E’ venuto un tempo in cui si andava al cinema a vedere film distopici che descrivevano futuri oscuri e lontani nel tempo, Blade Runner (1982), Matrix (1999), A.I. - Intelligenza Artificiale (2001) solo per citarne alcuni; ma era ancora un tempo in cui la società si muoveva più lentamente, semplicemente vivendo il reale.
Oggi, però, che non si ammettono più limiti all’accelerazione, la realtà sociale, politica e individuale sembra quasi superare la fantasia; le distopie sembrano meno lontane di quanto avremmo creduto in passato. La sorveglianza digitale, il controllo delle informazioni, la manipolazione dei dati personali, la crisi climatica e le disuguaglianze sociali sono stringenti questioni attuali e non più geniali ipotesi futuristiche. Mentre all’epoca quei film venivano etichettati come fantascienza e vissuti come qualcosa che non ci apparteneva, entusiasti della nostra illimitata fede nel progresso tecnologico e nel benessere dell’umanità, oggi, che molte di quelle distopie sono diventate reali, come società e individui come le stiamo affrontando?
E’ da questa semplice osservazione, sulla realtà e sulla società attuale, che nasce l’intento di questo articolo: in quello precedente, Identità in crisi o Crisi di Identità, evidenziavo che la società occidentale attraversa oggi una soglia critica: non una semplice crisi, ma una condizione in cui l’individuo fatica sempre più a coincidere con il mondo che abita. In quell’articolo, però, la mia tesi era legata principalmente all’esperenzialità dell’individuo in relazione all’Intelligenza Artificiale: in questo articolo, approfondendo maggiormente il contesto sociale, è mia intenzione analizzare quelle che si potrebbero definire forme diffuse di estraneità sociale.
Premetto che non è mia intenzione trattare di Psicologia o di Scienza della Comunicazione o delle tante altre discipline che questo argomento implica: provo solo ad argomentare che non siamo fuori dalla società, ma immersi in essa a tal punto da non riconoscerla più come nostra. Le contraddizioni sociali non stanno scomparendo ma le stiamo interiorizzando; ciò che un tempo si manifestava come conflitto esterno si traduce, oggi in una forma diffusa di estraneità e questo testo, non nascendo come studio accademico, tenta di attraversare questa separazione.
L’ipotesi è che non si tratti di un disagio individuale, ma dell’effetto di una trasformazione storica più ampia — sociale, culturale e tecnologica — che ridefinisce le condizioni stesse dell’esperienza e rende sempre più difficile una coincidenza tra individuo e realtà. Questa non coincidenza della società, esistenziale, si manifesta in molte contraddizioni della vita reale: viviamo dentro sistemi e realtà sociali che critichiamo, ma da cui dipendiamo; sappiamo cose (crisi climatica, lavoro alienante, consumismo) che non affrontiamo nella pratica; costruiamo le nostre identità sempre più frammentate (online/offline, lavoro/vita, pubblico/privato) e siamo molto bravi ad ingannarci nel vivere un senso di completezza marginalizzando l’irrequietezza interiore.
Ma è sempre stato così? No, questa forma di estraneità non è universale, ma storicamente determinata. Nelle società tradizionali o premoderne, pur in presenza di minore libertà individuale, esisteva anche una minore estraneità: identità, lavoro, religione e appartenenza alla comunità costituivano un intreccio relativamente stabile, entro cui l’individuo trovava un orientamento già dato. Il senso del mondo non era oggetto di costruzione soggettiva continua, ma inscritto nelle strutture sociali stesse; allo stesso modo, i conflitti, pur presenti, non assumevano la forma di una frattura interna permanente.
Questo non implicava una maggiore armonia; le società premoderne erano attraversate da gerarchie rigide, esclusioni e forme di violenza, ma con una differenza fondamentale: l’individuo non era costretto a sostenere su di sé il compito di integrare dimensioni eterogenee e spesso contraddittorie della propria esperienza. In altri termini, la tensione tra le diverse sfere della vita non si traduceva sistematicamente in estraneità, perché era in larga misura assorbita e regolata dalle strutture sociali. Chiaramente i processi storici sono lunghi e possiamo inquadrare questa estraneità nel processo evolutivo individuando nella modernità, tarda modernità e contemporaneità i fattori chiave che hanno accompagnato il corso degli eventi.
