Il cervello elettronico non è soltanto una nuova tecnologia, ma un ambiente che ridefinisce le condizioni della percezione. L’intelligenza artificiale interviene a questo livello, modifica i rapporti tra i sensi, il ritmo dell’esperienza, le forme dell’attenzione. In questa prospettiva, il punto non è ciò che l’AI produce, ma ciò che rende possibile. McLuhan aveva già indicato questa torsione quando sosteneva che ogni medium altera la “scala e configurazione” dei rapporti umani, indipendentemente dai contenuti che veicola. L’AI porta questo processo oltre la dimensione percettiva, intervenendo nei meccanismi di selezione e decisione, l’ambiente mediale diventa in gran parte invisibile perché coincide con le condizioni stesse dell’esperienza.
Intervistare McLuhan oggi significa utilizzare il suo pensiero come strumento di lettura, la sua teoria consente di spostare l’attenzione dall’innovazione tecnologica alle trasformazioni strutturali che essa produce. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale viene descritta come insieme di strumenti o come promessa ideologica, McLuhan permette di riportare il discorso su un piano più radicale, quello dell’ambiente. Questo è particolarmente rilevante quando si lavora sulle immagini, sulla prova, sulla costruzione del reale. Se il medium è il messaggio, allora anche la verità non è mai indipendente dal dispositivo che la rende visibile. Nell’epoca dell’AI, interrogare McLuhan significa quindi riaprire una questione politica di fondo, chi organizza l’ambiente mediale determina ciò che può essere percepito, riconosciuto e, infine, creduto come reale.
1. Medium e mente
CAB: L’intelligenza artificiale è un nuovo linguaggio o un nuovo ambiente?
MARSHALL MCLUHAN: È un ambiente. I linguaggi sono soltanto ciò che vi circola dentro, come contenuti che distraggono dalla struttura che li rende possibili. È sempre così. Il contenuto agisce come un’esca, un pezzo di carne lanciato per distogliere l’attenzione dal vero movimento in atto.
Quando compare un nuovo medium, ciò che cambia non è ciò che diciamo, ma la forma stessa delle nostre relazioni. Il medium modella e controlla la scala, il ritmo, il tipo di associazioni che possiamo costruire. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non introduce semplicemente nuovi linguaggi; ridefinisce il campo in cui ogni linguaggio può emergere.
Un ambiente non si percepisce direttamente. È ciò che dà forma alla percezione senza apparire come oggetto. L’AI opera a questo livello, organizza pattern, stabilisce priorità, anticipa connessioni. Non è una voce tra le altre, ma il sistema che decide quali voci possono essere ascoltate.
Per questo ogni volta che la trattiamo come un linguaggio perdiamo il punto decisivo. Il linguaggio è figura; il medium è sfondo. E ciò che trasforma una cultura non è la figura, ma lo sfondo che la sostiene. Quando lo sfondo cambia, cambiano i rapporti tra i sensi, e con essi il modo stesso di pensare.
2. Estensioni e amputazioni
CAB: L’automazione cognitiva impoverisce o potenzia l’umano?
MARSHALL MCLUHAN: Ogni tecnologia è un’estensione del corpo e del sistema nervoso, ma ogni estensione comporta una forma di auto-amputazione. È una condizione fisiologica. Quando esternalizziamo una funzione, la sottraiamo al campo della percezione diretta. L’occhio potenziato perde altre forme di sensibilità; la memoria delegata smette di esercitarsi. È il prezzo dell’equilibrio, il corpo si protegge dall’eccesso di stimolo anestetizzando ciò che non può più controllare.
L’automazione cognitiva segue la stessa logica. Estende la capacità di calcolo, di previsione, di riconoscimento; ma nello stesso movimento rende meno necessaria la partecipazione attiva a questi processi. Non perdiamo semplicemente una funzione; perdiamo la consapevolezza della sua perdita. È ciò che ho chiamato narcosi: l’uomo si innamora delle proprie estensioni e, in questo amore, diventa cieco ai loro effetti.
Quando il sistema nervoso viene proiettato all’esterno, come accade con le tecnologie elettroniche e oggi con l’intelligenza artificiale, si produce una forma di auto-amputazione più radicale. È come se l’organismo non potesse più sostenere l’intensità dell’ambiente che ha creato e decidesse di spegnere alcune delle proprie capacità per sopravvivere.
Il punto è che avviene al di sotto della soglia della coscienza. L’estensione è visibile, celebrata, misurabile; l’amputazione è silenziosa. E proprio per questo è più decisiva.
3. Tribù e distanza
CAB: L’AI ci riporta a una dimensione tribale?
MARSHALL MCLUHAN: La simultaneità elettronica è sempre tribale. Quando lo spazio collassa e il tempo si contrae, l’esperienza torna a essere condivisa, immersiva. Tutto accade nello stesso momento e ogni evento risuona ovunque, come nel villaggio acustico, dove nulla resta isolato e ogni azione coinvolge l’intero campo sociale. Le tecnologie elettriche hanno già esteso il sistema nervoso su scala globale, creando quella che ho chiamato interdipendenza elettronica; una condizione in cui il mondo si riorganizza come un villaggio globale.
Ma questa tribalità non è un ritorno alle forme originarie. Non nasce da prossimità fisica o da relazioni organiche; è prodotta da un ambiente tecnico che connette tutto a distanza. È una tribalità senza corpo, fatta di risonanze più che di presenze. Nel villaggio tradizionale, la partecipazione era totale perché inevitabile; qui è totale perché programmata.
