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Alla fine dell'estate 2026, a pochi giorni di distanza, due immagini di donne hanno diviso i social: Alice De André, ridotta dai commenti a un corpo contro la sua volontà, e Sydney Sweeney, che si spoglia per la propria azienda e ci guadagna. La stessa parola, «mercificazione», ha difeso la prima e condannato la seconda. Da questa dissonanza parte il testo. La tesi è scomoda: il valore sociale di una donna continua a passare dal corpo esibito, e i social, invece di rompere quel meccanismo, lo hanno reso comodo, conveniente e di massa, vendendolo come emancipazione. Il bersaglio non sono le donne che scelgono di mostrarsi: è l'architettura che scrive il menù da cui scelgono, e chi, dietro quel menù, muove la domanda e trattiene il profitto. Scrivo da uomo, e comincio dichiarandolo, perché è l'unico modo onesto di affrontare la questione.

Il titolo dell'articolo riprende, per omaggio dichiarato, Il corpo delle donne di Lorella Zanardo (con Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, 2009), il documentario che per primo ha analizzato sistematicamente la mercificazione del corpo femminile nella televisione italiana generalista. Qui la stessa domanda si sposta dalla tv ai social, e da «chi lo mostra» a «chi ne comanda il processo e ne trattiene il valore».


"Due tette con una biografia attaccata dietro"

Alla fine di agosto Alice De André, ventisette anni, attrice, va in scena al Todi Festival. Il giorno dopo esce una foto in cui sorride accanto al direttore del festival, Silvano Spada, all'indomani del suo spettacolo. Un'immagine normale. In pochi minuti, sotto quella foto, smette di essere un'attrice. Diventa, parole sue, «due tette con una biografia attaccata dietro».1 Centinaia di commenti, tutti sullo stesso punto.

Parto da qui, e dichiaro subito dove sto io dentro la scena, perché è l'unico modo onesto di scriverne. Quella foto la guardo anch'io. Da uomo, magari penso che sia una bella donna. Il pensiero è mio, resta nella mia testa, non fa male a nessuno. Il punto è cosa ne faccio. Scriverlo sotto la sua foto la raggiunge, la schiaccia dentro quel pensiero, e quella riduzione diventa un atto, con un effetto reale su di lei. Gli uomini che l'hanno fatto erano fuori luogo, e qui non c'è nessuna sfumatura da cercare: qualunque cosa una donna indossi o pubblichi, il commento sessualizzante non richiesto è sempre fuori luogo. Lo dico prima di tutto, perché niente di quello che scrivo dopo possa servire a rovesciare su di lei la colpa di quei commenti.

Sotto quella foto, però, è successo qualcosa di più preciso, e vale la pena guardarlo da vicino. Sono arrivati due tipi di commento insieme. Da una parte l'apprezzamento ad alta voce, il complimento volgare sul corpo. Dall'altra l'accusa: l'ha fatto apposta, vuole farsi vedere, cerca attenzione. De André li ha citati entrambi nel video con cui ha risposto, intitolato «Oscenità», mostrando anche gli screenshot dei commenti.2 Dell'accusa ha fatto ironia: diceva di essersi messa solo una maglietta, e di aver invece elaborato senza saperlo un raffinatissimo piano di comunicazione. La stessa donna, quindi, viene desiderata a voce alta e insieme punita per essere desiderabile, con l'aggiunta del sospetto di aver cercato lei quello sguardo. Sono due facce dello stesso gesto. E dentro quel gesto lei, come persona che era lì a lavorare, sparisce. A chi le aveva scritto quelle cose ha risposto che non li rende più maschi né spiritosi, li rende soltanto «trogloditi digitali», e in didascalia ha messo Sciascia: «Uomini, mezz'uomini, ominicchi… quaquaraquà».3

