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La povertà di linguaggio: linguistica cognitiva nella quotidianità


Mi trovo spesso un po' scettico quando sento dire che i ragazzi e le ragazze di oggi non sanno esprimersi. Forse è vero, forse no.

Le proprietà di linguaggio e un proprio vocabolario esteso sono importanti, e qui siamo tutti d'accordo; certo che non è poi necessario utilizzare sempre quel termine che si ritiene aulico o scrivere e parlare prediligendo costruzioni sintattiche arzigogolate come i ghirigori dei sentieri di un dedalo in cui ci si perderebbe senza trovare più una via d'uscita o un centro esatto.

Gli esercizi di stile sono una cosa, la competenza linguistica un'altra, e quest'ultima risiede in ognuno di noi, a prescindere dal livello di scolarizzazione: del resto, la capacità di elaborare frasi di senso compiuto e farsi capire tra conspecifici è ciò che si impara da bambini quando si è esposti alla lingua dei genitori o di altri caregiver; si riconoscono i suoni e la voce della madre ancor prima di venire al mondo, senza il bisogno di sapere cosa è un soggetto, un complemento oggetto, un verbo e tanto di quanto è codificato nei libri, dai testi scientifici a quelli di carattere più divulgativo.

Riflettevo su questo giorni fa, in autobus, perdendomi nelle conversazioni delle persone attorno, cogliendo parole qua e là, inflessioni e strutture morfosintattiche.

Ho pensato che la lingua che si è acquisita da piccoli non è affatto da dare per scontata; che può decadere, e il suo lessico può regredire se non ci si allena leggendo ed esprimendosi.

Quanto ci si sta disabituando alla lettura e in che misura questa sta cambiando in termini di capacità di mantenere l'attenzione, su un testo così come in generale?

Una criticità è che si legge così come si guarda sullo schermo, tanto si è abituati a scorrere le immagini rapidamente: si modifica proceduralmente il movimento degli occhi lungo le righe di un testo, lo sforzo cognitivo aumenta.
Ci si distrae con facilità.
Ci si perde.

Ad ogni modo no, non intendo puntare il dito contro la tecnologia imperante (e imperativa, se vogliamo?) nelle nostre vite: sarebbe riduttivo e semplicistico, se non si considerano altri aspetti in gioco, che pur già esistevano prima dell'imporsi degli smartphone e di internet nella quotidianità.

Ora come ora non mi sento nemmeno di dare una risposta precisa a questa domanda; ma, se non altro un lessico troppo astratto, o poco definito, la cosiddetta povertà di linguaggio, nonché l'atrofizzazione degli areali concettuali sostanziati dalle parole adatte al contesto, perpetuano nell'organismo rappresentazioni superficiali e parziali del mondo fenomenico, dell'ambiente fisico-relazionale.


È allora non solo una questione di grammatica, bensì pure di pragmatica: di sapersi, in qualche modo (come dire?), "comportare".

Pubblicato il 20 gennaio 2026

Marco Mazzanti

Marco Mazzanti / Linguista specializzato in processi cognitivi Strutture morfosintattiche e pattern ambientali Etologia e Intelligenza Artificiale