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La perdita di identità dell'essere umano è notoriamente una delle cause che hanno favorito la nascita del romanzo contemporaneo. Ottieri e Volponi hanno circoscritto questo problema al mondo dell'industria, della tecnologia e del capitalismo. Lo status economico, con tutti i suoi problemi, diventa la metafora dell'alienazione dell'essere umano contemporaneo che, preso nella morsa della tecnologia, perde completamente la sua identità e deve fare i conti con la follia.


In un’epoca in cui si parla sempre di più di automatizzazione di molti aspetti della esistenza umana, compreso il lavoro, e nella quale la tecnologia da mezzo è diventata fine, trasformando l’alienazione, codificata negli anni dell’industrializzazione del paese, in vera e propria disconnessione emotiva dalla realtà, potrebbe non essere uno sterile esercizio ritornare alle fonti di ciò che ha portato alla situazione in cui si trova oggi il mondo. Specialmente in un paese, come il nostro, dove la memoria storica, e aggiungo io la memoria letteraria, latitano in maniera imbarazzante. È quasi colpevole, criminale direi, non aver saputo ascoltare la parola di scrittori che fra i primi denunciarono certi pericoli e certe problematiche. Mi riferisco alla tendenza letteraria etichettata come letteratura industriale e a due grandi romanzieri, Ottiero Ottieri e Paolo Volponi, attenti alle problematiche contemporanee, i quali hanno utilizzato il romanzo come strumento di indagine di un nuovo fenomeno che in quegli anni si stava verificando in Italia: l'industrializzazione e il potere della tecnologia. Per entrambi gli autori, la fabbrica, oggi diremmo l’intelligenza artificiale, diventa il simbolo della disintegrazione, dell'alienazione e dell'inettitudine dell'essere umano contemporaneo, cominciata negli anni sessanta del secolo scorso e giunta a compimento nel nuovo millennio.

La perdita di identità dell'essere umano è notoriamente una delle cause che hanno favorito la nascita del romanzo contemporaneo. Ottieri e Volponi hanno circoscritto questo problema al mondo dell'industria, della tecnologia e del capitalismo. Lo status economico, con tutti i suoi problemi, diventa la metafora dell'alienazione dell'essere umano contemporaneo che, preso nella morsa della tecnologia, perde completamente la sua identità e deve fare i conti con la follia.
È quasi scioccante leggere oggi le parole di Ottieri e basta sostituire la parola fabbrica con intelligenza artificiale per capire la sua visione profetica: 

Il Mondo è la Fabbrica, la quale preesiste all’Io; al soggetto, all’atto puro, all’antinomia, alla ricerca dell’arte, all’amore, alla coscienza e alla conoscenza. Esserci vuol dire essere-nella-fabbrica. Il mondo come fabbrica ha scavalcato l’io. Anzi l’Io è la Fabbrica di cui non siamo gli oggetti.

Per Ottieri e per me, la scrittura deve avere ancora un contatto con la realtà, ma lo sguardo che egli rivolge alla realtà, o alle realtà, è più profondo; tutto è possibile quando si va in profondità, anche se non esiste ancora nulla, come scrive lo stesso Ottieri in questa bella metafora:

Scrivere significa tirare i remi in barca, tirare la rete, anche se ci rimane solo un pesciolino. Finché la rete sta sommersa, tutto è possibile, ma nulla ancora esiste. Nello sforzo, nella tensione, fra l’osservare, il vivere, e il tirare la rete artistica o logica - non divaricarsi fino a sbranarsi.

Scrivere rimane il metodo migliore per dare senso alla realtà. Per Ottieri l'industria diventa la metafora del mondo e gli operai sono l'eco degli esseri umani contemporanei che hanno perso tutte le loro convinzioni, il loro equilibrio, il contatto con la realtà. C'è quindi una perdita di dignità, un'alienazione crescente, la sensazione di essere automi nelle mani del destino. Ciò che io vedo accadere oggi con i social media ad esempio:

