Go down

Una lettera aperta alle ragazze e ai ragazzi della GenZ, i teenagers, avremmo detto un tempo. Una lettera che dichiara la mia / nostra difficoltà di respirare la stessa aria che voi respirate e la paura di ricordare che abbiamo anche noi avuto paura.

C'è una cosa che gli adulti fanno da almeno duemila anni, e probabilmente la fanno anche con te. Ti guardano e vedono un problema. Ti descrivono fragile, incapace di concentrarti, ipersensibile, dipendente dal telefono, con la sicurezza di chi ha già capito. Esiodo lo faceva nel 700 avanti Cristo. Orazio nel I secolo. Un articolista anonimo nel 1925. Ogni volta con le stesse parole. Ogni volta convinti che stavolta il declino fosse davvero reale.

Non lo era. E probabilmente non lo è adesso.

Quello che gli adulti non dicono, che non diciamo, e che faccio fatica ad ammettere anch'io, è che quel giudizio non parla di te. Parla di noi. Di quello che proviamo quando il mondo smette di somigliarci: la musica che non capiamo, il linguaggio che non padroneggiamo, la sensazione concreta che il centro di gravità si sia spostato e che noi non siamo più al centro. È una perdita reale. Ma invece di starci dentro, la trasformiamo in una storia su di te. Se sei differente, devi essere peggiore. È più semplice così.

E però sarebbe disonesto dirti che non c'è niente di nuovo nella tua condizione. C'è. Sei cresciut* in un ambiente in cui non c'è stato un prima da attraversare consapevolmente: nessuna soglia, nessun momento in cui hai scelto di entrare. L'esposizione continua, la presenza come prestazione, l'identità da costruire e ricostruire sotto lo sguardo di tutti: non sono abitudini che hai scelto. Sono il paesaggio dentro cui hai aperto gli occhi. E quel paesaggio porta i segni di tutto ciò che la generazione prima di te ha promesso e non ha mantenuto: libertà infinita consegnata come precarietà, connessione trasformata in solitudine, futuro ipotecato prima ancora che tu potessi immaginarlo.

Non hai inventato queste contraddizioni. Le hai ereditate. E le senti con una precisione che a noi risulta insopportabile, proprio perché ci riguarda.

Stephen King, in quel capolavoro di romanzo che è It, dà a Ben, un uomo che torna nella città della sua infanzia dopo vent'anni, una frase che arriva quasi per caso: "Mi sono reso conto che non avevo mai più pensato di essere stato ragazzo da... da non so nemmeno io quanto." Non è che avesse dimenticato i fatti. È che aveva perso l'accesso a come ci si sente. Il disorientamento. La sensazione che tutto sia insieme urgente e senza forma. Le paure che non hanno ancora un nome e proprio per questo occupano tutto lo spazio. Da adulti le archiviamo come irrazionali. Ma erano reali. Erano totali. E dimenticarle ci rende ciechi nel momento esatto in cui vorremmo vedere.

Ecco cosa fa la comprensione degli adulti quando parla di te: ti studia, ti analizza, ti classifica con cura. Ma è la comprensione di chi ha perso quella memoria. Ti studia come allo zoo, con precisione, e senza nessuna intimità.

Quello che non sappiamo fare, e che forse dovremmo imparare, non è capirti meglio. È raccontarci senza la protezione di avere già le risposte. Anch'io non ho capito, a quell'età. Anch'io ho avuto paura di cose che non sapevo nominare. Anch'io ho ceduto, a pressioni, a aspettative, a versioni di me stesso che non riconoscevo, per paura di restare solo. Non te lo dico per sembrare vicino. Te lo dico perché è l'unica cosa vera che ho, e perché fingere il contrario sarebbe un'altra forma di distanza.

Ogni generazione, comprese quelle cresciute nella Grande Depressione e nella guerra, ha trovato il modo di abitare il mondo che riceveva, anche quando quel mondo era rotto. Non perché fosse semplice. Ma perché costruire senso, anche nei paesaggi più ostili, è qualcosa che gli esseri umani fanno con una ostinazione che non smette mai di sorprendermi.

Non ho bisogno di dirti che andrà bene. Non lo so. Ma so che quello specchio scomodo che ci tieni davanti non mostra un futuro sbagliato. Mostra un presente che chiede di essere guardato con più coraggio di quanto finora abbiamo saputo fare. Anche da parte mia.

Pubblicato il 18 aprile 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com