«Spesso il male di vivere ho incontrato» scriveva Eugenio Montale in una sua toccante poesia di un secolo fa, facendo riferimento alla depressione e alla “età dell’ansia”, come sarà definita pochi anni dopo, nell’immediato dopoguerra, nella sua omonima opera poetica dall’inglese Wystan Hugh Auden. Ma già nell’antichità un altro poeta aveva sentenziato: «Senectus ipsa est morbus»: si trattava del latino Terenzio, vissuto nel II secolo a.C., che nella commedia “Phormio” si riferiva in particolar modo ai malanni fisici e alle privazioni che di solito si accompagnano alla senescenza. Quest’ultima frase, nel suo crudo e sintetico significato, trovava giustificazione negli effetti che la vecchiaia ha sempre avuto sul corpo e sulla mente dal punto di vista biologico; e anche a distanza di oltre due millenni, forse, non è cambiato molto, anche se in molti Paesi la vita media delle persone si è nel frattempo allungata rispetto all’antichità, e anche di molto.
Ovviamente si potrebbe obiettare che parlare di vecchiaia oggi è cosa del tutto differente dal periodo e dalla società dell’antica Roma in cui Terenzio viveva, dato che la ricerca scientifica e le cure mediche e farmacologiche hanno permesso, come accennavamo, di allungare progressivamente la vita e, in molti casi, hanno consentito che il prolungamento dell’età biologica si accompagnasse a un prolungato benessere fisico, permettendo così all’individuo di condurre una vita attiva anche in un’età nella quale, nel tempo antico (ma anche fino a pochi decenni fa), o si perveniva alla morte o si raggiungeva uno stato di silente o manifesta corruzione fisica e/o mentale.
Ma, nonostante tutto, ancora oggi in vasti strati della popolazione mondiale (e in particolare in quella occidentale) il malessere può essere inteso, quando si è anziani, come esclusione dalla società, non solo per il proprio allontanamento dalle attività produttive che aveva fatto sentire le persone parte integrante e utile della società stessa, ma anche per il fatto che pian piano coloro che raggiungono età sempre più avanzate vedono staccarsi da loro parenti e amici con cui condividevano affetti e momenti di vita.
Se oggi, forse ben più che in passato, la depressione e l’ansia accompagnano la vita di milioni di persone in ogni società, è proprio col passare degli anni, quando i malesseri personali aumentano, che si accrescono angosce e paure che ci accompagneranno verso la vecchiaia (e la fine). Il bisogno dell’anziano di continuare a gestire e controllare il suo abituale habitat esterno (affetti, esperienze, contesti) si fonde, con l’avanzare degli anni e ancor più nel caso di un suo status di sofferenza e malattia, con l’angoscia spesso nascosta, né dicibile, né serenamente pensabile, di dover perdere quel pezzo di mondo che sente come proprio, quel mondo a cui sente di appartenere, in tutto o in parte, e che con l’aggravarsi delle sue condizioni o con la morte potrebbe non esistere più; o anche di poter perdere quella libertà e quell’autonomia abituali che lo obbligherebbero a essere accudito, affidando le sue parti fragili ad altri, magari smarrendo parte dei suoi stati affettivi o smarrendoli del tutto.
Quindi, se anche la vita media delle persone continua quasi dappertutto ad allungarsi[1], al netto di crisi locali causate da indigenze diffuse, guerre o emergenze climatiche, tuttavia sul piano sociale i cambiamenti non sono stati volti sempre al meglio. È venuta meno lentamente in molte culture la precedente omogeneità di massima della popolazione da cui di fatto derivava anche una struttura gerarchica fissa, basata sul sistema delle parentele, sulle logiche dei matrimoni, dei figli e dei nipoti, di fatto sul potere degli anziani; si trattava in questo caso di un potere che non era solo culturale e tradizionale, ma propriamente economico, perché laddove l’economia è stata basata principalmente sulla proprietà e lo sfruttamento della terra i più giovani hanno avuto la disponibilità personale delle risorse solo ereditandole alla morte degli anziani.
