Go down

Il ritardo della coscienza morale rispetto alla potenza delle nostre azioni

Di solito immaginiamo un gesto, una persona che lo compie, qualcuno che ne subisce le conseguenze. La distanza tra questi elementi resta abbastanza breve da permettere alla coscienza di tenerli insieme. Nel danno ambientale possono trascorrere decenni e gli effetti attraversano territori e generazioni.

La potenza delle nostre azioni si è allungata, la coscienza morale è rimasta più vicina.

Da questo ritardo prende avvio il documento pubblicato nel 2026 dalla Commissione Teologica Internazionale, Prendersi cura della nostra Casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario. La Commissione propone di parlare di «peccato contro il creato e contro il Creatore». Il testo è stato approvato dai suoi membri e autorizzato alla pubblicazione dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede dopo essere stato sottoposto a Leone XIV.

La cautela con cui la proposta viene avanzata merita attenzione. La Chiesa sta cercando le parole con cui riconoscere una responsabilità già presente.

Il peccato è il nome teologico di una libertà che, inseguendo un bene parziale, deforma le relazioni da cui riceve la vita. Il peccato contro il creato appare quando comprendiamo che la nostra potenza di agire ha raggiunto persone, esseri viventi e tempi che la nostra coscienza morale non aveva ancora imparato a considerare come prossimi.

Il percorso era cominciato molto prima. Giovanni Paolo II aveva parlato di un grave peccato contro l’ambiente naturale. Nel 2019 il Sinodo sull’Amazzonia aveva proposto la formula peccato ecologico, riferendola alle azioni e alle omissioni contro Dio, il prossimo, la comunità e l’ambiente. Poco dopo, Francesco aveva detto che si stava pensando di introdurla nel Catechismo. Aveva usato anche il termine ecocidio per le forme più estese di contaminazione e distruzione degli ecosistemi.

Ogni parola illuminava una parte del problema. Ecocidio rendeva percepibile la gravità materiale della distruzione. Peccato ecologico portava quella distruzione dentro la coscienza. La Commissione preferisce ora peccato contro il creato e contro il Creatore. Nella sua prospettiva, ambiente e creato non sono sinonimi. L’ambiente può essere descritto come l’insieme delle condizioni nelle quali viviamo. La parola creato aggiunge un’origine, un affidamento e il rapporto con Dio.

La differenza riguarda anche il senso della colpa. Una foresta distrutta è un danno alla natura, per il credente è anche una ferita nel rapporto con ciò che gli è stato affidato. Le conseguenze raggiungono altri esseri umani, soprattutto i più poveri e chi verrà dopo.

Nel documento queste tre relazioni con Dio, con il prossimo e con il creato si sostengono a vicenda. Il peccato le compromette insieme.

Perché è stato necessario tanto tempo per arrivare a questa formulazione?

La distruzione di una foresta, l’inquinamento di un fiume e l’impoverimento di un terreno erano visibili anche prima. Ciò che tardava a formarsi era una coscienza adeguata alla loro estensione. Il danno poteva apparire come il prezzo dello sviluppo, una conseguenza collaterale. Le persone colpite erano lontane e quelle future non avevano ancora una voce. La natura restava sullo sfondo, disponibile.

Il documento individua tre cambiamenti che hanno modificato questa situazione:
- È diventato meno immediato guardare la natura come creazione.
- L’essere umano ha collocato se stesso e i propri prodotti al centro del mondo.
- La tecnica gli ha infine consegnato una capacità di trasformazione planetaria sconosciuta alle epoche precedenti.

Da allora anche un gesto compiuto in un luogo può partecipare a conseguenze che emergono altrove e molto tempo dopo.

Hans Jonas aveva posto il problema alla fine degli anni Settanta. La maggior parte delle etiche ereditate dal passato era nata in un mondo nel quale l’azione umana incideva soprattutto sulla cerchia vicina. La natura sembrava abbastanza vasta da assorbire ciò che le facevamo. La tecnica ha modificato quella condizione. Oggi possiamo alterare la biosfera, esaurire risorse, lasciare scorie che dureranno più delle istituzioni che le hanno prodotte. Jonas comprese che il nuovo potere richiedeva una responsabilità rivolta alla continuità della vita e alle generazioni future.

Questo è il punto sul quale la coscienza arriva in ritardo. Continuiamo a valutare molte azioni in base alle intenzioni immediate e agli effetti che possiamo vedere. Intanto quelle azioni entrano in sistemi capaci di moltiplicarle. Una scelta di consumo, una politica energetica, il modo in cui viene progettata una filiera o sfruttata una miniera producono conseguenze che nessuno dei partecipanti controlla interamente.

La distanza rende più facile sentirsi estranei. Il singolo contributo sembra troppo piccolo. L’organizzazione rimanda al mercato, il mercato alle preferenze dei consumatori, i governi alla necessità della crescita. Ognuno può descriversi come una parte marginale di un processo molto più grande.

La Commissione affronta questa difficoltà ricorrendo alle nozioni di peccato sociale e di strutture di peccato. Il danno ambientale coinvolge stili di vita, sistemi economici e decisioni pubbliche. Riguarda anche chi, avendo autorità e mezzi per intervenire, sceglie di non farlo. La Casa comune entra così nel bene comune e la responsabilità personale viene collocata dentro le condizioni sociali che ne ampliano gli effetti.

