1. Che cos’è il lavoro nell’economia dell’AI?
L’intelligenza artificiale e l’automazione non stanno solo cambiando il lavoro, ma soprattutto il suo significato. Se sempre più attività possono essere svolte da macchine e sistemi automatici, il lavoro resta davvero il fondamento della cittadinanza economica? Oppure dobbiamo prepararci a una società in cui non sarà più il centro della vita sociale? La questione non riguarda solo l’occupazione, ma il ruolo che attribuiamo al lavoro. È ancora la principale fonte di reddito, identità e dignità oppure sta diventando solo una delle tante forme possibili di partecipazione alla società?
Per Mariana Mazzucato il lavoro resta un elemento decisivo. Nei suoi libri The Entrepreneurial State e The Value of Everything, sostiene che il problema non sia la fine del lavoro, ma il modo in cui il capitalismo contemporaneo lo ha impoverito e precarizzato. La narrazione secondo cui l’innovazione nasce solo dal settore privato è, a suo avviso, fuorviante. Molte delle tecnologie che oggi sostengono l’economia digitale sono state sviluppate grazie a investimenti pubblici. Se orientata da politiche pubbliche e obiettivi sociali, l’innovazione può generare lavoro qualificato, utile e meglio distribuito. Il punto non è liberarsi del lavoro, ma restituirgli valore e senso all’interno di un progetto collettivo.
Nick Srnicek parte da una diagnosi diversa. In Platform Capitalism e Inventing the Future (scritto con Alex Williams) sostiene che il lavoro salariato stia perdendo la sua centralità strutturale. L’automazione e le piattaforme digitali rendono possibile una produzione sempre meno dipendente dal lavoro umano diretto. Difendere a ogni costo il lavoro esistente rischia quindi di essere una battaglia difensiva. Secondo Srnicek, la vera sfida è ridurre la centralità del lavoro nella vita sociale, aprendo la strada a una società in cui reddito e diritti non dipendano dall’occupazione.
Le due prospettive divergono chiaramente. Mazzucato vuole trasformare il lavoro rendendolo più giusto, stabile e orientato al bene comune. Srnicek immagina un futuro in cui il lavoro non sia più la condizione necessaria per vivere.
Entrambi, però, condividono una critica di fondo al capitalismo digitale contemporaneo, un sistema che produce enorme ricchezza tecnologica senza garantire sicurezza e dignità diffuse. La differenza sta nel punto di arrivo, rifondare il lavoro o andare oltre il lavoro.
2. Chi crea valore nell’economia digitale?
Nell’economia delle piattaforme e dei dati, chi produce davvero ricchezza? Le grandi aziende tecnologiche, gli utenti che generano dati, i lavoratori invisibili delle filiere digitali o le infrastrutture pubbliche che rendono possibile l’innovazione? Oggi il valore nasce da una rete complessa di contributi, ma tende a concentrarsi in poche mani. La questione è soprattutto politica. Dobbiamo limitarci a redistribuire il valore prodotto o ripensare il sistema che lo genera?
Mariana Mazzucato ha costruito la sua analisi partendo da un dato spesso rimosso, molte delle tecnologie che sostengono l’economia digitale - da internet al GPS - sono il risultato di investimenti pubblici. Eppure i profitti vengono in larga parte privatizzati. Nel capitalismo contemporaneo, sostiene, si premia più l’estrazione di valore che la sua creazione. Le grandi imprese digitali monetizzano innovazioni nate da ricerca collettiva e finanziamenti pubblici, mentre lo Stato viene ridotto a semplice regolatore o correttore dei “fallimenti del mercato”. Per Mazzucato questo schema va rovesciato, lo Stato deve tornare a essere un attore capace di creare e orientare i mercati, guidando l’innovazione verso obiettivi sociali - dalla transizione ecologica alla salute pubblica - e partecipando anche alla distribuzione dei benefici economici.
Nick Srnicek parte da una diagnosi simile, ma ne trae conclusioni più radicali. Nel suo studio sul capitalismo delle piattaforme descrive le grandi aziende tecnologiche come nuove infrastrutture globali, sistemi che raccolgono dati, organizzano mercati e controllano l’accesso ai servizi. Il loro potere deriva dalla capacità di estrarre valore dal lavoro diffuso degli utenti e dalle informazioni generate quotidianamente da milioni di persone. In questo modello, la concentrazione di ricchezza e potere non è un effetto collaterale, ma una caratteristica strutturale. Per Srnicek non basta redistribuire i profitti, bisogna mettere in discussione l’intero modello economico fondato sulle piattaforme e immaginare forme diverse di proprietà, controllo e organizzazione della produzione digitale.
