così come ce la propongono da qualche tempo i fisici, produrrà simmetricamente un linguaggio dinamico e sonoro, ma anche tutti i disagi della dissociazione. Nel momento in cui si impegna nella descrizione di un fenomeno, di un evento o di un personaggio, lo scrittore si accorgerà che gli sta sfuggendo proprio l’oggetto della sua descrizione, che la ricerca della oggettività lo immerge di nuovo nel ronzio della Grande Comunicazione e tutto il mondo gli apparirà come la negazione di ogni possibilità di scrittura (CVS, p. 59).

I due approcci si oppongono e, nella loro tensione, generano due modi diversi di fare letteratura. Il romanzo (post)moderno è il risultato di questa contraddizione:

Secondo un criterio un po’ burocratico si possono fissare due distinte categorie: quella in cui la cosa è vicina e concreta, e quella in cui la realtà, già lontana e sfuggente, subisce un processo metaforizzante che ne allarga gli orizzonti ma in qualche caso ne compromette la concretezza.

A queste categorie sommarie e burocratiche corrispondono altrettanti atteggiamenti di scrittura: nel primo caso un atteggiamento che definirei di 'allontanamento' ( la 'lontananza ansiosa' di Benjamin ) per evitare le trappole del realismo. Negli altri casi un processo di 'identificazione' per sfuggire alla dissipazione prodotta dalle ambiguità dei personaggi. Dopo aver deciso una linea tematica succede poi che lo scrittore senta la necessità di contraddirla o quanto meno di correggerne la prospettiva. Tutta la narrativa moderna si dibatte nei termini di questa contraddizione ( CVS, p. 64 ).

Per risolvere le contraddizioni il romanziere deve creare degli artifici per dare, paradossalmente, un po' di verità al romanzo e per comunicare qualcosa che va oltre il romanzo stesso:

Perché uso questi artifici? Probabilmente per sfuggire allo stress semiologico per cui ogni cosa deve necessariamente significare qualcosa, mentre appare insensata la maggior parte del mondo, ammesso che il mondo esista. La comunicazione è indispensabile per esternare le nostre necessità quotidiane in mezzo a tanta insensatezza, ma l’espressione e la finzione sono esigenze primarie di riscatto per l’uomo che si rifiuta di diventare una nera formica. Io credo che tutti, oltre alla necessità quotidiana di comunicare, sentano il desiderio di esprimersi. Qualcuno ha detto addirittura che la vita è espressione, ma forse esagerava. Diciamo che mentre la comunicazione è funzionale per condurre i nostri rapporti e per inserirci nella macchina sociale ( tra parentesi anche per mentire perché la menzogna si realizza nell’area della comunicazione ), l’espressione è un segno della evoluzione personale, lo spazio che ognuno di noi riserva all’immaginazione dove la temperatura cresce per l’attrito con la realtà e con le sue incertezze, indipendentemente dal fatto che sia o non sia uno scrittore. [...] Quando le parole finiscono il significato continua. Quando il lettore ha esaurito le parole, ha chiuso il libro e lo ha riposto nello scaffale, continuano ad agire in lui le inquietudini, i dubbi, i pensieri, le prospettive, le immaginazioni, i turbamenti trasmessi dalla lettura del libro. Se questo non avviene lo scrittore ha fallito il suo scopo. Direi che da questo risultato si distingue un libro di consumo da un testo letterario (CVS, pp. 72-73).

Il romanziere deve andare oltre la realtà perché è in quella seconda realtà che si trova l'unico luogo possibile per il pensiero. Solo lì la narrativa può trovare materiale di inesplorata inventiva. Attenersi al realismo è troppo facile:

Ho parlato qualche volta del 'secondo orizzonte', quella parte della visione umana che non è a fuoco, periferica e imprevedibile, dove spesso risiede la parte più segreta non tanto della verità, che è sempre e comunque inattingibile, ma della realtà soggettiva, che è l’unico possibile approdo del pensiero. [...] Il secondo orizzonte che accompagna la finzione letteraria si espande in aree inesplorate dove l’autore (o il protagonista come suo mandatario) tenta di scavalcare tutti i passaggi della logica per approdare alle sintesi risolutive. Una utopia certamente, ma anche la coscienza ben radicata che i protagonisti della narrativa possono scegliere qualsiasi opzione per avvicinarsi alla verità, dalle digressioni alle sterminate periferie telematiche. Il personaggio dotato soltanto di buon senso e di realismo è quello che vola più basso. È ancora nel secondo orizzonte che lo scrittore si incontra, o si scontra, con le nebulose aporie della fisica delle particelle che ormai è parte integrante e inevitabile della nostra cultura. Chi non ha coscienza di questo non può scrivere nemmeno un racconto.