E questo cambia la natura stessa del legame. La simultaneità intensifica le relazioni, ma non le armonizza. Anzi, quando le distanze scompaiono, le frizioni aumentano. Il villaggio globale non è un luogo di consenso; è uno spazio di contatto continuo, spesso abrasivo, dove ogni differenza è immediatamente esposta.
L’AI porta questo processo a un ulteriore livello. Non si limita a connettere; organizza le connessioni. Non solo mette tutti in relazione, ma stabilisce le condizioni in cui questa relazione avviene. La nuova tribalità non è semplicemente condivisa, è modulata. E ciò che chiamiamo comunità diventa sempre più una configurazione del medium, non un fatto umano originario.
4. Forma, dato, percezione
CAB: L’AI produce conoscenza o rumore?
MARSHALL MCLUHAN: Produce entrambe le cose nello stesso istante, perché non esiste segnale senza ambiente. Il punto è la forma che la rende percepibile. Ogni medium riorganizza i rapporti tra i sensi; quando questi rapporti vengono saturati, ciò che chiamiamo informazione scivola verso il rumore.
L’AI accelera questo processo. Non aggiunge semplicemente dati, ma intensifica la simultaneità, comprime le distanze, moltiplica le connessioni. In un simile ambiente, la distinzione tra conoscenza e rumore non è più intrinseca al contenuto; dipende dalla capacità di riconoscere pattern. Senza forma, il dato resta indifferenziato. È come una radio che trasmette tutte le frequenze insieme, non manca il segnale, manca la sintonizzazione.
La soglia percettiva diventa allora il vero campo di gioco. Non è una soglia individuale, ma ambientale. Ogni medium stabilisce cosa può essere distinto e cosa resta confuso. Quando il medium è elettrico, e ancor più quando è computazionale, tutto tende a presentarsi nello stesso tempo. La simultaneità è tribale; tutto risuona con tutto. In queste condizioni, il rumore non è un errore del sistema, è il suo stato naturale.
La conoscenza emerge solo quando interviene una forma che seleziona, ritaglia, mette in relazione. Non è un prodotto automatico dell’accumulo, ma un effetto di configurazione. Per questo l’artista, o chi opera sul montaggio, resta una figura decisiva, introduce differenze dove il medium tende all’indifferenza. L’AI, portata all’estremo, non distingue più tra segnale e rumore; li contiene entrambi.
5. Etica del medium
CAB: Dove si colloca l’etica nell’era dell’AI?
MARSHALL MCLUHAN: L’etica sta nella struttura che lo rende possibile. È un errore tipico delle culture alfabetiche cercarla nei contenuti, come se il significato fosse una proprietà delle parole. Ma ogni medium è un ambiente, e gli ambienti operano prima del giudizio, prima dell’intenzione. Non persuadono, configurano.
Nell’era dell’intelligenza artificiale questo diventa evidente. Non siamo di fronte a un insieme di enunciati più o meno corretti, ma a un sistema che seleziona, ordina. L’etica si sposta allora sul piano delle condizioni operative, quali forme di attenzione vengono privilegiate, quali relazioni rese possibili, quali esclusioni rese invisibili. Il problema non è ciò che l’AI dice, ma ciò che rende dicibile.
Ogni medium introduce un rapporto tra figura e sfondo. Il contenuto è figura; l’ambiente resta sullo sfondo e tende a sfuggire. È lì che si colloca l’etica, perché è lì che si stabiliscono le soglie della percezione. Quando un ambiente mediale diventa totale, non viene più percepito come tale. In quel momento, l’etica non può limitarsi a regolare i contenuti; deve rendere visibile lo sfondo.
Per questo insisto sul montaggio, sull’interruzione, sulla costruzione di anti-ambienti. Non sono tecniche estetiche, ma strumenti di consapevolezza. Permettono di sottrarre il medium alla sua invisibilità, di trasformarlo da condizione implicita a oggetto di percezione. Senza questa operazione, ogni discorso etico resta superficiale, perché interviene su ciò che appare, lasciando intatto ciò che determina l’apparire.
Breve biografia dell’autore
Marshall McLuhan (1911–1980) è stato un filosofo, critico letterario e teorico dei media canadese, considerato tra i fondatori degli studi sulla comunicazione contemporanea. Nato a Edmonton, in Canada, studiò prima all’Università del Manitoba e poi all’Università di Cambridge, dove si formò nell’ambito della letteratura inglese e del New Criticism.
Dopo aver insegnato negli Stati Uniti e in Canada, dal 1946 fu docente all’Università di Toronto, dove sviluppò gran parte del suo lavoro teorico e fondò il Centre for Culture and Technology.
Negli anni Sessanta divenne una figura centrale nel dibattito culturale internazionale grazie a opere come Understanding Media e The Gutenberg Galaxy. In questi testi elaborò concetti destinati a diventare fondamentali, tra cui “il medium è il messaggio” e “villaggio globale”, con cui descriveva l’impatto delle tecnologie comunicative sulla percezione e sull’organizzazione sociale.
La sua ricerca ha anticipato molte dinamiche della società digitale, mostrando come ogni tecnologia non sia solo uno strumento, ma un ambiente che ristruttura il modo di pensare e di vivere. Morì a Toronto nel 1980, lasciando un’eredità teorica che continua a essere riletta alla luce delle trasformazioni contemporanee.
IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.
Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.
L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.