Go down

Le luci di Bangla Road sembrano un incendio che non si spegne mai

Che significa fare il flâneur in un mondo globalizzato? Oggi andiamo in Thailandia.


Non cerco il paradiso, non mi interessa la spiaggia perfetta, né l’alba fotografata da mille influencer. Vado a Phuket come vado ovunque: a piedi, senza orari, con lo sguardo basso ma attento, come chi cerca non ciò che brilla, ma ciò che vibra. E Phuket, per chi sa guardare, vibra, anche nelle sue contraddizioni più stridenti.

La mattina comincia a Phuket Town, lontano dal frastuono delle spiagge. Qui, il tempo sembra essersi impigliato tra le facciate color pastello di edifici che parlano un linguaggio ibrido: colonne neoclassiche si fondono con tetti a pagoda cinesi, decori in stucco con motivi floreali si alternano a persiane verdi di legno marcito. È l’eredità dei Baba-Yaya, discendenti di mercanti cinesi e donne thailandesi, che nel XIX secolo costruirono una Phuket ricca di stagno, spezie e cultura meticcia.

Mi fermo davanti al Sino-Portuguese Building, all’angolo tra Phang Nga Road e Soi Rommanee. Le sue pareti rosa tenue, le finestre ad arco e i balconcini di ferro battuto sembrano usciti da un racconto di Maugham, ma la porta è aperta su un caffè moderno con Wi-Fi e avocado toast. Dentro, una ragazza tatua sul braccio un dragone cinese, mentre un turista tedesco sorseggia un flat white, molto popolare qui, un doppio caffè espresso con latte vaporizzato. La storia non è scomparsa: si è semplicemente adattata.

Cammino fino al Thai Hua Museum, un’ex scuola cinese trasformata in spazio culturale. Il cortile interno è silenzioso, circondato da portici con colonne rosse. Sulle pareti, foto in bianco e nero mostrano minatori con il viso coperto di polvere, donne che preparano spaghetti di riso fermentato, processioni di spiriti con maschere grottesche. Un anziano custode, seduto su uno sgabello, mi porge un opuscolo in inglese con un sorriso stanco: «Qui si ricorda. Fuori, si dimentica».

Torno verso Thalang Road, cuore pulsante del centro storico. I negozi di artigianato vendono lanterne di seta, borse di tela stampate a mano, scatole di tè al gelsomino. Ma tra i turisti in infradito, noto una donna anziana seduta su una stuoietta, con un cesto di fiori di gelsomino intrecciati. Si chiama Noi. Ha ottant’anni e prepara phuang malai – le piccole ghirlande sacre - da quando aveva dodici anni. «Le offro al tempio ogni mattina - dice - non per pregare, ma per ringraziare. La vita è ancora qui, vedi»? Indica il petto con una mano tremante. Compro due ghirlande. Una la lascio sul davanzale di un tempio buddista poco distante. L’altra la tengo in tasca, come un talismano. 

Il pomeriggio lo trascorro a Patong Beach, non perché mi attragga, ma perché è qui che il cuore di Phuket batte più forte, anche se forse non più sano. L’arenile è una lunga distesa di sabbia dorata, ma affollata, stretta tra grattacieli di hotel, massaggiatori ambulanti e venditori di occhiali contraffatti. Le palme sembrano scenografie, piantate apposta per dare un’illusione di tropico. 

Passeggio lungo la spiaggia, i piedi affondano nella sabbia calda. Vicino al molo, un gruppo di ragazzi thailandesi gioca a calcio. Più in là, una coppia di pensionati russi si fa fotografare con un pappagallo sul braccio. Tutto è superficie, ma non per questo privo di umanità.