Stesso vocabolario, direzione opposta

Il caso De André mi ha aperto una domanda che con lei, a quel punto, non c'entra quasi più. Pochi giorni dopo, a settembre, arriva Sydney Sweeney. Compare in una campagna per Novig, una piattaforma di scommesse e previsioni sportive: quasi nuda, coperta solo da attrezzi sportivi, mentre finge di giocare a tennis, golf, baseball e hockey. Con una differenza che pesa: di quella società Sweeney è socia, ci ha messo dei soldi, e presenta l'idea della campagna come sua.4 Contro di lei si scatena una critica dura, e la muovono soprattutto le atlete. Una campionessa olimpica di nuoto scrive di sentirsi furiosa, e si chiede come sia possibile che nel 2026 mercificare il corpo di una donna e sessualizzare lo sport femminile siano ancora una cosa normale.5 Una ginnasta risponde di aver passato la vita in uno sport dove le donne vengono ipersessualizzate e ridotte al corpo; una velocista britannica ribatte mostrando cosa sono davvero le donne nello sport: muscoli, fatica, sudore.6

Ed è qui la dissonanza da cui parto. Le parole sono le stesse: oggettivazione, sessualizzazione, una donna ridotta a un corpo. Nel caso di De André quelle parole nominano un torto subìto, e puntano il dito contro gli uomini che gliel'hanno inflitto. Nel caso di Sweeney le stesse parole cambiano bersaglio e diventano un'accusa rivolta a lei, che quel corpo lo ha esposto per scelta e ci guadagna. Stesso vocabolario, direzione opposta. E la risposta che liquida tutto in fretta, «è una sua libera scelta», qui si inceppa subito, perché ad Alice De André di scegliere non è stato concesso niente, e la parola che l'ha difesa è la stessa che adesso ne condanna un'altra.

La tesi che voglio difendere nasce da questo cortocircuito. Il valore sociale di una donna continua a passare, oggi come cinquant'anni fa, attraverso il suo corpo reso desiderabile ed esibito. I social non hanno rotto questo meccanismo: lo hanno reso comodo, conveniente, desiderabile e di massa, e lo hanno venduto come una conquista, finalmente libere di disporre del proprio corpo senza il filtro maschile. La libertà della singola donna resta intera. Il problema sta un passo prima, nel menù da cui quella libertà sceglie, costruito per premiare una cosa sola: la desiderabilità sessuale messa in vetrina. E quel menù non lo ha scritto lei.

La divisa non la scelgono le atlete

Vengo allo sport, che è il caso in cui la difesa più comoda, «è una sua scelta», quasi non si riesce a pronunciare. La divisa la decide il regolamento, non l'atleta.

Nel beach volley il bikini è rimasto obbligatorio per le giocatrici fino al 2012.7 Nella pallamano da spiaggia, fino a pochi anni fa, il regolamento internazionale imponeva alle donne un top che lascia scoperto l'addome e uno slip attillato; agli uomini, nello stesso sport e sulla stessa sabbia, concedeva canotta e pantaloncini fino a dieci centimetri sopra il ginocchio.8 La differenza tra i due corpi non ha niente a che vedere con il gioco. Riguarda solo quanta pelle deve mostrare la donna.

Poi è arrivata la scena che chiude il discorso. Ai campionati europei del 2021, in Bulgaria, la nazionale norvegese femminile è scesa in campo con i pantaloncini al posto dello slip regolamentare. La Federazione europea di pallamano l'ha multata: millecinquecento euro, centocinquanta a giocatrice, per «abbigliamento non conforme».9 Le atlete avevano chiesto in anticipo di potersi coprire, e la risposta era stata la minaccia di multa o squalifica. Vale la pena rileggerla piano, questa scena: un'istituzione sportiva che multa delle atlete perché si sono coperte.

E qui c'è il dettaglio che pesa più di ogni ragionamento. Dopo lo scandalo, la federazione internazionale ha cambiato la regola: dal 2022 alle giocatrici bastano pantaloncini attillati e una maglietta aderente.10 Se lo slip fosse servito a giocare, non lo si sarebbe potuto cancellare con un tratto di penna. Lo si è cancellato perché per l'atleta non era mai servito a niente: era un ornamento per chi guarda. Lo stesso vale per la ripresa televisiva, ancora più chiara, perché non dipende nemmeno dall'atleta: la decide la regia. Stesso gesto sportivo, inquadrature diverse a seconda del sesso di chi lo compie.

