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Nel caos della creazione c'è un ordine delle cose, un “filo” che le unisce, una bellezza collaterale


Ci sono momenti nei quali la vita sembra perdere la propria trama.

Le coordinate abituali non bastano più, quello che fino a ieri appariva chiaro diventa incerto; le risposte sembrano dissolversi proprio quando avremmo più bisogno di averle a disposizione. È un'esperienza che quasi tutti conosciamo; può essere generata da un cambiamento di lavoro, la fine di una relazione, una malattia, la nascita di un figlio, una scelta importante. A volte, anche, da quel più sottile movimento interiore che ci fa sentire inquieti, o "fuori posto", senza riuscire a mettere a fuoco il perché.

Possiamo percepirlo come confusione o, peggio, come caos.

Ma il caos é soltanto un gran disordine?

Potrebbe essere anche un ordine che non conosciamo ancora.

Viviamo in una cultura che privilegia il controllo: programmare, prevedere, organizzare, misurare. Naturalmente sono competenze preziose, ma rischiano di farci percepire l'illusione che ogni aspetto dell'esistenza possa essere governato, indirizzato dalla volontà.

La vita, invece, possiede una sapienza diversa, la natura ne è la testimonianza più evidente.

Un bosco non cresce secondo un progetto disegnato a tavolino, ogni albero dialoga con la luce, con il vento, con gli altri alberi, con il terreno; ogni ramo modifica continuamente il proprio percorso in relazione a ciò che incontra, ogni foglia si riserva un posto nello spazio disponibile. Non esiste rigidità, esiste adattamento e questa capacità di modellarsi genera armonia.

Anche l’esistenza umana segue una logica simile.

Quando attraversiamo un periodo di trasformazione, possiamo percepire la sensazione di aver perso l’equilibrio, in realtà qualche cosa di profondo nell’interiorità stà costruendo poco alla volta un assetto nuovo.

Il filosofo Edmund Husserl invitava a sospendere il giudizio immediato sulle cose. La fenomenologia nasce proprio da questa proposta: imparare a vedere prima di interpretare, a osservare l'esperienza così come si manifesta, senza sovrapporle immediatamente le nostre spiegazioni e i nostri significati.

Quanto cambierebbe il nostro modo di vivere se applicassimo questo atteggiamento anche alle crisi personali?

Invece di domandarci subito: "Perché mi sta succedendo questo?", potremmo iniziare chiedendoci: "Che cosa mi sta mostrando questa esperienza?"

Lo sguardo cambia, e quando cambia lo sguardo, cambia anche il mondo che vediamo.

Ogni percorso di crescita è, prima di tutto, un percorso di educazione dello sguardo.

Guardare non significa soltanto vedere ciò che accade davanti a noi; significa accorgerci di ciò che, mentre accade fuori, prende forma dentro di noi, visione collaterale. Una visione capace di cogliere non solo l'evento, ma anche le trasformazioni silenziose che l'evento produce.

Mentre affrontiamo una difficoltà, cresce forse la nostra pazienza.

Mentre sperimentiamo un limite, nasce una forma nuova di umiltà.

Mentre perdiamo una certezza, acquisiamo una libertà che prima non conoscevamo.

Queste trasformazioni raramente occupano il centro della scena, sono collaterali, ma non per questo meno importanti.

Il sociologo e filosofo Edgar Morin, uno dei maggiori pensatori della complessità, ci ricorda che la realtà non è fatta di elementi separati, ma di relazioni. Ogni evento è collegato ad altri eventi, ogni cambiamento produce conseguenze imprevedibili, ogni crisi contiene possibilità che non possono essere comprese osservando soltanto un singolo frammento.

Per questo i sistemi viventi non crescono eliminando la complessità, crescono imparando ad abitarla.

Anche noi siamo sistemi viventi, ogni esperienza modifica il nostro modo di percepire, di scegliere, di amare, di comprendere. La nostra identità non è un edificio già costruito, è un organismo in continua evoluzione; forse il caos è proprio il linguaggio attraverso il quale questa evoluzione si manifesta.

Un laboratorio d'artista: pennelli sparsi, bozzetti accantonati, tele incompiute, colori mescolati. Qualcuno potrebbe vederci solo del disordine, mentre l'artista  sa che ogni elemento occupa un posto all'interno di un processo creativo. L’espressione creativa non nasce nonostante quel caos, nasce grazie a quel caos.

Lo stesso accade nelle nostre vite: ciò che oggi appare come confusione potrebbe essere il laboratorio della persona che stiamo diventando.

Lo psicoterapeuta Carl R.Rogers, fondatore dell'approccio centrato sulla persona, osservava che gli esseri umani possiedono una naturale tendenza attualizzante: una forza interiore orientata alla crescita, alla realizzazione delle proprie potenzialità, alla ricerca di forme sempre più autentiche di esistenza.