Il problema appare più complicato se si pensa che, rispetto al passato e ad altre società, in tutto l’occidente l’aumento dell’età media della popolazione si lega anche a un fenomeno collaterale, quello della progressiva diminuzione delle nascite. Come scrivevo poco tempo fa in un altro articolo[2], la stessa Italia, un tempo fra i Paesi più prolifici dell’Europa, è oggi uno di quelli in cui nascono meno bambini (trecentosessantamila circa nell’ultimo anno), con una fecondità che si attesta ormai a 1,18 figli per donna (la più bassa mai registrata storicamente); tutto questo con le conseguenze socio-economiche che ben conosciamo. Quelli mai nati, non tanto per essere stati abortiti, quanto per non averli mai voluti concepire, possono essere stimati secondo alcuni, in questo frattempo, perfino in milioni: un vero e proprio esercito di “increati”, di invisibili; una moltitudine in ogni caso reale anche se realisticamente difficilmente quantificabile in modo certo, secondo altri. Le nuove generazioni, in effetti, hanno ben altro a cui pensare: precariato e lavoro anche a intermittenza, bassi redditi, assenza o penuria di asili gratuiti o a prezzi accettabili, caro affitti e impossibilità di ottenere facilmente un mutuo per la casa, ecc.
Ma a emergere in questo contesto è anche la crisi del concetto storico di famiglia, quanto meno di quel concetto di famiglia che fino a un certo punto era riuscito a sopravvivere anche a un’Italia non più contadina e operaia come quella uscita dall’ultima guerra, con una popolazione che, al di là delle divisioni legate alle ideologie politiche, appariva comunque desiderosa di lasciarsi alle spalle il dramma della violenza e della morte diffusa dalle armi per ripopolare la penisola approfittando del boom economico di quegli anni e del sentimento diffuso di un futuro sempre migliore che si profilava all’orizzonte. Quell’afflato iniziò ad affievolirsi già negli anni ’80 del secolo scorso con l’emergere di altre priorità e a causa di quella profonda e traumatica cesura fra i protagonisti della violenza politica che caratterizzò gli “anni di piombo” e l’edonismo consumistico dell’Italia “da bere” che, quasi in contrapposizione, andava emergendo con l’abbandono per molti di qualsiasi impegno civile, delineando così una radicale modifica involutiva dei costumi sociali.
Non deve quindi meravigliare se oggi, in particolare fra le ultime generazioni (millennials & C.), l’idea di mettere al mondo figli sia diventata secondaria o, a volte, del tutto da scartare a priori nel proprio modo di progettare il futuro. Adesso la maggior parte dei giovani non ne vuole proprio sapere di creare una famiglia, non solo per motivi economici, ma anche perché, pur con le dovute eccezioni, sono davvero cambiate le priorità nelle loro vite e ben altri sono gli obiettivi che si pongono. Il presente fa sì che nessuno pensi più al futuro, cioè anche all’ultima parte della vita. Venendo così a mancare anche quel naturale ricambio generazionale che da sempre alimenta la sopravvivenza demografica della popolazione, il numero degli anziani è destinato a crescere, e con loro è destinato a crescere ancora il fenomeno subdolo e silenzioso della solitudine.
è il ruolo degli anziani nella società a essere venuto meno progressivamente in tutto l’occidente
In ogni caso è il ruolo degli anziani nella società a essere venuto meno progressivamente in tutto l’occidente. Ma ciò non è accaduto dappertutto: questi valori e queste tradizioni risultano ancora presenti in molte culture non occidentali dove proprio il ruolo, spesso ben definito, delle persone più anziane sia all’interno delle proprie famiglie che nella società nel suo complesso si esplicita non solo in forme di rispetto e amore, ma anche nella consuetudine ad ascoltare i consigli degli anziani in base a prescrizioni imposte proprio dalle norme tradizionali e quindi a valori socialmente accettati.
Ancora oggi, inoltre, vi sono società al cui interno vige un sistema basato su una cultura gerontocratica che riconosce la leadership ai più anziani in quanto tali, affidando loro proprio l’autorità di “capi” che non è mai messa in discussione e che anzi viene richiesta per sanare conflitti e competizioni fra membri del gruppo stesso, a differenza di quanto accade spesso in occidente dove gli anziani, non essendo più produttivi per la società, diventano inutili e magari vengono relegati nella loro solitudine esistenziale o confinati in strutture apposite come le RSA o le case di riposo, quasi in attesa della loro morte.
