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Questa breve riflessione nasce dalla lettura di un brevissimo testo del filosofo Giorgio Agamben nella quale definisce la tecnologia come un bastone. Riprendendo e radicalizzando Foucault, Agamben ha definito nelle sue opere il dispositivo come qualsiasi meccanismo di tipo tecnico, istituzionale, discorsivo, ecc., capace di catturare, orientare e controllare i gesti, i comportamenti e i pensieri degli esseri umani. La tecnologia digitale, e l'intelligenza artificiale in particolare, è oggi forse il dispositivo più potente mai costruito: non impone obbedienza con la forza, ma la produce attraverso l'uso. Ogni volta che deleghiamo una decisione a un algoritmo, ogni volta che lasciamo che un sistema di raccomandazione scelga cosa leggere, ascoltare, pensare, non siamo costretti, siamo guidati. Il bastone non colpisce: indica la strada. E noi la seguiamo.


Mi capita spesso di leggere che il mezzo tecnologico è un semplice strumento e che la responsabilità di quello che produce è di chi lo utilizza. Che poi è un modo per dire che strumenti come un martello, una sega o un bastone non possano dirigere chi li brandisce o li maneggia. La responsabilità è sempre di chi li impugna. 

Ma siamo sicuri che sia ancora così? 

E se in realtà la realtà sia già stata rovesciata, con lo strumento tecnologico che, agendo come bastone, ha preso il comando con la pretesa di dirigere chi lo sta usando, credendo di poterlo liberamente maneggiare e guidare? 

E se l’intelligenza artificiale che oggi tutti utilizziamo non fosse altro che un bastone più intelligente, adottato da tutti proprio perché tutti ormai hanno perso il controllo degli strumenti tecnologici che utilizzano? 

E se l’abbandono della pretesa prometeica di controllare gli strumenti da noi creati si fosse trasformata in vergogna per quello che abbiamo fatto e anche perduto, portandoci a non pensare, a non riflettere, ad aver ceduto il controllo e ad esserci sottomessi a strumenti di cui abbiamo perso il controllo e che ormai ci “bastonano” ogni giorno? 

Come scriveva Gunther Anders (ne L'uomo è antiquato, del 1956 ma di sconcertante attualità), oggi viviamo una sorta di inferiorità nei confronti delle macchine. Le abbiamo costruite, ma non riesciamo a eguagliarle. Sono più precise, più veloci, più infaticabili. Percepiamo la macchina per quello che forse realmente è, più precisa, più efficiente, più perfetta di quanto noi umani siamo. Essendo noi umani i creatori di queste macchine, abbiamo iniziato a sentirci inadeguati di fronte ai nostri prodotti, abbiamo iniziato a soffrire di “vergogna prometeica”, che non è solo un’emozione ma la sensazione che il nostro rapporto umano-macchina si sia letteralmente rovesciato, forse per sempre. L’inversione interessa i mezzi e i fini. Di fronte alla percepita sproporzione tra uomo e macchina, l’uomo non si rivolta più, semplicemente si adegua, tende ad abbassare lòe proprie aspettative, i propri standard, la propria autostima al livello di ciò che la macchina può verificare e misurare. È una forma di auto-riduzione. Non è la macchina che si umanizza, ma l'uomo che si macchinizza. La tecnologia, che ormai agisce come bastone, ha preso il comando e dirige chiunque lo utilizzi. In pratica ciò che è nato come mezzo (la macchina, la tecnica, la tecnologia, l’IA) ora detta i fini, decide cosa è da fare, a imporsi come scelta necessaria, ben diversa da quello che noi vorremmo scegliere e fare o da quello che possiamo o potremmo fare.

La perdita di controllo, scriveva Anders, non è avvenuta in modo semplice. Le macchine non sono diventate strumenti vivi. L’uomo continua a costruire strumenti, ma non riesce più a comprenderne le conseguenze complessive, si è creato ormai un dislivello tra ciò che noi umani sappiamo fare e ciò che siamo capaci di immaginare e responsabilmente governare. Ne è un esempio lo strumento oggi più diffuso al mondo, lo smartphone. Chi lo utilizza non è un individuo libero che usa uno strumento, è almeno in parte il prodotto di quello strumento. I suoi ritmi, la sua attenzione, i suoi desideri sono plasmati dall'interfaccia.

Il vero problema è che dentro questa trasformazione noi umani abbiamo rinunciato a pensare e, avendo fatto questa rinuncia a cuor leggero, abbiamo finito per ritrovarci, complici ma “felici”, comunque sottomessi. Non c’è solo, come pensava Anders, una sottomissione strutturale (complessità tecnica, sistemi enormi), ma una rinuncia volontaria al pensiero, che spiega la nostra servitù volontaria, un ripiegarsi che ci suggerisce la scelta a delegare.

Anche l’IA, che sta colonizzando il mondo e le menti e determinando molti dei nostri comportamenti e modi di scrivere e di pensare, non è poi nulla di nuovo, semplicemente radicalizza ciò che da tempo stiamo già vivendo: un aumento dell’automatizzazione, oggi anche del pensiero, strumenti tecnologici eretti a nostri interlocutori, come se fossero umani, un supporto generalizzato che finisce per sostituirsi, parzialmente, al nostro giudizio condizionando e determinando le nostre scelte. Un bastone gentile, pervasivo e invasivo, pur sempre un bastone.

In sintesi, la metafora del bastone suggerisce l’importanza di guardare ai mezzi tecnologici che usiamo con occhi diversi, a pensare a come la tecnica non sia più neutrale, alla sua volontà di potenza che ha generato un rapporto di dipendenza e al rischio che stiamo correndo di una ridefinizione di cosa significhi oggi essere umani. Suggerisce anche la perdita di controllo dell’umano sui suoi strumenti e mezzi e soprattutto una profonda crisi di volontà e di pensiero. Non siamo costretti a smettere di pensare. Semplicemente, troviamo che la macchina lo faccia meglio, o abbastanza bene, e ci adeguiamo.


 

Pubblicato il 08 aprile 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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