Il tentativo di dare un senso alla realtà, che rimane il miraggio sempre presente nel lavoro di uno scrittore, si è come dire esteso dall’interno del personaggio dotato di psicologia e socialità, alle circostanze e alle contraddizioni mondane, sulla strada finalmente liberatoria della geometria euclidea nella quale anche le parallele saggiamente si incontrano. Gli intermezzi storici ne sono una amplificazione in aree temporali e in contesti sociali resi risonanti ed emblematici dalla lontananza. In queste operazioni a largo spettro è ancora necessario, per evitare il caos non comunicativo, che l’espressione passi attraverso strutture fortemente articolate e dialettiche, secondo un percorso ispirato a quei criteri di necessità narrativa di cui ogni scrittore è obbligato a tener conto soprattutto quando sconfina nelle aree nebulose del 'secondo orizzonte' ( CVS, pp. 85-86 ).

Per Malerba, e per me, scrivere è un tentativo di avvicinarsi al disordine fondamentale delle cose e di dichiarare il fallimento dello sforzo di dare un senso alla realtà. L'assenza di senso nella realtà può portare a un'interpretazione assurda della vita, ma anche l'assurdo è una dimensione romanzesca e dà coscienza di fatti ed eventi di cui il linguaggio espressivo è ancora il veicolo privilegiato. Il linguaggio allora è l'unica guida che il romanziere ha per entrare nella seconda realtà, e ciò è possibile grazie a parole dai molteplici significati. Così, il romanzo diventa il luogo vuoto in cui l'autore accede all'impersonale. Il romanzo si crea da solo come un insieme di parole che hanno o non hanno significato. Un libro non ha necessariamente un centro, come credevano i romanzieri tradizionali, ma piuttosto ha molti centri infiniti. L'autore è inevitabilmente asociale perché dopo tutto la letteratura non è un gesto sociale. Lo scrittore deve semplicemente essere in grado di padroneggiare l'ambiguità dinamica del linguaggio, che sola può dare vita al romanzo. Lo scrittore è solamente un testimone e un voyeur.  Il romanziere è ridotto a questo ruolo perché in fondo la letteratura è anarchica e utopica. Per Malerba la letteratura è una menzogna ironica e la sua vocazione è la morte, il nulla. La parola morte introduce il delicato tema del futuro del romanzo. Il romanzo sta per scomparire? Il romanzo è diventato insignificante? Non credo. Giocare con la morte del romanzo e fare del nulla la categoria principale del romanzo sono semplicemente altri espedienti narrativi dello scrittore moderno: ‘Il nulla è un argomento stupendo per uno scrittore perché sul nulla si può dire tutto’ (CVS, p. 60). Il romanzo esiste ed esisterà sempre perché non è mai nato e non ha fine: è infinito e autogenerativo. Quello che è successo è stata l'esplosione della struttura del romanzo tradizionale e la frammentazione di tutti i suoi possibili significati. In sostanza, il romanzo ha cambiato la sua struttura da chiusa ad aperta e da romanzesca ad anti-romanzesca. In altre parole, il romanzo si è liberato ed è tornato alla sua natura, cioè a un'inventiva infinita.

