Riprendere un’intervista già pubblicata integralmente significa assumere che il testo non si esaurisca nella sua prima circolazione. La versione completa del dialogo con il professor Piero Dominici, apparsa su Stultifera Navis, ha restituito l’ampiezza di un confronto teorico articolato e stratificato. Tornarvi ora, articolandolo in quattro parti, risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda.
La forma dell’intervista, nella sua versione completa, restituisce il movimento del dialogo, le connessioni tra i temi, le risonanze interne; questa continuità, tuttavia, può rendere meno visibili i nuclei concettuali che attraversano le singole domande. Isolare ciascun passaggio significa creare uno spazio di attenzione più concentrato, che consenta di sostare sui presupposti teorici, sulle implicazioni e sulle eventuali tensioni interne alle risposte.
Ogni domanda apre infatti un campo problematico autonomo. Lavorare su ciascuna di esse permette di esplicitare ciò che nell’andamento dialogico resta implicito e di approfondire passaggi che, nel flusso complessivo, rischiano di essere assorbiti dalla progressione del discorso. Non si tratta di ripetere quanto già pubblicato, ma di rileggerlo criticamente, mettendo a fuoco le categorie utilizzate, le scelte terminologiche, le prospettive teoriche che emergono.
Questa articolazione in quattro parti intende trasformare l’intervista da documento unitario a laboratorio concettuale. La pubblicazione integrale resta il riferimento necessario; la suddivisione successiva introduce una seconda fase di elaborazione, nella quale ogni domanda diventa occasione di analisi puntuale e di confronto.
In questo senso lo “spacchettamento” non riduce il testo, ma lo densifica: consente di rallentare la lettura, di assumere una postura più analitica e di restituire alle singole questioni il peso che meritano.
La seconda domanda prende avvio da un passaggio teorico fondamentale per la filosofia, e non solo. Con Kant la questione dei limiti della conoscenza diventa il luogo stesso in cui il pensiero misura la propria legittimità: l’indagine non riguarda più soltanto ciò che possiamo conoscere, ma le condizioni che rendono possibile ogni esperienza. Quando Foucault riattiva quel gesto critico e lo rilegge come interrogazione sull’attualità e sulle forme storiche del soggetto, il problema dei limiti si sposta: non delimita un territorio stabile, ma attraversa pratiche, dispositivi, tecniche di formazione di sé.
In questo quadro la complessità non appare come un semplice ampliamento del sapere, bensì come ridefinizione delle sue condizioni operative. L’ibridazione crescente tra umano e tecnologico introduce configurazioni in cui l’informazione eccede la capacità di sintesi e produce, insieme, espansione e dispersione del senso. Ripensare i limiti oggi significa allora interrogare la qualità delle nostre mediazioni cognitive, i regimi di verità che strutturano l’ambiente digitale e le responsabilità implicate nella costruzione del sapere. La domanda si concentra su questo scarto: in che modo una teoria della complessità, che intreccia sapere, etica e responsabilità, consente di riarticolare criticamente il problema kantiano dei limiti entro una realtà segnata da processi tecnologici pervasivi?
Il Prof. Piero Dominici (PhD, professore associato presso l’Università degli Studi di Perugia, scienziato sociale e filosofo, educatore e pensatore sistemico, Direttore Scientifico di CHAOS e – tra i più recenti incarichi internazionali – Executive President of the Board of Directors dell’International Engineering and Technology Institute (IETI) e Advisory Board Member presso l’Interdisciplinary Social Science Research Network, è da tempo impegnato in una riflessione profonda sulla complessità come paradigma epistemologico, etico e politico. Nei suoi scritti – tra cui i più recenti Proprietà emergenti. «Emergent properties»: dimensioni qualitative del sociale e sfide epistemologiche dell’Intelligenza Artificiale (FrancoAngeli, 2024) e Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato (FrancoAngeli, 2023) – emerge con chiarezza l’urgenza, necessaria, di superare le semplificazioni, di ripensare i processi formativi e di restituire alla vulnerabilità, all’errore e all’indeterminato un ruolo generativo all’interno del pensiero critico.
Keren Ponzo - Kant ha interrogato con radicalità i limiti della conoscenza, ponendo le condizioni stesse del conoscere al centro della riflessione filosofica. Quando Foucault torna su Kant e ne fa il punto di partenza per interrogare la questione del soggetto e della cura di sé, si apre un campo di riflessione che investe anche le dimensioni educative e politiche del sapere. In che modo la sua ricerca sulla complessità, che intreccia sapere, etica e responsabilità, ci consente di ripensare oggi questi limiti, soprattutto in una realtà segnata dall’ibridazione crescente fra umano e tecnologico, dove l’informazione sembra tanto espandere quanto frammentare la nostra capacità di comprensione?
