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Nel 213 avanti Cristo Qin Shi Huang bruciò i libri. Nel 2026 un filtro algoritmico cancella un account. Nella tradizione cinese, dal Daodejing al cǎonímǎ dei netizen, la risposta è antica: la parola obliqua, che resta fuori dal raggio dei filtri e si diffonde quando il controllo si intensifica.


Nel 213 avanti Cristo, Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina unificata, ordinò il rogo di ogni libro che non servisse all'amministrazione del nuovo Stato. L'anno successivo, secondo la ricostruzione di Sima Qian, fece seppellire vivi quattrocentosessanta letterati confuciani, colpevoli di avere trasmesso un sapere non conforme. Nel 2026, un filtro di moderazione algoritmica cancella l'account di un autore per una frase classificata come eccessiva. I due gesti hanno in comune, al di là del divario tecnologico, più di quanto appaia a prima vista. Entrambi operano su un corpus scritto. Entrambi producono per sottrazione. Entrambi, in modi diversi, falliscono.

Falliscono perché ogni atto di censura porta con sé il proprio contrario grammaticale. La risposta storica cinese alla pressione imperiale sulla parola consiste nell'invenzione di un registro obliquo. L'incipit del Daodejing è un distico programmatico: il dao che può essere detto non è il dao costante. Nel capitolo Waiwu dello Zhuangzi il meccanismo viene precisato: le parole servono per cogliere l'idea, colta l'idea si dimenticano le parole. Il vero sapere, in questa epistemologia, consiste nel residuo che resta quando il lessico è stato consumato.

Nel 2009, sulle piattaforme cinesi, compare il cǎonímǎ, il cavallo di fango ed erba, animale fittizio il cui nome è omofono di un'imprecazione impronunciabile. I netizen cinesi costruiscono sotto il Great Firewall un intero bestiario allusivo, un vocabolario parallelo di omofoni, calembour, ideogrammi deformati. Il filtro algoritmico riconosce sequenze di caratteri; il calembour si gioca sul piano del suono, della risonanza, dell'intenzione. Ai Weiwei adotterà il cavallo negli anni seguenti in diverse opere. Nel filtro passa una parola, il lettore ne sente un'altra.

Questa asimmetria definisce la condizione epistemica del filtro. Chi progetta un sistema di moderazione automatica lo calibra su un corpus di dati di allenamento, cioè su un insieme chiuso di superfici testuali. Al filtro arrivano parole, non registri; lessemi, non contesti; offese, non ironie. Per costruzione, il filtro opera sul passato della lingua. Il movimento della lingua resta fuori dal suo raggio. Ogni filtro è un monumento retrospettivo.

La cosa interessante, per chi pensa le organizzazioni, è che questa asimmetria ha precedenti. Il sapere che conta in un'azienda sta nei silenzi in riunione, nelle frasi pronunciate a metà, nei gerghi di reparto che cambiano ogni stagione. Le email archiviate ne conservano poco. I sistemi di controllo sono sempre in ritardo sulla cultura. Il cǎonímǎ aziendale cavalca tra le scrivanie molto prima che la funzione di compliance ne rilevi la presenza.

La lezione cinese, vecchia di duemila anni, è operativa oggi. Al filtro si risponde spostando il registro. La protesta lo lascia intatto. Conviene scrivere dove il filtro ancora non opera. Quello è il punto, ogni volta, dove occorre affondare la penna.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 20 aprile 2026

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / etiam capillus unus habet umbram suam

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