Nei suoi romanzi, Luigi Malerba ha rivelato uno stile originale e un proprio rapporto con il mondo del romanzo. I romanzi analizzati sono i suoi primi due, Il Serpente e Salto Mortale.[2] Entrambi sono apparentemente scritti come storie poliziesche. Infatti, in entrambi i romanzi ci sono omicidi che coinvolgono i personaggi principali. Ma è solo in apparenza, perché questi omicidi sono ben lontani dall'essere avvenuti: accadono nella ingegnosa mente dei protagonisti. O meglio, se c'è un omicidio, questo viene talmente stravolto dall'immaginazione dei personaggi da sembrare che non sia mai avvenuto. Inoltre, il lettore non saprà mai chi è l'assassino, perché questa non è la verità del testo e non interessa a Malerba: ‘Quando il delitto è perfetto non c’è gloria per l’assassino, la perfezione è anonima’ ( IS, p. 172 ). La preoccupazione di Malerba è quella di utilizzare lo schema della detective-story e di utilizzarlo in modo improprio, per mostrare il disordine della realtà e il vuoto delle cose:

Devo confessare a questo proposito una mia incorreggibile attrazione per il vuoto, ma credo di essere in buona e numerosa compagnia. Immagino il mondo delle cose e degli uomini affiancato da un identico e simmetrico mondo vuoto. È lo spazio nel quale molti scrittori collocano i loro esercizi di scrittura, dove trovano un luogo propizio le loro favole, le parole e le figure con le quali tentano di rimodellare a loro immagine e somiglianza quei frammenti di realtà che conoscono per esperienza o per invenzione e che evidentemente li inducono a qualche turbamento, ma anche a qualche residuo entusiasmo ( CVS, p. 62 ).

L'interrogazione che di solito accompagna l'indagine su un omicidio, in Malerba diventa un'interrogazione sul ruolo e sul posto dell'essere umano nel mondo. A causa della disunità di questo mondo, anche le riflessioni di Malerba sono precarie: ‘Questo significa che spesso le mie riflessioni hanno il sigillo della precarietà e della improvvisazione e che non intendo restare immobile in mezzo alla strada a pensare, anche perché qualche volta pensare confonde le idee’ (CVS, p. 74).

Del resto, la sua poetica è tutt'altro che tradizionale e tutte le tecniche che utilizza sono sintomi del tentativo di giocare contro la realtà dirompente con gli stessi mezzi con cui la realtà si rivela a tutti:

La dissoluzione del personaggio uomo, l’uso improprio delle strutture del giallo, l’adozione di retoriche antiche come l’invettiva, l’introduzione delle tecniche della digressione, l’operare sulla sintassi oltre che sul lessico, l’uso della dialettica o del sofisma in funzione narrativa, le dissolvenze sui linguaggi antichi, i paradossi e i paralogismi, il ‘monologo esteriore’: tutto questo fa parte di un mio progetto corrente di insinuare qualche libertà in una lingua pietrificata come l’italiano scritto della tradizione ( CVS, pp. 97-98 ).

Tra tutti questi strumenti utilizzati da Malerba, ce n'è uno che meglio caratterizza la sua scrittura, ovvero l'ironia, attraverso la quale prende in giro la realtà, il linguaggio, la tragicità della vita e attraverso la quale mantiene anche le distanze come narratore:

L’ironia è un mezzo di cui uno scrittore si serve per distanziare gli eventi del racconto ( soggettivamente ‘per prendere le distanze’ ), per dare una prospettiva ai fatti, per allontanarsi dalla cronaca. Ma anche per moderare il ‘senso tragico della vita’, per affrontare argomenti consumati da secoli di letteratura e ‘per vincere la difficoltà di raffigurare una cosa’ ( CVS, p. 81 ).

Entrambi i romanzi sono divertenti perché l'ironia è la loro forza trainante. Sembra che l'ironia sia la risposta di Malerba a tutti i dibattiti sul romanzo, come se volesse dire che la letteratura è un gioco e che i romanzieri non dovrebbero prendersi troppo sul serio. Il tentativo di trovare la verità non porta infatti molto lontano:

Chi scagliò per primo la pietra della verità? Un uomo, una donna? Diciamo che questo non è il punto che desta preoccupazione. Bisognerà indagare in altra direzione, scoprire innanzitutto di che pietra si parla. [...] Lascia che gli altri si occupino della verità e di tutti i suoi addentellati, questo non è compito tuo. Tu devi occuparti della pietra e non è cosa da poco. Tieni presente che nessuno vorrà aiutarti, che molti cercheranno anzi di ostacolarti. Ti converrà lavorare in silenzio e in segreto perché solo così si portano a termine le grandi imprese. E non chiedere aiuto all’Architetto perché l’Architetto ha molto da fare (IS, p. 13).