[Per il riferimento a Kant e Foucault: Antropologia dal punto di vista pragmatico. Introduzione e note di Michel Foucault, trad. Di M. Bertani e G. Garelli, Einaudi, Torino 2010. Sul tema della cura di sé: M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2021.]
Piero Dominici - Una premessa forte: ho sempre pensato che l’azione e la prassi umana e, nello specifico, i processi di trasformazione sociale, si siano sempre concretizzati/sostanziati nei tentativi ripetuti, più o meno consapevoli, più o meno epistemologicamente e metodologicamente fondati, di stressare e oltrepassare proprio i limiti e i confini, socialmente e culturalmente definiti, di ciò che definiamo e riconosciamo come “conoscenza”. Limiti e confini che, in passato, con l’avvento della Modernità, coincidevano con alcuni presupposti epistemologici considerati (quasi) indiscutibili.
La conoscenza – processo complesso, sociale e collettivo (che chiama direttamente in causa corporeità, relazione, contesto) – e i metodi per raggiungere e riconoscere ciò che definiamo “conoscenza”, da sempre, devono, inevitabilmente, fare i conti con i nostri limiti, quelli ontologici e costitutivi del nostro essere umani, e quelli co-costruiti socialmente e culturalmente proprio all’interno delle istituzioni educative e formative; con le nostre vulnerabilità e fragilità, costantemente e sistematicamente sottoposte al tentativo fallimentare di una loro rimozione; con la nostra incompletezza e la nostra condizione, ancora una volta, costitutive, ontologiche e strutturali, di “razionalità limitata”. E così, da sempre, le nostre esigenze forti di definire (fondamentali!), categorizzare, scomporre, isolare, porre sotto la lente d’ingrandimento, sono intimamente legate proprio alla consapevolezza – talvolta, utilizzata in maniera autolesionista nei processi educativi – di questi nostri limiti, almeno in apparenza, invalicabili (sfida educativa ed epistemologica, oltre che legata al pensiero).
Allo stesso tempo, come Lei stessa fa emergere e intuire molto bene nelle sue domande, queste tendenze a ridurre e semplificare/facilitare tutto – magari, ricorrendo alla delega in bianco alla tecnologia e all’uso/all’applicazione acritica della stessa – sono l’esito, non scontato, di complessi processi e meccanismi individuali/sociali/collettivi che generano e alimentano, oltre che confusione, una cultura dell’irresponsabilità.
Oltre a ribadire/riaffermare una sorta di mio vecchio mantra “l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo”, dovremmo, prima o poi, al di là delle parole, delle dichiarazioni d’intenti, dei discorsi di facciata (pubblici e non), prendere atto di come la semplificazione, la facilitazione, riduzionismi e determinismi vari, non possano che condurci a conoscenze e, per esteso, visioni della realtà e dei problemi necessariamente semplificate ed eccessivamente schematiche, se non addirittura polarizzate e aporetiche.
Come noto, la civiltà dell’automazione – con le sue logiche di sistema – ci chiede costantemente “soluzioni semplici a problemi complessi e, soprattutto, soluzioni in tempi rapidissimi: si tratta di una precisa volontà (collettiva e sistemica) che spinge le stesse istituzioni educative e formative verso la creazione di quei “meri esecutori di funzioni e di regole” (1995-1996 e sgg.), di cui parlo da trent’anni ormai, evocando la grandissima, oltre che amata, Hannah Arendt.