Mi allontano dal bagnasciuga e mi infilo nelle strade parallele alla spiaggia. Qui, tra negozi di souvenir e agenzie di diving, noto un edificio in rovina: un vecchio cinema degli anni ‘70, con la facciata coperta di graffiti e le lettere “Siam” ancora visibili sopra l’ingresso. Una porta è socchiusa. Entro. Dentro, poltrone sfondate, schermi strappati, un proiettore arrugginito. Sulle pareti, poster sbiaditi di film thai dimenticati. Un uomo sta spazzando il pavimento. Si chiama Manit, era il proiezionista. «Chiudemmo nel 2003 – racconta - adesso la gente guarda Netflix. Ma a me manca il buio, il silenzio prima del film, il rumore del nastro». Mi offre una Coca-Cola calda da una macchinetta arrugginita. «Resta quanto vuoi. Tanto nessuno viene più».

La sera arriva presto, e con essa la metamorfosi. Patong si veste di luci al neon, musica assordante, grida, risate, profumo di carne alla griglia e alcol dolciastro. Bangla Road — un’unica strada, poco più di 400 metri — diventa il cuore pulsante e rumoroso del divertimento thailandese per stranieri. È qui che Phuket diventa quello che forse l’ha resa maggiormente famosa, l’industria del divertimento. Come altrove, nella terra del sorriso, dove praticamente ogni città ha una sua zona rossa dedicata ai piaceri del sesso. Ecco, in questo Phuket mi sembra un po’ Pattaya, ma una Pattaya che un po’ se la tira. Atmosfera leggermente meno sguaiata, prezzi decisamente più alti di ogni altro posto che abbia visitato in Tailandia, una sorta di autorappresentazione che vuole puntare alle fasce più danarose del turismo da parte dei cosiddetti farang, gli stranieri che frequentano questa parte del Sud-est asiatico.

Cammino lentamente, come chi osserva un carnevale dal bordo. Luci lampeggianti, ragazze in tacchi altissimi e costumi sgargianti, turisti con il torace nudo e braccialetti di plastica colorati, bar che offrono “lady drinks” a 100 baht, musica techno che si mescola a cover di Elvis e Beyoncé. Ogni metro è un’attrazione: uomini che ballano su palchi rialzati, venditori di scorpioni fritti, cartelli che promettono “Go-Go Show! Every Night!”.

Eppure, tra il caos, noto dettagli umani. Una ragazza seduta su uno sgabello fuori da un bar, con il trucco pesante ma lo sguardo spento, fuma una sigaretta in silenzio. Mi sorride appena, senza parole. Più avanti, un anziano thailandese vende fiori di loto a turisti ubriachi che li lanciano in aria come coriandoli. Nessuno sembra rendersi conto che quei fiori sono offerte sacre.

Mi fermo a un chiosco di “mango sticky rice” (piatto molto comune ed economico, mango con riso appicoso e latte di cocco) gestito da una coppia di coniugi del nord. Lui, con la camicia a fiori e i capelli bianchi, mi dice: «Questo posto non è Thailander. È Disneyland con whisky». Ride, ma non con cattiveria. «Mangia. Almeno il riso è vero». 

Più tardi, mentre la folla si infittisce, mi siedo su un gradino fuori da un tempio buddista minuscolo — sì, esiste anche qui - schiacciato tra due bar. Un monaco giovane, scalzo, mi porge una bottiglia d’acqua. «Tu non sei come gli altri - dice in un inglese semplice - Tu guardi.” Non rispondo. Guardare è l’unica preghiera che conosco.

L’alba a Phuket è grigia, umida, carica di quell’odore di sale e asfalto bagnato che precede il caldo tropicale. Mi avvio al molo di Rassada con uno zaino leggero e un biglietto per le isole Phi Phi, un arcipelago formato da sei isole, ma di fatto dominato da due: Koh Phi Phi Don, l’unica abitata, e Koh Phi Phi Ley, la più celebre, spettacolare e paradossalmente anche la più fragile.

Il traghetto parte alle 8:15. In due ore di navigazione, il mare cambia colore cinque volte: da un grigio opaco a un verde smeraldo, poi a un azzurro elettrico, infine a un blu così profondo da sembrare notturno. A metà percorso, il motore rallenta. Il capitano indica a tribordo una sagoma affilata che emerge dall’acqua come un dente di drago: si tratta di Bida Nok. I turisti sul ponte scattano foto con i teleobiettivi, ma nessuno scende: non si può. Queste isole non sono per i piedi, ma per gli occhi.