Il Serpente esprime proprio la difficoltà di trovare la verità nella vita (in particolare negli omicidi che si verificano nel romanzo) e l'impossibilità di trovare una collocazione per l'essere umano. Il primo punto sollevato dal personaggio, che è piuttosto bizzarro (canta invece di parlare), è quello di evidenziare la difficoltà di comunicazione tra gli esseri umani:

Mi è sempre stato difficile trovare qualcuno con cui parlare. Che cosa si dicono gli uomini? Certi giorni vado per la strada e vedo gente al caffè che parla, gente per la strada che parla muovendo le mani e le parole dell’uno si accavallano a quelle dell’altro, e poi in macchina, un uomo al volante parla con quello che gli sta vicino, anche in bicicletta, voglio dire da una bicicletta all’altra gli uomini riescono a parlare. Ma che cosa si dicono? Che cosa hanno da dirsi? ( IS, p. 15 ).

Dato per scontato questo aspetto della comunicazione, il personaggio inizia un lungo monologo esterno. In altre parole, tutta la comunicazione avviene nella sua mente con pensieri che si inseguono e si rincorrono, ma sembra che pensi così forte che il suo pensiero diventa esterno a lui: ‘Certe Anime si riducono a una vita miserevole, mi dicevo, fanno proprio pena. È imbarazzante ragionare su queste cose e infatti gli uomini non ci ragionano quasi mai, si portano dietro la loro Anima ma non ne vogliono sentir parlare’ ( IS, p. 67 ). Malerba crede nel potere del pensiero perché è il solo a permettere agli esseri umani di scoprire cosa c’è dietro la realtà: ‘Con il pensiero si fanno miracoli. [...] quando sto con il pensiero addosso a una cosa io batto tutti’ e ‘ Dietro ogni cosa si nasconde quasi sempre qualcosa d’altro, mi pare che lo dicesse anche un filosofo greco famosissimo’ ( IS, pp. 134 and 141 ). Per limitare cioè la dispersione della realtà stessa:

Sono tutti cosí disinvolti a questo mondo, corrono tutti da una parte e dall’altra, fanno tanta confusione gli uomini e le donne e nessuno sembra preoccuparsi delle cose che sfuggono via, che svaporano. [...] Qui si tratta di conservare l’Universo, di fare in modo che non si disperda, che non svapori anche lui come tutto il resto. [...] Che cos’è la vita nostra? Un vapore che per poco appare e ben tosto si dissolverà (IS, p. 68).

Il personaggio è rosicchiato dai suoi pensieri come se fossero serpenti metaforici e ha bisogno di immaginarsi tutto dentro nel suo essere silenzioso perché la parola è imperfetta come mezzo di comunicazione: ‘Un serpente si è insinuato nel mio corpo, cammina, morde ora qui ora là’; ‘I mezzi di comunicazione sono infiniti e la parola è il mezzo meno perfetto. Il silenzio è perfetto’ ( IS, pp. 96 and 138 ).

Malerba è estremamente interessato al linguaggio e ama giocare con esso creando una serie di associazioni concentriche. Malerba crede che il linguaggio sia l'unico modo per compensare la dispersione della realtà. È difatti vero che le parole sono leggere:

Se la parola che arriva prende il volo, la parola successiva non può concatenarsi alla precedente ( che è volata via ) e, se la finestra è aperta, vola via anche lei. Piú di una volta avrai avuto occasione di vederla volteggiare sopra i tetti e le terrazze incatramate e poi allontanarsi in direzione Sud-Ovest, cioè in direzione del mare. Pura coincidenza? Ti sarai domandato. Chiudere la finestra non serve a niente altro che a creare confusione nella tua camera. Le parole scritte invece restano sulla carta, inchiodate lí senza scampo. Alla parola scritta puoi avvicinarti di faccia e di spalle, girarle intorno, catturarla e quindi rinchiuderla in un cassetto, tenerla nel portafoglio, puoi anche bruciarla se vuoi. Allora tieni la penna pronta, aspettala con pazienza e quando arriva saltale addosso prima che prenda il volo. Stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di una astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili ( IS, p. 205 ).