La crisi contemporanea, infatti, continua a riguardare da vicino i sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo, le credenze e le pratiche condivise, i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione su cui, non soltanto si fonda il legame sociale, ma poggia l’idea stessa di civiltà, di Persona, di dignità umana, di cittadinanza e di democrazia. Ed è, allo stesso tempo, una crisi anche, e soprattutto, della comunicazione così come l’abbiamo intesa fin dal primo momento: processo sociale (complesso) di condivisione della conoscenza (= potere). Una crisi che riguarda tutti i livelli, da quello dei sistemi sociali a quello delle organizzazioni complesse, per arrivare al livello delle relazioni sociali e delle forme di mediazione simbolica. Ad essere tirate in ballo, al di là del pensiero e dello stesso sistema di pensiero, anche le identità e le soggettività e, come detto più e più volte anche in passato, è quanto meno paradossale che tutto ciò si verifichi proprio nella cd. società globale della comunicazione. Questa, una delle ragioni per cui ho sempre preferito parlare di “società interconnessa/iperconnessa” (comunicazione vs connessione), sforzandomi di fornirne una definizione operativa chiara (altrimenti si scade, come spesso capita in queste aree di studio e ricerca, nel puro “nominalismo” e/o nella parola-chiave/neologismo più alla moda), che ponesse l’attenzione sulla valenza strategica delle relazioni, ridotte a connessioni, sulle ruolo delle asimmetrie informative e conoscitive, sui rapporti di potere, sulle logiche di controllo e sorveglianza sempre più stringenti che caratterizzano quella che, diversi anni fa, avevo definito la “società ipercomplessa”; una definizione operativa che prendeva le mosse dalla profonda consapevolezza che, in qualsiasi campo della prassi sociale e umana, la sempre più crescente interdipendenza/interconnessione dei sistemi e l’accumulo di informazioni (dis-informazione) non determinano e non garantiscono produzione e condivisione di conoscenza, anzi. Né tanto meno, determinano/hanno determinato alcuna riduzione (Luhmann) e/o semplificazione della complessità.
Una “risorsa”, la conoscenza, indispensabile ed unica (non a caso, si parla di economia della conoscenza) che – la dico così – non se la passa troppo bene anche a causa della radicale frammentazione/parcellizzazione dei saperi e delle competenze, nonché dell’eccessiva specializzazione che, di fatto, hanno contribuito ad isolare e deresponsabilizzare gli individui all’interno delle stesse istituzioni educative e formative e, più in generale, delle organizzazioni e dei sistemi sociali (organismi complessi). La specializzazione delle discipline, peraltro, pur utile e funzionale a diversi obiettivi, ha prodotto nel tempo anche una compartimentazione dei saperi e delle competenze che rende, praticamente, impossibile studiare e affrontare, adeguatamente, problemi e questioni multidimensionali, non lineari, che richiederebbero/avrebbero richiesto quanto meno l’integrazione di approcci, epistemologie e metodologie. Mi ripeto: si tratta di logiche di separazione e reclusione dei saperi che, da sempre, dividono e separano anche i vissuti e le esperienze.
L’approccio, l’epistemologia e lo sguardo della complessità si rivelano di fondamentale importanza, in tal senso, proprio nel tentativo di ridefinire lo spazio (aperto) del sapere e, allo stesso tempo, di ripensare lo “spazio relazionale”, all’interno del quale si costruiscono le identità – che non sono mai date una volta per tutte e sono sempre in costante divenire – e le soggettività: “co-costruzione” che avviene attraverso il dialogo, la conversazione, la reciprocità, l’empatia, la corporeità, la relazione, il contesto, la comunicazione = processo sociale (complesso) di condivisone della conoscenza (potere). Non mi stancherò mai di ripeterlo: siamo sempre un “NOI” e non un “IO” (identità <-> riconoscimento), anche quando e se manca questa consapevolezza. Dimensione sistemica vs dimensione lineare. Esistiamo, sempre e comunque, all’interno di un sistema di reti di conversazione, relazione e comunicazione. Perché conoscere/sapere è vivere - e viceversa - e tali dinamiche nascono e si evolvono, sempre e soltanto, attraverso la corporeità, il contesto, gli ALTRI, il confronto con gli Altri, sempre in chiave sistemica, oltre che relazionale.
Di conseguenza, occorre acquisire/accrescere la consapevolezza che il sapere e la conoscenza non siano, in alcun modo, identificabili con l’accumulazione, pur infinita, di dati, istruzioni e/o informazioni: si tratta di processi emergenti, situati, dinamici, sempre incompleti e, per certi versi, intrinsecamente etici.
La sfida, epistemologica ed etica, della e alla (iper)complessità ci chiede di ripensare come pensiamo e trasformare educazione e formazione, oltre che la stessa ricerca, in maniera profonda, radicale. Significa ripensare gli stessi concetti di “libertà”, di “responsabilità”, di “comunità” e, conseguentemente, di “democrazia” e, per arrivare alla stretta attualità, ripensare la nostra idea di Paese, di Europa, di Comunità Internazionale, di Umanità. Può sembrare la più classica delle lotte contro i mulini a vento…non è così e va portata avanti!