Le due prospettive divergono sulle soluzioni, ma convergono sul fatto che l’economia digitale, così com’è oggi, tende ad ampliare le disuguaglianze e a concentrare il potere. Per Mazzucato la risposta è uno Stato innovatore e capace di redistribuire il valore creato collettivamente. Per Srnicek è necessario immaginare un’economia che vada oltre il capitalismo delle piattaforme. Che fare? Vogliamo correggere l’attuale sistema o trasformarlo dalle fondamenta?
3. Reddito: salario, welfare o diritto universale?
Se il lavoro diventa intermittente, precario o semplicemente insufficiente per tutti, come si garantisce un reddito stabile? La sicurezza economica deve continuare a dipendere dall’occupazione o può diventare un diritto legato alla cittadinanza?
Mariana Mazzucato non rifiuta l’idea di welfare, ma propone di ripensarlo in modo attivo. Il reddito, nella sua visione, non dovrebbe essere solo una compensazione per chi resta escluso dal mercato del lavoro, ma il risultato di un’economia capace di creare valore sociale. Questo significa investimenti pubblici, innovazione orientata al bene comune, servizi e infrastrutture che generano occupazione di qualità. Il punto non è introdurre semplicemente un reddito universale, ma costruire un sistema economico che offra lavoro dignitoso e ben distribuito. Senza questa trasformazione, qualsiasi misura redistributiva rischia di essere solo un correttivo temporaneo.
Nick Srnicek parte da una diagnosi più radicale, il lavoro salariato stabile non sarà più la norma nelle economie avanzate. Automazione e piattaforme digitali stanno riducendo il bisogno di lavoro umano e aumentando la precarietà. In questo scenario, il reddito non può più dipendere dall’occupazione. Per Srnicek il reddito universale di base diventa uno strumento di libertà. Garantire a tutti una sicurezza economica minima significa permettere di rifiutare lavori mal pagati, redistribuire i benefici dell’automazione e restituire tempo alla vita sociale, politica e creativa.
Per Mazzucato il reddito resta legato a una nuova economia pubblica, orientata a missioni collettive e alla creazione di valore sociale. Per Srnicek il reddito deve diventare un diritto incondizionato in una società in cui il lavoro non è più il principale fondamento della cittadinanza. Entrambi, però, cercano una risposta alla stessa instabilità, ovvero, come garantire sicurezza economica e dignità in un sistema in cui il lavoro non basta più.
4. Tecnologia e potere politico
L’intelligenza artificiale è un dispositivo che ridisegna i rapporti di potere economico e sociale. Chi deve decidere la direzione dell’innovazione tecnologica? Il mercato, lo Stato o la società?
Per Mariana Mazzucato la tecnologia non è mai neutrale. Ogni innovazione riflette scelte politiche, priorità economiche e modelli di investimento. Se lasciata alle sole logiche di mercato, tende a seguire il profitto e a concentrare benefici e ricchezza in poche mani. Per questo lo Stato, secondo Mazzucato, deve assumere un ruolo attivo, non solo regolatore, ma guida dell’innovazione. L’intelligenza artificiale dovrebbe essere orientata verso obiettivi collettivi - dalla transizione ecologica alla sanità, dalla ricerca pubblica al welfare - in modo che il progresso tecnologico produca valore sociale e non solo finanziario.
Per Srnicek, la tecnologia, in particolare le piattaforme digitali e i sistemi automatizzati, è diventata l’infrastruttura principale del potere nel capitalismo contemporaneo. Chi controlla i dati, gli algoritmi e le piattaforme controlla anche il lavoro, l’informazione e l’accesso alle risorse. Per questo Srnicek sostiene che non basti regolare il mercato, serve una trasformazione più profonda delle istituzioni economiche e delle forme di proprietà, capace di redistribuire il controllo sulle infrastrutture digitali.
Mazzucato punta su uno Stato capace di orientare e governare l’innovazione. Srnicek immagina nuove forme di organizzazione economica e sociale che vadano oltre l’attuale capitalismo delle piattaforme. Convergono sul fatto che la tecnologia non è un destino inevitabile, ma il risultato di decisioni politiche, e può essere ripensata solo attraverso scelte collettive consapevoli.
5. Dignità oltre il lavoro
Se il lavoro non è più la principale fonte di reddito e identità, su cosa si fonda la dignità sociale? Possiamo immaginare una società in cui il valore di una persona non dipenda dalla sua produttività economica?
Per Mariana Mazzucato la dignità non può essere separata dal contributo alla vita collettiva. Non si tratta di difendere qualsiasi lavoro, ma di ridefinire che cosa significa lavorare e per quale scopo. Lavoro, innovazione e servizi pubblici devono essere orientati al bene comune: transizione ecologica, salute, istruzione, cura. In questa prospettiva la dignità nasce dalla partecipazione a un progetto condiviso, dalla possibilità di contribuire alla creazione di valore sociale e non solo di profitto. Non è il salario in sé a garantire dignità, ma il riconoscimento del ruolo che ciascuno svolge nella costruzione del mondo comune.