Resta un passaggio delicato, se ogni abitante del pianeta partecipa al problema, diventa facile concludere che nessuno ne risponda davvero. Il documento distingue allora le posizioni. Paesi, imprese e gruppi sociali hanno contribuito in misura diversa al deterioramento. Hanno ricevuto benefici diversi e possiedono possibilità diverse di cambiare le cose. La giustizia ambientale deve tenere conto di queste differenze. Chiede di più a chi ha danneggiato di più e a chi dispone di maggiore potere.

Il peccato contro il creato può nascere da un atto preciso oppure dalla continuità di gesti ordinari. Può dipendere da ciò che facciamo e da ciò che lasciamo accadere. Coinvolge la libertà personale, pur attraversando strutture che nessuna persona ha costruito da sola.

Anche la vittima cambia. Il prossimo, nella tradizione morale, ha spesso un volto. Può chiedere aiuto, raccontare la propria sofferenza, accusare chi gli ha fatto del male. Le generazioni future entrano nella relazione da una posizione diversa: riceveranno le conseguenze senza avere partecipato alle decisioni. Dipenderanno dalla nostra capacità di immaginare oggi le condizioni della loro vita.

Quando la Chiesa dà un nome al peccato contro il creato, quel nome rischia di diventare una nuova pietra. È facile usarlo per indicare i colpevoli: le imprese, i governi, i paesi più ricchi, i consumatori meno responsabili. La frase di Gesù interrompe questo gesto. «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra» non cancella le differenze di responsabilità e non rende irrilevante il male compiuto. Ricorda che nessuno giudica la crisi ecologica da un luogo completamente esterno. Abitiamo le stesse strutture, partecipiamo ai loro benefici e contribuiamo, in misura diversa, alla loro durata. Il nome del peccato acquista allora un significato diverso: non serve a separare gli innocenti dai colpevoli, ma a rendere visibile una relazione ferita e la parte che ciascuno ha avuto nel ferirla.

Il Sinodo sull’Amazzonia aveva definito il danno ambientale un «peccato contro le generazioni future». La Commissione riprende quella formulazione e collega la destinazione universale dei beni alla conservazione del pianeta. I beni del creato devono restare disponibili anche per chi abiterà la Terra dopo di noi e per il fiorire della vita nelle sue diverse forme.

Il futuro acquista in questo modo una presenza morale, rimane sconosciuto nei suoi dettagli, eppure comincia a porre un limite alle decisioni del presente. Le persone che verranno non possono indicare quali foreste avrebbero voluto attraversare, quale clima avrebbero considerato abitabile o quali specie avrebbero desiderato conoscere. Possiamo almeno evitare di consegnare loro un mondo nel quale quelle possibilità siano già state cancellate.

La riflessione di Kant sul giudizio aiuta a capire: a volte disponiamo della regola e la applichiamo al caso. Altre volte incontriamo casi che chiedono una regola ancora assente. Kant chiama riflettente questo secondo movimento del giudizio: parte da ciò che accade e cerca l’universale capace di comprenderlo.

Il percorso della Chiesa presenta qualcosa di analogo. Prima sono venuti i danni, le testimonianze delle popolazioni indigene, gli studi sul clima, la perdita di biodiversità, l’esperienza di territori diventati inabitabili. Le parole disponibili riuscivano a descrivere singoli aspetti: reato, spreco, ingiustizia, sfruttamento. Il giudizio ha cominciato a cercare una forma più ampia della responsabilità.

Le espressioni che si sono succedute conservano la traccia di questa ricerca, nessuna è comparsa dal nulla, ciascuna ha raccolto elementi già presenti nella tradizione cristiana e li ha disposti davanti a una realtà che aveva assunto dimensioni nuove.

La custodia del creato, il dovere verso il prossimo, la destinazione universale dei beni e la condanna dell’avidità hanno cominciato a convergere sulla stessa esperienza.

Bergson descrive un movimento simile quando osserva che una possibilità nuova diventa pensabile pienamente dopo la sua realizzazione. A quel punto la proiettiamo nel passato e ci sembra che sia sempre stata disponibile. La sua evidenza attuale nasconde il tempo durante il quale non riuscivamo ancora a pensarla.

Potrebbe accadere anche con il peccato contro il creato. Tra qualche anno ci sembrerà forse ovvio che si possa offendere chi verrà dopo di noi consumando le condizioni della sua vita. Oggi assistiamo ancora al lavoro necessario per rendere pensabile questa responsabilità. Il danno ha preceduto il nome, la coscienza tenta di raggiungerlo.

Chiamare peccato il danno arrecato alla Casa comune non crea una colpa prima inesistente, la rende riconoscibile.

La potenza delle nostre azioni ha già raggiunto quella persona, il compito della coscienza morale è raggiungerla prima del danno.

Ora che il danno al creato riceve il nome di peccato, chi può davvero scagliare la prima pietra?


Pubblicato il 23 settembre 2026

Luca Lanzoni

Luca Lanzoni / Insurance C-Level Executive | Down to earth by timeless principles | Up to new opportunities by emerging technologies