Allargando lo sguardo, non è inutile ribadire che, alla luce della complessità delle problematiche considerate, i rischi non soltanto di tipo interpretativo (ricorso alle consuete spiegazioni riduzionistiche e deterministiche) – le culture delle classi dirigenti traducono questi modelli e queste visioni in azioni e strategie (?) – legati alla diffusa convinzione (che non appartiene solo ad alcuni economisti e tecnocrati) che progresso tecnologico e ripresa economica possano risolvere, prima o poi, tutte le questioni: si tratta di condizioni necessarie, di “variabili” di fondamentale importanza, tuttavia, non sufficienti ad affrontare e contrastare una crisi che è anche, e soprattutto, culturale e di civiltà.
È, pertanto, tempo di: 1) riprogettare, in chiave sistemica, politiche di welfare e di coesione alla luce dei nuovi rischi sociali e delle nuove forme di precarietà; 2) definire politiche, cioè lungo/lunghissimo periodo, per l’istruzione, l’educazione, la formazione e la ricerca, investendo risorse (investimenti); stimolando, in tal modo, le società a generare “anticorpi” in grado di farle evolvere e sviluppare, rinsaldando i legami sociali (educazione alla cittadinanza, alla legalità, all’anticorruzione etc.), sempre più in sofferenza sia a causa dei valori individualistici ed egoistici dominanti, che per la mancanza di modelli culturali co-costruiti e, in qualche modo, funzionali alla coesione sociale ed al “bene comune”. Detto in altre parole, appare sempre problematica la mancanza di un’etica condivisa; 3) necessario, altresì, puntare seriamente, e concretamente, sul cambiamento sociale e culturale che, lo ripeterò fino alla noia (e non mi stancherò mai di farlo), oltre ad essere “cambiamento sistemico” (non imponibile dall’alto), può verificarsi esclusivamente nel lungo periodo e, ancora una volta, dal basso, muovendo dalla centralità e dalla qualità dei processi educativi. È quella che ho definito (da anni) la “via obbligata”: tutti – non soltanto la Politica – ne parlano, tutti sembrano essere d’accordo ma, almeno per ora, registro una consapevolezza ed un’attenzione soltanto dichiarate. Speriamo serva almeno ad accrescere questa consapevolezza “dichiarata” rispetto all’importanza del “cambiamento culturale” – che non può che essere sistemico – perché quella che stiamo vivendo è una crisi culturale, è una crisi che, le numerose variabili e concause coinvolte, hanno reso una “crisi di civiltà”.
Una crisi eco-sistemica e globale che, al solito, tra rischi e opportunità, ci costringe ad interrogarci (e ad agire), in primo luogo, oltre che sul “dopo”, su cosa significhi, nella civiltà ipertecnologica e iperconnessa, essere “Persone”, essere “Cittadini”, essere “Umani”; una fase di transizione precaria e incerta che mette in discussione, radicalmente, la dimensione fondante della “fiducia” e il nostro stesso paradigma della sicurezza; che ci obbliga a ripensare il modo di intendere e praticare i valori/principi della libertà e responsabilità (concetti relazionali); che ci spinge a ridefinire la nostra concezione di “razionalità” – per non parlare della nostra idea/concezione di “Scienza” – e i codici, i modelli, le strategie da essa prodotti. Una crisi così delicata che, al di là delle straordinarie scoperte scientifiche e dell’innovazione tecnologica, rimette in primo piano la questione della dignità umana e dei diritti umani e di cittadinanza (globale). Una crisi/transizione complessa che ci spinge ad aprirci all’indeterminato…
Noi stiamo anche scontando gli effetti negativi, talvolta davvero devastanti, dei tentativi di “semplificazione” della democrazia, tendenza in atto da tempo e associata ad altri aspetti, come la riduzione sistematica della stessa democrazia a “tecnocrazia” e la diffusione di certe narrazioni sulla “rivoluzione digitale”, capace di semplificare tutto e di far saltare qualsiasi processo di intermediazione politica (dis-intermediazione). L’ecosistema dei media e, più in generale, l’industria culturale hanno interesse ad alimentare non un vero confronto, anche aspro, tra diverse posizioni – cosa che sarebbe comunque di vitale importanza – ma quelle polarizzazioni che alimentano egemonie, spiegazioni riduzionistiche e deterministiche, “false dicotomie”, diatribe dettate da vecchi schematismi ideologici lontanissimi da quella forma di pensiero critico di cui avremmo un disperato bisogno. Tutto ciò ha delle ricadute pesanti anche sulle relazioni internazionali.