È proprio con questa leggerezza che si può affrontare e gestire la leggerezza della vita. La scrittura è un tentativo di fermare il volo delle parole sulla pagina. Non sono nulla e significano sempre qualcos'altro, ma sono comunque l'unico modo per trovare un significato:

Scrivere e poi ritrovare le parole lí sulla carta, una dietro l’altra, è una soddisfazione grandissima. Però se parlare è difficile, scrivere è ultradifficile. Non si sa mai da dove incominciare, e dove finire. In realtà non si dovrebbe né incominciare né finire perché le cose che succedono non succedono con un principio e una fine, si diramano in tutti i sensi e vicino a una cosa ne succede sempre un’altra e un’altra ancora, cosí le cose succedono in tutti i sensi e in tutte le direzioni e non puoi tenergli dietro con la scrittura e un mezzo per tenere dietro alle cose che succedono gli uomini non l’hanno ancora inventato. Io scrivo Miriam, ma non si tratta di Miriam, si tratta di una parola, di niente. Chi la legge non capisce. Allora cancello tutto e ricomincio da capo (IS, p. 200)

Questo è l'unico modo che il personaggio ha per trovare un equilibrio nel mondo che sembra ruotare intorno a lui e confonderlo: ‘Perché anche i discorsi sono portati a calare e allora bisogna esercitarsi per raggiungere l’equilibrio fra la spinta iniziale e la forza di gravità. [...] Io sono portato per il silenzio e il silenzio è nemico della parola’ ( IS, p. 193 ). Se vuole sopravvivere, il protagonista deve riportare tutto ciò che è reale alla sua immaginazione o addirittura cedere completamente il passo all'immaginazione per fermare la precarietà dell'esistenza. Per questo, inizia a immaginare una ragazza di nome Miriam che diventerà la sua amica (tra l'altro è già sposato) e lo aiuterà a indagare sugli strani eventi della vita, tra cui un omicidio. Ovviamente Miriam esiste solo nella mente del personaggio, ma lui non ci crede. La sua immaginazione è così forte che fa esistere davvero Miriam. La presenza di Miriam è solo una metafora per spiegare la disintegrazione a cui è soggetto l'essere umano moderno. Il personaggio non può più essere tale se la realtà non è tale e inevitabilmente si sente dissociato e sperimenta la propria alterità. In fondo, come scrive splendidamente Malerba, non importa se l'immaginazione umana produce persone inesistenti, purché queste persone aiutino gli esseri umani a sostenersi a vicenda nel continuo movimento della realtà:

Come si chiama il posto dove ti trovi? Non ha un nome, diceva Miriam, e se ha un nome non lo conosciamo, noi non sappiamo niente e non vediamo niente, ogni tanto qualcuno mette male il piede e precipita piú in basso, si sentono gli urli di quelli che cadono giú, poi non si sente piú niente perché si vede che cadono molto in basso. Cosí fanno posto ai nuovi arrivati. Per questo ci teniamo aggrappati l’uno all’altro, per non cadere giú, ma ogni tanto qualcuno cade lo stesso. Allora ci voltiamo da un’altra parte, prendiamo un’altra direzione. Ma dove andate, dicevo, perché non state fermi? Ci muoviamo sempre, diceva Miriam, ma non so che cosa andiamo cercando (IS, p. 183).

La realtà è fatta di probabilità e Malerba sottolinea molto spesso questo aspetto: ‘Ragioniamo. So che non è probabile. Ma è possibile. Dovrei riuscire a escludere la possibilità, ma c’è un solo modo e è un modo impossibile’ ( IS, p. 95 ). Tutte le probabilità derivano da quel movimento che rischia di inghiottire tutto e di portarlo alla fine. L'unica via d'uscita è l'ironia, anche se cade nella rete del nulla: ‘Tanto tutto finisce sempre, mi ero detto, e questo era il pensiero piú disperato che io avessi mai avuto. Però avevo detto va bene, andiamo’ ( IS, p. 101 ).