Nella nostra fabbrica l’automazione si intravede; ma intanto vi domina la fase dell’automatismo, quella che ancora non reintegra i lavori parcellari ( a ognuno un frammento di lavoro e sempre il medesimo ), che anzi, dopo aver fatto esplodere l’antico posto di lavoro unitario, lo polverizza sempre di piú. [...] Causata dal non possesso degli strumenti produttivi o dalla sola organizzazione scientifica e dalla suddivisione del lavoro, insomma dovuta al capitalismo o problema anche di una società socialista - l’alienazione è il cancello di ferro che trattiene chi lavora, lo isola in una responsabilità cosí frazionata e lontana dagli ultimi scopi, da violare l’istinto, la volontà, l’intelligenza. Tutte le relazioni umane arretrano ma non strappano questo cancello. [...] C’è ovunque uno stesso silenzio di persone che corrono dietro al tempo, e questa corsa costringe certamente alla schiavitú, ma mai come nel nostro stabilimento compare l’altra faccia di questa schiavitú necessaria: la dura dignità, la costruzione giornaliera di una via di libertà.

Descrivendo l'industria, Ottieri crea una metafora del mondo che, come l'industria, è diventato il luogo in cui l'essere umano è alienato, disumanizzato, spersonalizzato, ridotto a macchina, annullato nella sua soggettività perché schiacciato negli ingranaggi della collettività che uccide l'individuo. I personaggi dei suoi romanzi sono la metafora dell'essere umano contemporaneo che cerca di sopravvivere con le uniche due cose che ancora possiede: moralità e umanità. Cercano di affermare se stessi, di rivendicare il loro diritto a vivere e la loro presenza come parte attiva del mondo, di raggiungere la naturalezza e la dignità sottratte dall'industrializzazione. Ottieri vuole contrapporre la psicologia soggettiva dell'individuo all'ideologia razionale della collettività. In definitiva, questo è il dilemma: l'individuo contro la massa. Ottieri ha ancora fiducia negli esseri umani offesi e vuole liberarli ma anticipa clamorosamente i tempi attuali: 

Certo che l’uomo nell’industria moderna si va riducendo a pure funzioni di sorveglianza e di controllo. La macchina ha solo bisogno di un operatore che la stia a guardare e che intervenga ogni tanto, magari ogni tanti secondi; per il resto il cervello dell’operaio è libero, pensa a quello che vuole.

Ciò che è importante sottolineare è che con la letteratura industriale Ottieri ha posto l'accento su un grave problema attuale: la disintegrazione dell'essere umano. Ciò che conta davvero è la salvaguardia dell'umanità, la lotta contro l'annientamento e l'alienazione: la letteratura aiuta a comprendere certe dinamiche. Se solo i libri venissero letti.

Come Ottieri, Volponi ha individuato nell'industria una delle cause di questa dispersione della soggettività e nei suoi romanzi parla in modo superbo della voce che parla dentro gli esseri umani. L'industria, con la sua velocità, non è il luogo in cui gli esseri umani possono battere il tempo esterno, che è un riflesso del tempo umano:

La fabbrica costruita per la velocità, per battere il tempo, è invece sempre ferma perché il tempo degli uomini batte qualsiasi artificiale velocità. 

Anche in questo caso, non si possono non notare certi echi che arrivano fino a noi. Le parole faticano a trovare la loro strada a causa della follia e del disordine interiore. La tragedia riguarda il pensiero e le riflessioni sul mondo:

Mi sentivo tanto insoddisfatto ma a poco a poco così pesante e potente da pensare che io potessi liberarmi di quelle pulci come di quel vuoto e cominciare io stesso a emettere, e poi a ordinare, un vigore che non fosse soltanto fluente e spontaneo, ma anche castigato e composto come un programma, come una catena articolata che io potessi lanciare o ritirare. Da allora, da quella notte per tante notti, ho continuato a ordinare i miei pensieri ed a progettare intorno a me stesso. Infatti, come ho scritto nel mio trattato, 'coloro che hanno progettato l’uomo come macchina non potevano dargli un programma con un istinto come lo dettero agli animali, perché mentre essi dovevano restare sempre tali e quali l’uomo doveva ripetere l’opera dei suoi progettisti, però con materiali e forme diverse: quindi avrebbe dovuto arrivarci attraverso un lunghissimo tirocinio, soddisfacendo gli entusiasmi e le ambizioni richiesti dalla sua vita nel mondo, i quali attraggono l’uomo verso una meta sconosciuta per lui ma ben conosciuta da coloro che lo hanno voluto’.