Ma, quando si allontanano gli anziani dai contesti familiari e sociali, è un po’ come se il loro scarto dalla vita quotidiana significasse anche il bisogno inconscio di non doverli più incontrare per strada, dato che questo potrebbe portare a chiedersi: ma noi faremo la loro stessa fine? Non deve meravigliare se, quindi, nel Regno Unito e in Giappone sia stato costituito perfino un dicastero per la solitudine, perché la progressiva solitudine che avvolge una percentuale di anno in anno sempre più significativa di popolazione diventa la base di un malessere sovrastrutturale che colpisce tante persone in crisi lavorativa, professionale o familiare e, prima o poi, chi è avanti nell’età e avverte che non gli può essere più garantito un ruolo familiare e sociale. Questo diventa insieme causa ed effetto di una fragilità emotiva e fisica che accentua a sua volta, ovviamente, gli stessi malesseri fisici e, a maggior ragione, quelle patologie che sono tipiche della vecchiaia, come la demenza senile o le possibili degenerazioni neurologiche che colpiscono percentualmente un numero crescente di persone, dal morbo di Parkinson all’Alzheimer, non a caso presenti percentualmente in misura più significativa proprio in occidente, dove la disabilità neurologica degli anziani inizia a essere studiata anche sul piano epidemiologico sociale.
Vi sono comunque stati di malessere fisico che si manifestano naturalmente e progressivamente dappertutto con l’avanzare dell’età e che proprio l’aumento della vita media porta con sé: invecchiando sempre di più, per chi è stato molto attivo negli anni precedenti il potersi muovere meno, il vedere male o il sentire poco diventano fenomeni incontrollabili e quindi angoscianti. Inoltre spesso questo depauperamento del corpo fisico si accompagna parallelamente anche a quello mentale o lo alimenta in qualche modo: il rimanere isolati, la difficoltà di comunicare con gli altri, la solitudine stessa a cui l’anziano è spesso condannato fa sì che si cada spesso in depressione a mano a mano che si progredisce nel numero degli anni, anche solo perché “non si hanno più le forze”; ma la depressione, che l’O.M.S. stima che possa diventare entro il 2030 la malattia più diffusa fra la popolazione mondiale, è a sua volta una delle cause conclamate della demenza senile a cui accennavamo; la demenza senile è a sua volta una delle cause della depressione, alimentando così un circolo vizioso in cui salute fisica e mentale entrano pian piano in un cortocircuito senza apparenti vie di uscita.
Sappiamo, d’altronde, che ciò che caratterizza i disturbi depressivi dal punto di vista fenomenologico è un sentimento generale che potremmo definire “stanchezza di vivere”: un “mal d’essere” che investe la persona e ogni aspetto della sua esistenza, inficiandone la vita attiva (e, se non si è ancora anziani, anche quella lavorativa), sentimentale e socio-relazionale. Quello che prima destava interesse e piacere appare privo di senso, i pensieri negativi diventano pervasivi e persistenti. Questo vissuto è quasi sempre accompagnato da un senso di colpa e dalla convinzione di non valere nulla. Le persone che soffrono di depressione si percepiscono come inadeguate e senza valore, considerano l’ambiente circostante come “ostile” e non supportivo e il futuro appare sempre più incerto e pieno di difficoltà, mentre esse sperimentano sintomi come perdita di energia, cambiamento dell’appetito, insonnia o ipersonnia, ansia, ridotta concentrazione, indecisione, irrequietezza, senso di inutilità generale, senso di colpa o di disperazione, pensieri di autolesionismo o tentazioni di suicidio.
una sensazione diffusa è quella di vedere scorrere il tempo e il mondo come se si stesse a guardarlo da dietro i vetri di una finestra
Anche senza giungere a questi estremi, una sensazione diffusa è quella di vedere scorrere il tempo e il mondo come se si stesse a guardarlo da dietro i vetri di una finestra, ormai alienati dai ritmi e dalle logiche della vita altrui, non sentendosi più parte integrante di quel mondo che appare sempre più lontano e che sembra scorrere rapido rispetto alla nostra staticità, sempre più irraggiungibile ed estraneo. In una sociosfera in cui sembra di vivere in un eterno presente, senza alcuna possibilità di un reale futuro, per non cadere nella depressione e nell’isolamento psicologico, oltre che fisico, ci dicono allora che anche quando si è anziani è necessario tenere la mente sveglia.
Come scrive James Hillman, «alla mente le idee piacciono»[3], quindi «bisogna attivarsi in tutti i modi per elaborare idee, smontarle, sostituirle, evitare di cadere nei luoghi comuni della vecchiaia, delle convenzioni, dei lamenti»; bisogna crearsi degli hobby, collaborare agli eventi che quotidianamente investono la società: «sentirsi interpreti e non spettatori del mondo che ci circonda e si evolve»[4], magari a costo di dover dimostrare una “giovinezza” banalmente posticcia e magari artificiosa su cui anche il mercato della salute è pronto a lucrare, intervenendo con continue azioni di marketing che tendono a descrivere l’utilità della persona in termini di consumatore: non più (o solamente) medicine, ma integratori vitaminici, creme anti-age, fitness, ritocchi estetici (per chi se lo può permettere), finanche l’utilizzo di APP di incontri appositamente create per gli utenti della terza età, o quanto meno per quelli fra di loro che non sono rimasti a digiuno delle tecnologie digitali contemporanee.