Attraverso il linguaggio e l'ironia, Malerba vuole sovvertire le categorie del reale. Il suo personaggio non riesce a far fronte all'impossibilità di comunicare e ai limiti delle parole, né al movimento centrifugo che gli impedisce di stabilirsi nella realtà; perciò punta al silenzio e all'oscurità:

Desidero il buio e il silenzio. Quando avrò il buio e il silenzio resterò immobile come una mummia, se è lecito il paragone. Il buio, il silenzio, l’immobilità. Vorrei trovare un posto silenzioso (perfettamente silenzioso) e buio ( perfettamente buio ). [...] Lí mi fermerò, nella immobilità sta la perfezione. [...] Devo cancellare tutto dalla mia mente e per cancellare c’è soltanto l’immobilità e il silenzio, che sono anche loro nell’ordine naturale delle cose come la musica e il pensiero. [...] Al buio. Non avere nessun desiderio, nessuno che parla e nessuno che ascolta, cosí al buio, con gli occhi chiusi ( IS, pp. 217-18 ).

Malerba sa che l'unico modo per farcela è avere un'ironia immaginativa capace di manomettere la realtà. La letteratura è un gioco in cui è possibile scomporre e ricostruire la realtà esattamente come la realtà scompone e ricostruisce gli esseri umani. La realtà esiste solo nella mente del personaggio e il suo unico scopo è quello di difendersi dall'accusa di non esistere, cosa che fa quando viene accusato dalla polizia di aver commesso gli omicidi. Egli è solo un interlocutore della trama linguistica messa in piedi da Malerba. L'unico omicidio del romanzo è quello contro la realtà e l'assassino è il linguaggio. Il personaggio ne è testimone e ha paura di essere coinvolto, perciò fugge e si rifugia nell'immaginazione, l'unico modo in cui può affrontare il potere del linguaggio. Malerba usa l'immaginazione e l'ironia ogni volta che vuole rappresentare l'altra faccia degli eventi. In altre parole, ogni volta che il lettore è sul punto di avvicinarsi alla realtà (a quello che il lettore, secondo il senso comune, crede sia l'unico finale possibile), Malerba devia e annulla il senso comune. In definitiva, Malerba è l'assassino della realtà e il beffatore di tutte le credenze su cui la realtà si basa. Pertanto, non dovrebbe sorprendere il lettore, come si sorprende il personaggio stesso, se, per un po', si crede che Miriam esista. Tutto è possibile nel romanzo moderno perché la struttura è spezzata, e quindi Malerba decide giustamente di divertirsi facendo un gioco e un nonsense della letteratura in cui il linguaggio padroneggia gli infiniti significati.

In Salto mortale Malerba insiste maggiormente sul linguaggio che diventa il vero distributore della struttura del testo e l'anonimo aggressore della grammatica. In sequenza, ci sono frasi collegate impropriamente abolendo, ad esempio, i pronomi relativi:

In certi casi la polizia usa il fazzoletto per non cancellare le impronte digitali sono molto importanti per trovare l’assassino ( SM, p. 29 ).

Non mi fido di me ti puoi fidare ( SM, p. 67 ).

Oppure c’è un abuso degli stessi: ‘Va bene una catena, dicevo, io non c’entro non voglio centrare con la quale’ ( SM, p. 214 ). Ci sono cambi improvvisi del soggetto nella medesima frase: ‘Chi è quel vecchio cioè chi era, che vita faceva quando ero vivo. Che cosa facevo quando eri vivo’ (SM, p. 121).

Salto Mortale è un altro giallo. Sembra infatti che a Malerba interessino i crimini: ‘Dietro ogni angolo ci può essere qualcuno che ti aspetta per darti una coltellata’ ( SM, p. 12 ). In realtà il crimine diventa il presupposto per un'indagine più ampia sull'eternità, sul parallelismo dell'esistenza e sulla probabilità della realtà:

MOLTE COSE NON SUCCEDERANNO MAI.

Alcune di queste cose potrebbero forse succedere un giorno con un po’ di buona volontà, uno sta lí e aspetta per generazioni e generazioni e invece non succedono (SM p. 19).

Chissà se esiste veramente questa eternità, non bisogna farsi troppe illusioni sulla morte, qualche risata ce la possiamo fare lo stesso.

PARLATE PARLATE

fintanto che siete vivi perché quando sarete morti non parlerete piú (SM p. 26).

Sono le simmetrie naturali, dicevo, ne succedono a milioni in tutto l’Universo, ci sarà probabilmente un altro Pianeta dove in questo momento due come noi stanno parlando di un taglietto al collo e lui sta dicendo sono le simmetrie naturali ne succedono a milioni in tutto l’Universo. ( SM, p.58 ).