Modernità
György Lukács, nella sua “Ontologia dell’essere sociale” ha sostenuto che “…l’estraniazione è un fenomeno dello sviluppo dell’essere sociale nella società umana in genere, indipendentemente dalle epoche storiche, anche se ciascuna epoca ha la sua forma di estraniazione, che è tanto complessa quanto sono complessi i rapporti sociali e umani all’interno di ciascuna società. È stato Marx uno dei più profondi analisti del fenomeno dell’estraniazione, che ogni estraniazione è un fenomeno che ha fondamenti socio-economici e, senza un netto cambiamento della struttura economica, nessuna azione individuale è in grado di mutare nulla d’essenziale in tali fondamenti”
Ai fini del nostro ragionamento questa affermazione di Lukács, che riprende le teorie di Marx, ci aiuta a comprendere l’inizio reale dell’estraniazione dal contesto sociale: se l’individuo è intrinsecamente un essere sociale, ovvero si realizza attraverso le relazioni, il lavoro, e le mediazioni storiche, nel momento in cui il mondo appare come cosa e non più come prodotto umano, il lavoro diventa astratto, le relazioni diventano funzionali – ovvero vissute come mezzi per l’utilità che ne deriva – e il mondo sociale viene vissuto come una realtà oggettiva a cui adattarsi, risulta evidente che l’individuo non si riconosce più nel mondo che lui stesso produce.
In sintesi la reificazione (Verdinglichung), come la identifica Lukács, definisce la condizione per cui, nella società capitalistica, le relazioni tra gli esseri umani vengono percepite come rapporti tra oggetti, acquisendo una parvenza di oggettività e necessità naturale che nasconde la loro origine sociale e storica.
Si potrebbe estremizzare il pensiero di Lukács affermando che se le relazioni diventano oggetti, nel tempo attuale, l’identità diventa una interfaccia che la rappresenta in modi diversi a seconda del contesto, modulandosi, adattandosi ma non integrandosi con la realtà? Siamo estranei perché viviamo simultaneamente in più realtà forse incompatibili tra di loro (digitale, economica, simbolica) dove l’estraneità non è marginale, è la forma normale dell’esperienza contemporanea
Tarda - Modernità
Inevitabilmente, il passo successivo del discorso è riscontrabile in Zygmunt Bauman (La società individualizzata); se in Lukács l’estraniazione nasce da strutture solide (lavoro, classe, istituzioni) in Bauman quelle strutture si sono dissolte: “Viaggiamo oggi senza essere guidati da alcuna idea della nostra destinazione, né alla ricerca di una «società buona» né speranzosi di arrivarvi prima o poi. Il moderno idillio con il progresso - con la vita che può e deve essere rifatta sempre «nuova e migliore» - non si è tuttavia concluso, né è probabile che si concluda molto presto. La modernità non conosce se non una vita «costruita»: la vita degli individui moderni è un compito, non un dato, un compito sempre incompleto e che richiede sempre più pena e sforzo. La condizione umana nella sua versione «tardo-moderna» o «post-moderna» ha reso tale modalità di esistenza sempre più invadente: il progresso non è più qualcosa di provvisorio che condurrà col tempo a uno stato di perfezione, uno stato cioè in cui tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto e in cui non si chiedono ulteriori cambiamenti, ma una condizione perpetua, il significato autentico dell'essere vivi."
Non esiste più, quindi, un criterio condiviso per valutare il progresso; questo, nella modernità contemporanea, è stato deregolamentato e privatizzato e oggi Bauman ipotizza che ogni individuo, con le proprie risorse, debba costruire autonomamente il proprio miglioramento, spesso nell’incertezza e nella fragilità. In un contesto di incertezza diffusa (Unsicherheit), che investe lavoro, relazioni e identità, il futuro perde stabilità e si riduce a una sequenza di episodi da gestire nel breve termine. La continuità e il senso cumulativo dell’esperienza si dissolvono, lasciando spazio a una vita frammentata, in cui strategie e progetti non possono che essere temporanei
Non siamo più solo estraniati dal mondo (Lukács), siamo privi di un mondo stabile a cui appartenere e, in questo contesto, l’individuo deve continuamente ricostruire se stesso ma ogni costruzione è temporanea, revocabile: Bauman ci definirebbe nomadi identitari, sempre adattati mai radicati, disallineati in un flusso continuo; è lo step successivo ovvero l’instabilità permanente dell’identità.