Questa forza non elimina gli ostacoli, li attraversa.

È la stessa forza che permette a un albero di cercare la luce aggirando una roccia, che consente a una persona di ritrovare il senso di vivere dopo una perdita, non perché il dolore scompaia, ma perché la vita continua a creare.

La crescita personale, allora, non consiste nel costruire una versione perfetta di sé, piuttosto nel diventare progressivamente più fedeli alla propria esperienza, più autentici, presenti, capaci di abitare l'incertezza senza esserne travolti.

Ed è proprio qui che compare una seconda intuizione: la bellezza collaterale.

Siamo educati a riconoscere la bellezza nel successo, nel traguardo, nel risultato.

Ma esiste una bellezza molto più discreta, quella che nasce mentre stiamo attraversando il cammino, una conversazione inattesa,una fragilità condivisa, un talento scoperto quasi per caso, una nuova capacità di ascoltare, una maggiore gentilezza verso noi stessi, una relazione che nasce proprio perché un'altra si è conclusa. Sono tutte forme di bellezza che non avevamo programmato, eppure spesso diventano la parte più preziosa della nostra storia.

La filosofa spagnola Maria Zambrano parlava della ragione poetica: una forma di conoscenza che non si limita a spiegare il mondo, ma lo accoglie nella sua profondità simbolica, emotiva ed esistenziale.

Ci sono verità che la logica descrive, ce ne sono altre che soltanto la poesia riesce a sfiorare; la bellezza collaterale appartiene a questa seconda dimensione, non può essere misurata, può essere soltanto riconosciuta. È il momento in cui comprendiamo che una ferita ci ha resi più capaci di comprendere gli altri, che un fallimento ci ha restituito libertà, che un tempo di attesa ha maturato in noi una pazienza che nessun successo avrebbe potuto insegnare.

Sono intuizioni che non appartengono soltanto al pensiero filosofico, le incontriamo ogni giorno, se impariamo a osservare.

Una foglia caduta non rappresenta semplicemente la fine di una stagione, diventa nutrimento per quella successiva.

Un fiume modifica continuamente il proprio corso senza perdere la propria identità.

Una foresta rigenera gli spazi lasciati liberi dagli alberi caduti.

La natura non oppone vita e trasformazione, le considera inseparabili.

Una direzione da esplorare può essere che anche noi possiamo imparare questo linguaggio, possiamo smettere di domandarci soltanto come eliminare il caos e iniziare a chiederci quale forma di ordine stia lentamente emergendo.

Possiamo cercare non solo la meta, ma ciò che il viaggio sta facendo di noi.

Possiamo allenare uno sguardo capace di vedere non soltanto il centro della scena, ma anche ciò che cresce ai margini.

Le visioni collaterali sono, in fondo, una forma di maturità, la capacità di percepire contemporaneamente ciò che perdiamo e ciò che nasce, ciò che termina e ciò che inizia, ciò che comprendiamo e ciò che rimane ancora mistero.

Forse è proprio questa la più profonda forma di fiducia: non credere che tutto andrà come desideriamo, ma riconoscere che la vita possiede una creatività più ampia della nostra immaginazione. Che nel caos della creazione continua a esistere un ordine delle cose, un ordine vivo, dinamico, mai definitivo. Che, lungo il cammino, fiorisce una bellezza collaterale, silenziosa, discreta, quasi invisibile,  ma capace, quando finalmente la riconosciamo, di dare un significato nuovo persino ai sentieri che avremmo voluto evitare.

Forse crescere significa proprio questo, non diventare padroni della vita, diventare ospiti consapevoli del suo mistero.

Camminare con occhi capaci di vedere oltre l'evidenza, con un cuore disposto ad accogliere l'imprevisto e con la fiducia che, anche quando tutto sembra frammentarsi, esista una trama invisibile che continua a tessere la nostra storia.

Le visioni collaterali sono il dono di chi ha imparato che la realtà non si esaurisce in ciò che appare davanti agli occhi. C'è sempre un margine, un dettaglio, una relazione inattesa, un significato che si rivela solo a chi rallenta il passo e si concede il tempo dell'osservazione.  È in quello spazio laterale che il caos smette di essere una minaccia e diventa una promessa.

E la bellezza, finalmente, non è più soltanto una meta da raggiungere, ma una presenza da riconoscere, ogni giorno, lungo il cammino.


 

 

 

(1359 parole).

Pubblicato il 23 luglio 2026

Milena Screm

Milena Screm / Allevo l’auto realizzazione personale e professionale, con focus sulle risorse interiori: cura, creatività, sorriso ed efficacia. Formatrice, Counselor Supervisor Trainer, BreathWork & Mindfulness Master, Scrittrice.