Poco dopo appare Koh Phi Phi Ley, un anello di scogliera calcarea che circonda una laguna interna, Maya Bay, chiusa al pubblico dal 2018 per permettere ai coralli di rigenerarsi. Ora, finalmente, si intravedono i primi segni di ripresa: il fondale ha di nuovo sfumature di rosso e viola, segno che i coralli stanno ricrescendo. La barca si avvicina lentamente, senza attraccare. Un ranger in uniforme verde sorveglia da una postazione di legno sospesa su palafitte. «Solo osservazione - dice in inglese a chi osa chiedere. Niente passi. Solo sguardi». 

Poi, dietro una curva improvvisa della costa, ecco Koh Phi Phi Don, un istmo sottile di sabbia dorata che collega due colline coperte di giungla fitta. Da lontano, sembra un fiore galleggiante, e forse lo è, per un istante. Ma appena attracchiamo al molo principale, la realtà si impone: musica, venditori, moto d’acqua che sfrecciano come vespe, turisti con costumi fluorescenti e zaini impermeabili.

Eppure, Phi Phi Don non è solo questo. Basta allontanarsi di poche centinaia di metri dal molo, salire lungo i sentieri che costeggiano la baia di Ton Sai, per ritrovare un silenzio quasi primordiale. Le strade sono ripide, pavimentate alla meglio con lastre di cemento rotte. Le case sono appollaiate sulle pendici, costruite con legno di teak e lamiera ondulata, spesso senza acqua corrente né rete fissa. Qui vivono pescatori, cuochi, conducenti di longtail boat, insegnanti di yoga arrivati vent’anni fa e mai più partiti. 

Cammino verso Long Beach, a sud dell’isola. Il sentiero è ombreggiato da alberi di banano e fiori di ibisco selvatico. A metà strada, un ruscello taglia la via: ci passo sopra con un salto, e noto tracce di granchi di terra, rosso acceso, che scompaiono tra le radici. Arrivo alla spiaggia nel primo pomeriggio. Il mare è una lastra di vetro. Non c’è nessuno. Solo un vecchio pescatore sta riparando una rete sotto un albero di tamarindo. “Qui venivano in cinquecento al giorno, una volta”, mi dice quando mi siedo accanto a lui. “Ora? Dieci, forse venti. Meglio così. Il mare ha bisogno di pace.

Più tardi, salgo al Phi Phi Viewpoint, una collina che domina l’istmo. Da lassù, l’isola appare nella sua fragilità: un nastro di sabbia stretto tra due montagne verdi, circondato da un mare che sembra tenerla in equilibrio. Si capisce, da questa altezza, quanto sia precaria la convivenza tra uomo e natura. Ogni hotel, ogni barca, ogni doccia calda consumata dai turisti ha un peso. Eppure, la bellezza resiste — non perché sia invincibile, ma perché qualcuno ancora la cura.

Al tramonto, torno al molo. Sul traghetto di ritorno, il cielo si tinge di rame. Guardo Phi Phi Don allontanarsi, le luci dei bar che si accendono una dopo l’altra, come stelle premature. Più in là, Phi Phi Ley scompare nella penombra, silenziosa, intoccabile, quasi mitologica.

Phuket non è un luogo. È uno specchio. Riflette ciò che cerchi: fuga, desiderio, distrazione, o forse solo un po’ di silenzio tra due caos.

Ho camminato tra edifici che raccontano storie di diaspora e ricchezza, tra strade che urlano e altre che sussurrano. Ho visto donne che vendono fiori sacri accanto a ragazze che vendono sguardi, monaci che pregano mentre la techno pompa a pochi metri. Ho mangiato riso vero, bevuto whisky finto, e ho capito che la bellezza non è mai pura — ma forse è proprio questa impurità a renderla reale.

Torno a Phuket Town l’ultima sera. Passeggio ancora una volta per Thalang Road, ormai deserta. Una luna piena illumina le facciate rosa. Il Siam Cinema è chiuso, ma le luci di Bangla Road brillano in lontananza, come un incendio che non si spegne mai.


 

Pubblicato il 29 settembre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer