In questi giorni sui Social, e Linkedin non fa eccezione, si legge della diaspora tra il Presidente degli Stati Uniti e il Presidente del consiglio italiano, così come in precedenza le critiche mosse a Leone XIV, sempre dal presidente degli Stati Uniti; per non parlare del “grande manovratore” Netanyahu.
Fenomeni storici complessi, che stanno delineando una transizione geo-economica e politica di portata globale ridotti alla personalizzazione estrema e, spesso, interpretati come il risultato delle qualità o dei difetti dei singoli protagonisti.
Questi post, questi articoli, mi appassionano il giusto e mi sembrano creati solo per alimentare il tifo di squadra; peccato che nessuna delle squadre per cui ci affanniamo a fare il tifo abbia chiaro quale strada intraprendere per il futuro, che sia di destra, di sinistra, di sopra, di sotto o nel mezzo.
Avevo, in parte, già affrontato questa tematica in un articolo pubblicato su Stultifera Navis dal titolo “In mezzo al guado … del tempo presente”; la realtà è più molto più complessa e sarebbe necessario che ci si soffermasse più sull’analisi dei processi strutturali in atto e che stanno ridefinendo l’ordine mondiale, piuttosto che sulle figure politiche che interpretano questa transizione.
Ci troviamo infatti in una fase di passaggio tra due epoche storiche: quella dell'ordine liberale internazionale emerso dopo il 1945 e consolidatosi dopo il 1991, e una nuova configurazione globale ancora in formazione. Lo scontro reale non è tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, ma tra due differenti concezioni dell'ordine internazionale: il multilateralismo e il multipolarismo.
Non ritorno su questi due concetti, già espressi in articoli precedenti, ma vorrei evidenziare che non si tratta di un semplice declino lineare, ma di un vero e proprio crollo sistemico dell'ordine mondiale emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale; con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, infatti, l’Occidente ha creduto che la sua dottrina liberale potesse essere imposta a tutto il mondo, che il suo status consentisse di poter governare, globalmente, con un suprematismo ideologico spesso giustificato da interventi militari come missioni civilizzatrici.
Dalle Nazioni Unite alla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale all'Organizzazione Mondiale del Commercio, l'architettura costruita nel secondo dopoguerra rifletteva una visione del mondo nella quale la stabilità derivava dall'integrazione crescente e dalla progressiva universalizzazione dei principi liberali.
D'altronde, gli Stati Uniti apparivano come la potenza egemone capace di garantire sicurezza, apertura dei mercati e circolazione globale di capitali, merci e informazioni; tuttavia, come osserva l’ISPI, il sistema internazionale è diventato progressivamente più complesso: sono aumentati gli attori, le aree di influenza e le capacità di resistenza delle potenze regionali e le istituzioni multilaterali hanno iniziato a mostrare difficoltà crescenti nel rappresentare una distribuzione del potere ormai profondamente mutata.
Possiamo condividere quanto sostenuto dallo storico francese Fernand Braudel, ovvero che i grandi cambiamenti storici non coincidono necessariamente con gli eventi che occupano le prime pagine dei giornali, ma maturano lentamente all'interno di strutture economiche, sociali e culturali profonde; il sociologo Immanuel Wallerstein affermava che nessuna potenza mantiene indefinitamente la propria posizione dominante e che ogni egemonia contiene infatti le condizioni del proprio progressivo indebolimento. L'economista e sociologo Giovanni Arrighi ha sostenuto che ogni fase egemonica attraversa quattro momenti ricorrenti: espansione produttiva, consolidamento politico, finanziarizzazione dell'economia e successiva perdita di centralità; in quest’ottica, la crescente finanziarizzazione dell'economia occidentale, la delocalizzazione industriale e l'ascesa di nuovi poli manifatturieri potrebbero rappresentare non anomalie contingenti, ma sintomi tipici della fase terminale di un ciclo egemonico.
Cosa c’è di diverso rispetto ad altre transizioni storiche? Ciò che rende unica la transizione attuale è che, per la prima volta nella storia moderna, il passaggio di potere non avviene esclusivamente all'interno dell'Occidente: Cina, India, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Brasile e numerosi altri attori regionali rivendicano una maggiore autonomia strategica e una partecipazione più equilibrata alla Governance globale e, in risposta alla presunta egemonia culturale occidentale, rappresentano civiltà storiche dotate di proprie tradizioni culturali, modelli politici e visioni del mondo.
Tutto il dibattito politico attuale, nonché il mainstream, è viziato da ambiguità terminologiche e soprattutto da narrazioni propagandistiche: è in atto una trasformazione del sistema facilmente verificabile.