Nick Srnicek propone una rottura più netta. Se l’automazione rende il lavoro sempre meno necessario, non ha senso continuare a legare dignità e occupazione. Una società post-lavoro potrebbe garantire reddito e sicurezza indipendentemente dall’impiego, liberando tempo per la cura, la creatività, la formazione e la partecipazione politica. In questa visione la dignità non è una ricompensa per chi lavora, ma un diritto che precede il lavoro stesso.
Mazzucato riformula il legame tra lavoro e dignità, cercando di orientarlo verso il bene comune. Srnicek lo scioglie, immaginando una dignità sganciata dalla produttività. Eppure condividono una stessa preoccupazione, restituire autonomia e sicurezza alle persone in un’economia in cui il lavoro non basta più a garantire né l’una né l’altra.
Conclusione
Il confronto tra Mariana Mazzucato e Nick Srnicek non riguarda soltanto il futuro del lavoro, ma il tipo di società che vogliamo costruire in un mondo sempre più governato da algoritmi e automazione.
Mazzucato propone di trasformare il capitalismo dall’interno, rafforzando il ruolo dello Stato come motore dell’innovazione e garante del valore pubblico. In questa visione il lavoro resta un elemento centrale della vita sociale, ma deve essere ripensato, meno precario, più qualificato, orientato a obiettivi collettivi e non solo al profitto.
Srnicek guarda invece oltre il lavoro salariato come fondamento della cittadinanza. Immagina una transizione verso una società in cui reddito e dignità non dipendano dall’occupazione, ma siano diritti garantiti. L’automazione, se governata politicamente, può diventare l’occasione per ridurre il lavoro necessario e redistribuire tempo, ricchezza e possibilità di vita.
Le due prospettive divergono sul destino del lavoro che per Mazzucato va trasformato e reso socialmente utile, per Srnicek può perdere la sua centralità. Convergono invece su un punto, l’economia digitale e l’intelligenza artificiale non sono fenomeni naturali né inevitabili, ma il risultato di scelte politiche, di decisioni su chi controlla la tecnologia e su come vengono distribuiti i suoi benefici.
La sfida, quindi, non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma chi avrà il potere di decidere in quale direzione cambierà e a vantaggio di chi.
Brevi biografie degli autori
Mariana Mazzucato (1968) Economista dell’innovazione tra le voci più influenti nel dibattito internazionale sul rapporto tra tecnologia, politica ed economia. È professoressa alla University College London e dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, centro di ricerca che studia il ruolo delle istituzioni pubbliche nell’orientare lo sviluppo tecnologico e industriale. Nei suoi libri più noti - Lo Stato innovatore (2013), Il valore di tutto (2018) e Mission Economy (2021) - ha mostrato come molte delle principali innovazioni contemporanee siano nate da investimenti pubblici e come lo Stato possa tornare a essere protagonista nella creazione di valore e nella definizione degli obiettivi collettivi. Il suo lavoro ha influenzato governi e istituzioni internazionali nel ripensare il rapporto tra innovazione, welfare e interesse pubblico.
Nick Srnicek (1982) Filosofo politico ed economista digitale canadese, è docente al King’s College London e tra i principali studiosi delle trasformazioni del capitalismo nell’era delle piattaforme e dell’automazione. Il suo lavoro si colloca al crocevia tra teoria politica, economia digitale e critica del lavoro contemporaneo. Nei saggi Platform Capitalism (2016), Inventing the Future (2015, con Alex Williams) e After Work (2023, con Helen Hester) ha analizzato il potere delle grandi piattaforme tecnologiche, la precarizzazione del lavoro e le prospettive di una società “post-lavoro” fondata su reddito universale, riduzione dell’orario e redistribuzione dei benefici dell’automazione.
POV nasce dall’idea di mettere a confronto due autori viventi, provenienti da ambiti diversi - filosofia, tecnologia, arte, politica - che esprimono posizioni divergenti o complementari su un tema specifico legato all’intelligenza artificiale.
Si tratta di autori che ho letto e approfondito, di cui ho caricato i testi in PDF su NotebookLM. A partire da queste fonti ho costruito una scaletta di argomenti e, con l’ausilio di GPT, ho sviluppato un confronto articolato in forma di articolo.
L’obiettivo non è giungere a una sintesi, ma realizzare una messa a fuoco tematica, far emergere i nodi conflittuali, perché è proprio nella differenza delle visioni che nascono nuove domande e strumenti utili a orientare la nostra ricerca di senso.