Contemporaneità
Il passaggio successivo, in cui siamo fatalmente immersi, viene ben rappresentato da Byung-Chul Han nella sua opera, La società della stanchezza, che radicalizza ulteriormente i processi di György Lukács e Zygmunt Bauman: “l’uomo contemporaneo è l’uomo della prestazione, è l’uomo dell’azione e dell’iperattività; a essere inapplicabile alla contemporaneità – e, per certi versi, a essere davvero pericoloso – è proprio il dispositivo della vita attiva e dell’azione come elemento davvero caratterizzante l’essere-nel-mondo”
Secondo Byung-Chul Han la perdita della facoltà contemplativa, che dipende non da ultimo dall’assolutizzazione della vita attiva, è corresponsabile dell’isteria e della nevrosi della moderna società dell’azione; la società della stanchezza sarebbe dunque caratterizzata da un cedimento e da un rifiuto nei confronti dell’iperattività che la società della prestazione e della performance richiederebbe agli individui per realizzare se stessi: la depressione e i disturbi neurologici (ma aggiungerei anche molte patologie) sarebbero il sintomo di una disfunzione epocale, fondata sulla responsabilità individuale, sull’angoscia della libertà, sulla depressione della flessibilità. Nei fatti Byung-Chul Han sposta il ragionamento all’interno dell’individuo: l’estraniazione che Lukács individuava nella frattura tra soggetto e mondo, Bauman nella dissoluzione delle strutture sociali, Byung-Chul Han la identifica con l’individuo che coincide con la propria prestazione diventando, contemporaneamente, soggetto e oggetto della pressione.
Il senso di estraneità verso la società assume, così, una forma paradossale: non ci sentiamo più estranei al sistema, ma a noi stessi, perché la complessità sociale è stata interiorizzata e perché non c’è più altro da cui essere estraniati; in questo senso, essa evolve da contraddizione oggettiva dell’essere sociale (György Lukács), a instabilità identitaria (Zygmunt Bauman), fino a una scissione interna invisibile (Byung-Chul Han), rivelando che non è l’individuo a essere incoerente, ma una società strutturata in modo tale da rendere impraticabile una reale coincidenza.
Questo senso di estraneità, mi piace pensare, non è solo il sintomo di una società contraddittoria, ma anche il dispositivo che consente agli individui di abitarla, quasi una tecnica di sopravvivenza sociale una forma di flessibilità adattiva; senza una certa separazione si potrebbe collassare sotto il peso della complessità e questo permette al sistema di funzionare senza dover risolvere le sue contraddizioni.
Ma chi paga di più il prezzo di questa estraneità? Per rispondere a questa domanda, in poche righe si deve necessariamente ricorre ad un piccolo schema: nella complessità sociale contemporanea l’estraneità è diffusa, ma varia lungo due assi: quanto sei esposto alle contraddizioni e quante risorse hai per gestirle; da queste due considerazioni emergono differenze strutturali.
Partendo dall’assunto che la separazione è distribuita in modo diseguale, ma non è evitabile, quello che cambia è se la controlli o se la subisci; le classi dominanti e le élite cognitive possono organizzare la propria frammentazione, selezionare i contesti e trasformarla persino in competenza adattiva, mentre le classi subordinate, in particolare quelle medio – basse, sono costrette a subirla tra immaginario (modelli di successo difficilmente raggiungibili) e realtà materiale, in un sistema che non offre più principi unitari di senso e trasforma le contraddizioni sociali in tensioni private.
A questa dinamica sociale si collega l’accelerazione del tempo; aumentando la flessibilità e l’adattabilità si moltiplicano gli stimoli e le decisioni che devono essere gestiti nello stesso intervallo di tempo e questo comporta che le esperienze diventano più brevi e sostituibili, le aspettative di risposta si accorciano, le strutture (lavoro, relazioni, identità) cambiano più rapidamente. Nei fatti il tempo è percepito come compresso e instabile e l’intensificazione delle tecnologie comprime ulteriormente l’esperienza nel presente, erodendo la continuità tra passato e futuro e rendendo sempre più difficile costruire forme stabili di identità e di senso.
In conclusione, se uniamo i tre passaggi sociologici descritti ovvero perdita del rapporto col mondo (Lukács), instabilità permanente (Bauman) e interiorizzazione della pressione (Han) otteniamo una società in cui la separazione non scompare, ma si sposta dentro gli individui, la coerenza è difficile da mantenere e l’estraneità diventa esperienza diffusa
Verrebbe logica la domanda: stiamo proprio messi male eh? No non stiamo necessariamente peggio di altre epoche; stiamo però in una condizione in cui dobbiamo riconoscere che c’è una crisi reale della forma dell’esperienza e facciamo fatica a capire come stiamo.