Stati Uniti:
- Erosione del Contratto Sociale: sociologicamente, il 70% della popolazione statunitense non crede più nel Sogno Americano che garantiva coesione sociale.
- Perdita della Dominanza Marittima: storicamente, il potere statunitense si è basato sul controllo delle rotte oceaniche e dei cosiddetti choke points (Punti di strozzatura strategica). Oggi, stretti cruciali come Suez, Bab el-Mandeb e lo Stretto di Malacca sono contestati o fuori dal controllo di Washington, segnando il fallimento dell'idea di un impero marittimo globale.
- Trasformazione del sistema democratico: Politicamente, gli USA stanno scivolando verso una forma plutocratica dove il potere si accentra sulla figura del leader a discapito del dettato costituzionale e delle élite.
L’Unione Europea:
- L'Unione Europea è stata progettata per operare in un contesto caratterizzato dalla protezione strategica americana, dall'espansione della globalizzazione e dall'assenza di grandi conflitti sul continente. La crisi energetica, la guerra in Ucraina e la crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina hanno invece evidenziato le fragilità di questo modello.
- Vive una fase di asfissia burocratica e paralisi decisionale, schiacciata tra la potenza statunitense e quella cinese; la Germania, colpita da una dura recessione industriale, sta orientando i propri fondi verso un protezionismo economico autarchico, riconvertendo l'industria civile in tecnologico-militare. La Francia cerca un'autonomia strategica a trazione parigina, ma rimane incatenata alla Germania per la stabilità del proprio debito pubblico.
- La questione fondamentale è che l'Europa deve decidere se diventare un polo autonomo del nuovo sistema multipolare o rimanere un'estensione geopolitica dell'alleanza atlantica.
Sul piano geopolitico, la strategia del primato globale mostra costi crescenti e una parte della riflessione geopolitica statunitense e internazionale considera ormai conclusa la stagione dell'egemonia incontrastata americana, non tanto per un improvviso collasso degli Stati Uniti, quanto per l'impossibilità di sostenere simultaneamente la competizione con la Cina, le crisi regionali e la gestione dell'intero sistema globale.
Inoltre, se i conflitti attuali riflettono la crisi dei vecchi equilibri, le complesse sfide del futuro presentano il conto economico spostandosi dai territori fisici ai flussi di dati e all'Intelligenza Artificiale.
- Sistemi di Pagamento e Decentralizzazione: È in corso una frammentazione del monopolio del dollaro a favore di valute digitali, mercati regionali e sistemi di pagamento decentralizzati, guidati soprattutto dal gruppo BRICS. Il sistema Pix, una piattaforma pubblica di pagamenti istantanei della Banca Centrale del Brasile inizia ad essere un'alternativa radicale ai circuiti internazionali di carte di credito e ai costosi bonifici esteri, puntando a garantire la sovranità statale sui pagamenti digitali
- Assistiamo alla progressiva regionalizzazione dell'economia mondiale: I BRICS e altri organismi emergenti stanno cercando di ridurre la dipendenza dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali, favorendo sistemi di pagamento alternativi e accordi commerciali regionali.
- La Nuova Frontiera Artica: Il controllo delle rotte artiche è diventato prioritario, poiché riduce i tempi di navigazione tra Asia ed Europa. Questo spiega l'interesse strategico degli USA per la Groenlandia e il Nord America, visti come hub per i data center dell'IA che necessitano di raffreddamento e immense risorse energetiche.
Prima o poi dovremo assumerci la responsabilità, specialmente come Europa, e dovremo fare i conti con il fatto che la globalizzazione non costituiva il punto di arrivo della storia ma, invece, il prodotto di una particolare configurazione geopolitica; venuta meno questa configurazione, la storia torna a manifestarsi nella sua forma più autentica ovvero come competizione tra interessi, identità, culture e visioni del mondo differenti.
Sicuramente la transizione è ancora aperta e ci troviamo all'interno di una fase caratterizzata dalla coesistenza di istituzioni nate nel mondo unipolare e di nuove realtà regionali che ne contestano il primato; come ha osservato Amitav Acharya, il futuro potrebbe non essere propriamente multipolare, ma multiplex: un sistema nel quale coesistono molteplici centri di potere, differenti modelli politici e diverse forme di cooperazione, senza che nessuno sia in grado di imporre un ordine universale.
La vera sfida non consiste quindi nello scegliere una squadra per cui tifare, ma nel comprendere la natura della trasformazione in corso, perché le epoche storiche non cambiano quando cambiano i leader; cambiano quando mutano le strutture economiche, culturali e geopolitiche che sostengono il potere. Ed è precisamente questo che sta accadendo sotto i nostri occhi.