Viene indagata anche la solitudine dell'essere umano che deve affrontare i cambiamenti della realtà, l'estraneità degli altri, la difficoltà di comunicazione e la forza del pensiero:

Questa è la bellezza che il pensiero ha una grande libertà di movimento in tutte le direzioni. Lo puoi guidare o lasciarlo andare, inseguirlo o tirartelo dietro come un cane al guinzaglio, con una piccola spinta può superare la velocità della luce, non scherziamo (SM p. 59).

Vedo il Mondo che cambia intorno a me, le case crollano, anche le città intere e se ne fanno delle altre al loro posto, gli uomini si sciolgono come bastoncini di liquirizia. Io sto qui e aspetto. Non dò fastidio a nessuno, sto zitto e immobile, nessuno si accorge di me. Gli uomini mi passano vicino e vanno tutti in qualche posto, si nascondono.

Non capisco piú come parlano che cosa dicono, sono diventati tutti stranieri questi uomini che mi stanno intorno, questi posteri. Ma che cosa diranno? (SM, p.70).

Come si vede, il ruolo del pensiero è la stessa tematica che c'era ne Il Serpente e sembra che i due romanzi siano collegati, ma evito la tentazione di fare collegamenti, perché Malerba mette in guardia il lettore: ‘I collegamenti fra un pensiero e un altro pensiero fateli voi se li volete fare’ ( SM, p. 60 ).

In Salto Mortale, quello che cambia è che il personaggio, che questa volta ha un nome, Giuseppe, sperimenta più di una dissociazione di se stesso. Durante la ricerca dell'assassino di un omicidio e nel tentativo di giustificarsi dopo essere stato accusato perché si trovava nelle vicinanze quando è avvenuto l'omicidio, Giuseppe incontra altre persone, un macellaio, un bagnino che si chiamano entrambi Giuseppe. Anche suo figlio, che nascerà nel corso del romanzo, viene chiamato Giuseppe dalla moglie (e lui non lo sa prima). Inoltre, la moglie cambia continuamente nome: a volte è Rosina, a volte Rosalba e così via. Lui stesso, in realtà, viene presentato al lettore come Giuseppe detto Giuseppe, come a dire che c'è già una dissociazione di base. Giuseppe teme più del suo predecessore la dirompenza della realtà che è come una ruota che gira continuamente:

È cosí che gira

LA RUOTA DELLA VITA.

Ma quale ruota? La ruota della vita ce n’è una sola. Allora non mi piace questa ruota. Le cose le vedo come vanno avanti tutte in fila una dietro l’altra e invece a un certo punto si mettono a correre, devi fare i salti mortali per non farti mettere sotto dalla ruota. [...] Non parliamone piú di questa ruota, lasciamola girare ( SM, pp. 147-51 ).

Malerba spiega le dissociazioni in questo modo: ‘TUTTI GLI UOMINI SI ASSOMIGLIANO, / i morti specialmente fra loro ma anche un vivo e un morto purché sia morto da poco’ ( SM, p. 153 ). Sembra dire che in questa dispersione umana sia facile scambiare una voce con un'altra, una persona con un'altra, un volto con un altro. La realtà è così alterata e si muove in così tante direzioni che è difficile averne una percezione chiara. Anche i pensieri possono sembrare carri armati, soprattutto se portano con sé significati pesanti:

Forse credo di vedere un carro armato e invece si tratta solo di un pensiero. Giuseppe, amico caro, guarda che

I PENSIERI NON FANNO RUMORE,

i pensieri non hanno il motore ( SM, pp. 163-64 ).

Le uniche vie di uscita sono ancora l’ironia e l’immaginazione: ‘La polizia dice adesso che abbiamo trovato gli occhiali / TROVEREMO ANCHE GLI OCCHI’ ( SM, p. 189 ). L'ironia, però, nasconde pirandellianamente una condizione più tragica che mette in serio dubbio il significato dell'essere umano:

Sto pensando a qualcosa ma sono pensieri incerti, non so con precisione che cosa vogliono dire. Forse mi dispiace. Non lascerò che il mio pensiero si disperda per cosí poco, devo tenerlo insieme a tutti i costi.