Ovviamente, c’è chi non ce la fa anche tentandoci, e rimane solo, senza speranza, come sospeso in un buco nero, vittima di quel “male di vivere” di cui parlava Montale, e il male di vivere porta quasi al desiderio di farla finita. Si raggiunge così quella fase di vulnerabilità assoluta che è in grado di introdurre la sensazione del “morire vivi” di cui parlava Donald Winnicott[5] riferendosi alla sensazione tipica del depresso (e a maggior ragione dell’anziano depresso) che è di sottomettersi a un’esistenza passiva e di fatto marginale, come se dovesse solamente “sopravvivere” in una modalità puramente “difensiva” rispetto al mondo e agli altri che appaiono ormai lontani e irraggiungibili.
Ecco allora emergere nuove branche di studi, in particolare nel settore della genetica, della medicina anti-aging e rigenerativa, della neuroendocrinologia, per provare a prevenire o ritardare al massimo gli effetti dell’invecchiamento e del decadimento fisico, mentale e cognitivo. La nuova tendenza è una sorta di geroscienza che studia come prevenire le patologie geriatriche senza attendere che queste insorgano per poi curarle. Fra i risultati più promettenti vi è lo studio degli effetti della proteina “Klotho”, considerata un potente regolatore dell’invecchiamento cellulare e quindi della longevità, scoperta di fatto solo una trentina di anni fa: si tratta di una proteina prodotta dai reni e anche dal cervello che agisce come un ormone proteggendo il sistema cardiovascolare e quello renale, oltre che il sistema cognitivo nel suo complesso, inibendo lo stress ossidativo, la senescenza cellulare e l’infiammazione cronica generalizzata, a sua volta correlata a varie malattie autoimmuni.
Tuttavia, anche intervenendo sul benessere fisico delle persone, la vecchiaia non può scrollarsi di dosso, in questo contesto, la progressiva solitudine a cui va incontro chi, comunque, si ritrova senza figli o nipoti che possano in qualche modo accudirlo se ne ha bisogno, o magari, pur avendoli, li ha lontani, in un’altra città o in un’altra nazione. Quella scelta giovanile di non puntare alla creazione di un nucleo familiare con figli, o anche la decisione di averne al massimo uno, presenta alla fine il conto in un presente che anni prima sembrava solo un futuro che non sarebbe mai arrivato. Il risultato è che già oggi, secondo l’ISTAT, in Italia più del 40% degli over 65 vive solo o senza significative relazioni sociali quotidiane: il che significa che sono oltre 5,5 milioni le persone anziane che trascorrono le loro giornate in solitudine, un quarto delle quali, a loro volta, in un vero e proprio “isolamento cronico”, circa un terzo senza mai ricevere stimoli cognitivi reali e regolari.
Da quando soprattutto nelle grandi città l’antico “welfare” interno alle famiglie è venuto meno, si sperimentano soluzioni a loro modo “innovative” per chi non può permettersi una badante o non ne vuole una che coabiti nella propria casa: per esempio, sulla falsariga di altri Paesi, anche in Italia sono nate proprio negli ultimi anni cooperative sociali di giovani che, ovviamente a pagamento (magari a carico di A.S.L. e altri enti e strutture pubblici o privati di servizio sociale), offrono compagnia e assistenza (non solo sanitaria) per qualche ora alla settimana a chi la richiede, sia al bisogno che in uno o più giorni prestabiliti; nel contempo stanno emergendo anche piccoli gruppi solidali che si occupano di portare al domicilio della persona prodotti alimentari e medicine, oltre che volontari che contattano telefonicamente l’anziano per fargli trascorrere un po’ di tempo in loro compagnia, ecc.