Suona familiare? Come si può notare, nel volere creare una macchina che possa risolvere tutti i problemi dell'umanità, vedo un'indicazione dell'industrializzazione come qualcosa che potrebbe aiutare gli esseri umani ma che in realtà li porta alla follia. Volponi scrive di una sorta di un filosofo che vuole raggiungere la perfezione e la felicità e salvare l'umanità, ed è proprio mentre cerca di costruire questa macchina che inizia la sua ossessione che lo rende diverso dai suoi concittadini. Il suo sistema è logico e lucido, come solo la follia potrebbe creare: vuole arrivare a un'identificazione tra artificiale e naturale, per dominare e ordinare la natura secondo regole precise:

Mi sentivo davanti a questo stabilimento certo di poter provare le regole del passato cioè l’origine, il percorso e la destinazione del naturale, di tutto ciò che sembra intorno immobile e dato come una cosa mai toccata dal nostro pensiero ed ancora intoccabile, campo soltanto dei nostri sentimenti. Mi sentivo certo di poter provare questo arrivando con le mie idee e con i miei studi a calcolare il futuro dell’artificiale, cioè di tutto ciò che può essere fatto dall’uomo, che si identifica immediatamente con il naturale proprio nel passato, non appena la sua funzione sia finita e il suo corpo sia caduto in mezzo a tutti gli altri relitti.

E non è perché ti chiami Anthropic che sei migliore degli altri. Il filosofo di Volponi porta sulle sue spalle il peso e l'ignoranza dell'umanità per liberare gli esseri umani dal loro peccato originale, come se fosse un missionario umanitario:

Io non mi lamento di nessuna persecuzione e non covo nessuno spirito di vendetta; mi fa soltanto pena che uomini e donne si siano perduti dentro le valanghe della loro ignoranza, e se continuo a perfezionare e a volere diffondere le mie idee è anche per riscattare loro; e debbo dire che ogni volta che io ho cominciato a discutere con loro, o che mi sono presentato a loro, l’ho sempre fatto con il sorriso sulla bocca e con la pace nel cuore e con molto amore che portavo nelle mani come si porta un dono.

Volponi attacca il mondo in molti modi e l'ignoranza dei suoi concittadini, ma attacca anche l'industria, perché Volponi pensa che le macchine possano essere usate solo se servono ad aiutare l'uomo e solo se si riesce a dare loro un programma morale: ‘Debbo dire che io non credo banalmente nelle macchine e nel loro avvento e che esse possano costituire, al servizio dell’uomo o anche da sole, una società progressiva'. Cosa direbbe oggi? Ma saremmo in questo oggi, se avessimo dato peso allora a queste considerazioni? Si può essere felici nella frammentazione in cui viviamo, solo perché sempre più persone non vogliono creare qualcosa di concreto con la loro vita?:

Ho visto come l’immagine si fraziona e si moltiplica ed ho capito di avere espresso nella mia vita, in piena coscienza e con sufficiente libertà e purezza, la progressione infinita di ogni particella e molecola e corpo e di avere ottenuto un grande risultato scientifico solo con la mia stessa vita, con la costruzione delle idee che l’hanno sostenuta. Un risultato cosiddetto concreto, una prova diversa, sarebbero stati soltanto un altro dato di questa società, che improvvisamente li avrebbe catturati, e che poi li avrebbe pietrificati.

Le opere di Volponi e Ottieri aprirono nuove prospettive per il romanzo. Costruendo la loro poetica sull'industria, che in quegli anni stava plasmando la vita di molti individui. Seppero scomporre quella realtà in pezzi per descrivere la frammentazione dell'essere umano contemporaneo che non poteva più contare su una realtà definita. A distanza di molti anni, è sufficiente sostituire la parola industria con le parole nuove tecnologie o intelligenza artificiale per verificare quanto ci avevano visto giusto. Quando impareremo a dare peso alla voce di menti pensanti?


 

Pubblicato il 05 marzo 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/