Una mattina qualunque, un bar in una delle piazze della mia città, un tavolino all'aperto.
Intorno, una calma apparentemente compatta; dentro, un turbinio di pensieri e emozioni che si contendono spazio. Una pressione sorda, solo chi l’ha vissuta sa di cosa si tratta, si affaccia prepotente dal fondo dello stomaco. Il corpo si irrigidisce e, nello stesso istante, nasce un impellente bisogno di muoversi. Il respiro accelera, ritmi incalzanti che sembrano risuonare con l’eco del caos interiore. Una lampadina si accende nella mente: “ E' l’ansia che sale”.
Questa volta no. Stavolta non mi freghi, non deflagri. “Respira. Guarda ciò che vortica dentro di te”.
Attesa e organizzazione si mescolano a cambiamenti, imprevisti e confusione; forze di rabbia, di amore, determinazione e volontà si accavallano, sembrano lottare per emergere. E così, il turbinio cresce: ansia. Stop. Respira. Ragiona.
Un foglio bianco, recuperato grazie alla gentilezza discreta di una cameriera, oltre a un caffè bollente, diventano alleati insperati. La mente è in tumulto, respira, ragiona: qual è, in fondo, il dominatore comune di tutte queste emozioni contrastanti? Respira, ancora. Dal profondo di questa confusione emerge una parola sola, netta: RAPPORTO.
Guardo il foglio, il respiro comincia a rallentare, la mano, quasi autonomamente, afferra la penna. Solo una parola cerchiata.
Scrivere "rapporto" è già un atto di scelta consapevole, perché quella parola non è neutra, né pacificata. È carica di significato, esigente: richiede relazione, misura, equilibrio. È uno dei grandi denominatori comuni della vita umana. Tutti noi navighiamo in un mare di rapporti: nei contesti lavorativi, nella sfera personale, nelle amicizie, nelle dinamiche familiari e amorose; esiste un rapporto con il mondo, con la natura, con la comunità e, infine, con il divino. E, ancor più importante, esiste un rapporto con se stessi.
E ora da dove comincio?
Casa, penne, libri, pc, telefono. L'inizio, si parte sempre dall'inizio.
"Rapporto" deriva dal latino "rapportare": il prefisso "re-" suggerisce un movimento di ritorno, di ricondurre; "portare" implica il trasporto, la conduzione verso. Rapportare non significa semplicemente accostare due elementi, ma stabilire una relazione che consenta comprensione e misura reciproca. In questo senso, la lingua latina, e la tradizione filosofica che ne è seguita, ci insegnano che il rapporto non è un’entità autonoma: esiste solo come atto relazionale, come movimento che rende le parti intelligibili l’una attraverso l’altra.
Qui, già emergono considerazioni fondamentali, ben note alla riflessione filosofica classica: non sono le cose isolate a produrre significato, ma il modo in cui esse si relazionano. Il concetto di rapporto precede la definizione, perché rende possibile il confronto; precede la misura, in quanto stabilisce i criteri di riferimento; e persino l’identità è concepita in rapporto a qualcosa d’altro. Questo principio si riverbera lungo la storia del pensiero occidentale.
Per i pitagorici, ad esempio, il principio di ordine dell’universo non è dato dalla quantità, ma dalla qualità delle relazioni. L’armonia musicale, nella loro concezione, nasce dalla proporzione tra le corde e non dal suono isolato. Analogamente, l’armonia del cosmo si manifesta attraverso relazioni misurabili tra le sue parti. L’idea che il reale è intelligibile perché fondato sull'interrelazione è un pilastro della filosofia.
Nel pensiero di Platone, il concetto di rapporto diventa una struttura tanto ontologica quanto politica. Nei suoi scritti, specialmente nel Timeo, Platone concepisce un cosmo che si costruisce tramite proporzioni, unite in un intrico di identità e differenza. Nella Repubblica, la giustizia non risponde a semplici uguaglianze aritmetiche, ma si fonda sull’equilibrio proporzionale tra le diverse parti dell’anima e della città, proponendo una visione che privilegia l’armonia rispetto alla mera uniformità. Platone suggerisce che il giusto non sia ciò che livella ogni differenza, ma piuttosto ciò che accorda le diversità in modo da mantenere un equilibrio vitale. Questa concezione trasmette l’idea che la giustizia è un’arte relazionale, dove la misura del giusto emerge dal dialogo tra le parti.
Emerge così la linea di pensiero che Aristotele approfondirà ulteriormente. Nella sua Ethica Nicomachea, Aristotele definisce la giustizia attraverso un prisma di proporzioni e analogie, affermando che il giusto sorge quando le relazioni tra soggetti, azioni e beni rispettano una misura adeguata. Qui, non esiste un’idea astratta di giustizia, ma un’idea situata, che cognizza il giusto in relazione a altri elementi nel contesto concreto. Questa misura non è rigidità normativa ma una forma di intelligenza situazionale, una comprensione della complessità delle interazioni umane.
La tradizione filosofica che si distende da Platone a Aristotele si estende attraverso i secoli. Matila C. Ghyka, nel suo studio “Le Nombre d’Or”, offre una lettura contemporanea del concetto di rapporto, ponendone in risalto la valenza esistenziale e naturale. Ghyka esplora come alcuni rapporti, in particolare il cosiddetto “rapporto aureo”, fungeranno da legge di organizzazione del vivente. Qui, ciò che è rilevante non si riduce al mero calcolo, ma si eleva a qualità relazionale. Ghyka evidenzia come il rapporto aureo possa essere visto non semplicemente come un valore matematico, ma come una condizione strutturale attraverso la quale il tutto non schiaccia la parte e la parte non dissolve il tutto. Questo modo di concepire l’armonia implica un equilibrio asimmetrico, dinamico, capace di sostenere la crescita senza frattura.
La bellezza, in questo contesto, diventa una necessità strutturale e non un decorativismo soggettivo. La qualità delle relazioni tra le parti porta a esiti visivi che appaiono armonici proprio perché quelle parti convivono in un rapporto che sostiene un equilibrio vivente. Il pensiero di Ghyka invita a riflettere sulla profondità e sulla complessità dei rapporti, chiedendo di pensare non solo in termini di relazioni numeriche, ma in termini di interconnessioni che danno vita a un’armonia tanto fragile quanto robusta.
In quest’ottica, la nozione di rapporto respinge tanto l’assolutismo, che rischia di eliminare le differenze, quanto il relativismo estremo, che può portare a una perdita di criteri e riferimenti. Pensare per rapporti significa abbracciare una logica della misura: non tutto è uguale, non tutto è arbitrario. In questo paradigma, l’equilibrio non è staticità, ma una tensione regolata che consente una danza tra le differenze.
Ricerca finita, ora comincia il lavoro vero, ora tutto questo sapere deve essere camminato, l'ansia ha trovato la sua forma. Recupero dalla borsa quel foglietto messo via in fretta dal bar, la parola “rapporto” si fa carico di una nuova consapevolezza. Non ha risolto ogni inquietudine, ma ha fatto ciò che una parola potente può fare, ha fornito struttura al caos, trasformando l’ansia in un pensiero articolato. Non ha semplicemente cancellato il turbinio, lo ha reso intelligibile, conferendo forma e significato. Da qui si parte, la ricerca del rapporto può rivelarsi non solo come un modo di comprendere il mondo ma come un modo di esistere, di abbracciare le complessità della vita e di trovare, in esse, armonia e bellezza… possibilmente senza ansia.