Poi, dietro l’angolo, ci sono le ipotesi di soluzioni che può riservarci il futuro, come quella di un robot umanoide con funzioni di caregiver al posto di un badante umano, un umanoide che, una volta acquistato, non solo non si stanca mai, ma non ha nemmeno un costo retributivo mensile (semmai un costo di manutenzione periodica), né va in ferie o può avanzare rivendicazioni sindacali. Non parliamo di ipotesi da fantascienza, dato che, come ampiamente evidenziato in un mio recente libro[6] e in alcuni articoli sull’argomento[7], queste tecnologie e questi prodotti robotici hanno cominciato già a essere presentati. Si tratta di un mondo che ovviamente si andrà sviluppando sempre più, ma alcuni modelli, soprattutto fra Stati Uniti e Giappone, sono già sul mercato, mentre altri, ancora più evoluti, sono in fase di sperimentazione. Tutti ovviamente sono imperniati su sistemi di I.A. estremamente avanzati, ma prima di diventare un prodotto di largo consumo dovranno essere socialmente “accettati” e dovranno ovviamente superare una serie di importanti controlli che garantiscano, oltre alla sicurezza dell’assistito e all’accuratezza delle modalità di assistenza per cui la “macchina” è stata ideata, quella carica empatica e quella capacità di adattamento e di evoluzione che il robot dovrà evidenziare nel tempo, automodificandosi, implementando le sue competenze, correggendo i suoi errori, ecc.[8]
Infine, per sconfiggere definitivamente la vecchiaia e tutto ciò che essa comporta (morte compresa), rimane l’ultimo traguardo a cui prima o poi si punterà, l’immortalità, magari affidata alla trasmigrazione delle coscienze sfruttando corpi diversi e sempre giovani e “freschi”. Questa sorta di metempsicosi digitalizzata non è, banalmente, un’idea folle, dato che sta alla base del progetto “Humanity+” al quale ha dedicato estrema attenzione il filosofo svedese Nick Bostrom[9], accendendo il dibattito sulla possibilità di simulare la coscienza, e quindi di preservarla artificialmente nel tempo e nello spazio “caricandola” su un supporto digitale (progetto definito “mind uploading”). Percorrendo questa strada si potrebbe così giungere perfino a creare un grande database virtuale di menti coscienti, capaci di resistere in tempi indefiniti al di là dei rispettivi corpi o in attesa di essere eventualmente caricate ciascuna su un nuovo tipo di corpo, magari frutto di una biologia tecnicizzata.
Anche secondo un informatico di chiara fama come Raymond Kurzweil, una delle cento persone più influenti del mondo nell’I.A. secondo il “Time”, prima o poi si arriverà a riversare la coscienza individuale in uno spazio digitalizzato; questo renderebbe possibile assicurare sopravvivenza dopo la fine della vita corporea o potrebbe addirittura portarci a creare delle copie virtuali e senza età delle persone, perfino inserendole in una banca-dati di massa che darebbe così origine a una nuova umanità collettiva, posta al di fuori dei limiti dello spazio e del tempo[10]. Una volta su questa strada si potrebbe giungere quindi alla creazione di un nuovo mondo di vite simulate, a un transumanesimo di fatto, a un’evoluzione dell’umanità come l’abbiamo conosciuta fino a ora: un’umanità che potrebbe fare a meno dell’essenzialità dei corpi biologici, un’umanità virtuale senza più l’aspettativa della vecchiaia, con tutti i suoi problemi, e senza l’opprimente angoscia della morte.
Note
[1] L’Italia è fra i Paesi più longevi del mondo, con 83,4 anni di speranza di vita alla nascita; l'età media risulta, secondo l’ISTAT, di 81,6 anni per gli uomini e di 86,3 anni per le donne.
[2] “Procreare o non procreare: questo è il dilemma”, pubblicato su “StultiferaNavis” nel mese di febbraio 2026.
[3] “La forza del carattere - La vita che dura” - New York, 2000; trad. it. Milano, 2000.
[4] Pasquale Simonelli: “La vecchiaia è di per se stessa una malattia?” – Caserta, 2017.
[5] “Esplorazioni psicoanalitiche” – trad. it. Milano, 1995.
[6] “Neoumanesimo e transumanesimo nell’era dell’I.A.” – Palermo, 2025.
[7] Cfr. in particolare: “Di fronte all’I.A.”, pubblicato sul n. 6 della rivista “Fort-da” nel mese di aprile 2026.
[8] Già oggi sono operativi i primi esemplari del robot umanoide Optimus, creato da un’azienda di Elon Musk per il ruolo di badante tuttofare; mentre un altro robot dalle fattezze femminili, chiamato Aria e in vendita in via sperimentale negli Stati Uniti, è in grado di fare conversazione intrattenendo le persone che vivono sole.
[9] Cfr. “Human Enhancement” (con Julian Savulescu) – Oxford, 2009.
[10] Cfr. in particolare: “La singolarità è vicina” – New York, 2005; trad. it Milano, 2011.