Sento qualche vuoto qua e là come se mi mancasse qualcosa. Invece ci sono ancora tutto, sei un uomo intero non ti proccupare. Va bene un uomo intero ma

A CHE COSA SERVE L’UOMO?

È utile a qualcuno? A chi? ( SM, p. 230 ).

Tutti i personaggi di Malerba si dissociano perché non riescono ad affrontare il proprio nulla, che è la loro caratteristica peculiare. Decidono quindi, paradossalmente, di condividere la loro inesistenza con altre persone per poter percepire se stessi. È proprio questa inesistenza, fortemente legata alla realtà dirompente in cui vivono gli esseri umani, la principale preoccupazione di Malerba. Egli ritiene che, in fondo, scrivere sia una vergogna perché il romanziere non potrà mai combattere l'assenza di vita né la solitudine generata da un mondo che non è più uno. I romanzieri sono vittime delle loro stesse illusioni, perché le opere di finzione che creano non possono riempire tutti i buchi lasciati aperti dalla dispersione e dalla disunione della realtà. Inoltre, aprono nuovi mondi che sono, allo stesso tempo, un modo per combattere la realtà ma anche un modo per creare altre illusioni e sogni.[3]

La funzione che gli scrittori hanno sempre avuto, è stata quella di servitori o di sciocchi come direbbe Manganelli, ma in passato hanno usato questo servilismo per raccontare storie per intrattenere prima la corte reale e poi la borghesia (a volte su commissione); nel Novecento i romanzieri, liberati dal giogo della servitù a qualcun altro, sono diventati servitori della realtà perché il loro scopo è quello di renderla comprensibile ai lettori; la realtà è sola quindi sono soli e sono vittime della stessa dispersione che cercano di interpretare. Ecco perché l'autore onnisciente non può più esistere: perché l'autore deve scomparire in quella realtà per poterla raccontare ai lettori. In sintesi, se da un lato Malerba è consapevole della vergogna e della difficoltà della scrittura, dall'altro è cosciente che la scrittura (quando è basata sull'ironia e sull'inventiva) è l'unica risposta possibile all'inafferrabilità della realtà e al servilismo della letteratura. Affinché quest’ultima possa avere qualche utilità. Il romanzo diventa così per lui un gioco, faticoso, di scomposizione e dissociazione che, unito all'ironia, rende Malerba originale e lo rende imbarazzato testimone, al di là di ogni sospetto, del crimine commesso dalla realtà contro il romanzo del Novecento. Oggi con la complicità delle IA.


Note 

 

[1] Luigi Malerba, Che Vergogna Scrivere ( Milano, Mondadori, 1996 ), pp. 59-60. D’ora in avanti abbreviato in CVS.

[2] Abbreviati in IS e SM

[3] Si veda: ‘Probabilmente sovrintende alla formazione del sogno lo stesso disegno imprevedibile della fantasia. Le immagini associate per contiguità, lontane dagli statuti retorici della consecutio, ci darebbero una conferma di questa affinità elettiva fra sogno e invenzione. [...] Il sogno esprime una lontananza ansiosa che portiamo dentro di noi e che sfugge ai riti di geometrizzazione e misurazione del mondo che impone l’invenzione letteraria. [...] C’è il rischio dunque di cadere, con la trascrizione, in un falso: le immagini del caos non sono raccontabili nel confortevole linguaggio comunicativo, né sarebbe il caso di mettersi a mimare il caos. [...] Il sogno si introduce nella nostra mente di soppiatto, spesso è ingombrante e progressivo, un ‘perturbatore della quiete’ che arriva improvviso come un colpo di vento. Non è discreto e tempista come i personaggi dei romanzi, che arrivano sempre al momento giusto, e non si conforma nemmeno alla casualità ristretta degli incontri sulla strada. [...] Qualunque sia la loro origine e i meccanismi che presiedono alla loro formazione, i sogni rispondono a una esigenza metafisica, sono una finestra aperta sulla parte invisibile e sconosciuta dell’universo’ in Luigi Malerba, Diario di un Sognatore, ( Torino, Einaudi, 1981 ), pp. 12-17.

 

Pubblicato il 08 giugno 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/