Lo sport mostra la tesi allo stato puro, con un vantaggio che gli altri casi non hanno: qui l'architettura che pretende il corpo esibito ha un nome e un indirizzo, la federazione e l'emittente. Se lo slip servisse a correre, lo porterebbero anche gli uomini. E quando le norvegesi hanno smesso di indossarlo, la prestazione è rimasta identica; a cambiare è stata solo la federazione, costretta ad ammettere per iscritto che non serviva.

Una scala, non un elenco

Da qui in avanti il ragionamento si fa più scivoloso, ed è giusto così, perché nello sport l'atleta almeno non sceglie. I casi difficili sono gli altri: quelli in cui un margine di scelta esiste, cresce, e a un certo punto diventa totale.

I due estremi sono già chiari. Da una parte De André, il corpo oggettivato dall'esterno, senza nessun margine di scelta. Dall'altra Sweeney, che quel corpo lo mette in scena da sé, lo controlla e ci guadagna. Tra i due poli si colloca la massa, cioè la parte più grande del fenomeno. Nel mezzo c'è, prima di tutto, la creator qualunque, quella di OnlyFans, la vetrina più nota di un mondo più ampio: altre piattaforme dello stesso tipo e la parte sommersa dei canali Telegram, dove la vendita è più diretta e i controlli, già deboli, spesso non esistono affatto. La retorica la racconta come una piccola imprenditrice di se stessa, padrona finalmente del proprio corpo e del proprio reddito. I numeri dicono un'altra cosa. La piattaforma trattiene il venti per cento su tutto. Di quello che resta, l'uno per cento delle creator si prende circa un terzo dell'incasso totale, e il dieci per cento quasi tre quarti. Sotto quella soglia c'è tutto il resto: la creator mediana guadagna al massimo qualche centinaio di dollari al mese, e intorno al settanta per cento sta sotto i duecento. La cifra «media» che ogni tanto compare sui giornali, un centinaio di dollari, è una media aritmetica gonfiata da pochissime che guadagnano moltissimo, e non descrive quasi nessuna.11 Per la stragrande maggioranza, allora, la libertà economica promessa resta un'illusione statistica: il valore vero si ferma alla piattaforma e a una piccola élite, e alla donna che si espone restano le briciole.

Un gradino più in là c'è qualcosa di più sottile, che non ha nemmeno il movente del guadagno sessuale diretto. Sono le creator di contenuti dove il corpo non c'entra niente, tutorial di cucina, di musica, di giardinaggio, che però adottano lo stesso codice ammiccante, la scollatura, la posa, la maglietta scesa, anche quando il contenuto non ne ha bisogno, perché l'algoritmo premia con visibilità proprio quel codice. Qui la mercificazione del corpo diventa una reazione automatica agli incentivi della piattaforma, che raggiunge persino chi vorrebbe solo spiegare come si fa il pane.

C'è poi il caso limite, il più torbido. Le regole di Meta vietano di mostrare i capezzoli femminili, con qualche eccezione: allattamento, parto, salute, arte. Un'inchiesta ha documentato come quell'eccezione venga sfruttata: profili nati intorno all'allattamento che ospitano video di donne curate, in posa, lo sguardo dritto in camera, che fingono di allattare, in certi casi con bambole iperrealistiche al posto di bambini veri, per far passare materiale sessualizzato aggirando il divieto.12 L'infrastruttura pensata per proteggere le madri diventa un canale per vendere il suo contrario, spesso con protagoniste che arrivano da paesi poveri, e di cui non si sa se siano pagate, consapevoli, o soltanto usate.

In cima alla scala torna Sweeney, con la scelta piena. È il caso più difficile, e per questo il più utile. Anche quando la scelta è totale, il profitto è suo e il controllo è suo, l'effetto sulla cultura non cambia di una virgola: la sua campagna rende normale il corpo-vetrina esattamente come lo rende normale la ventenne che tira a campare. La critica giusta, allora, è la stessa nei due casi, e riguarda il sistema, non la donna. Le atlete che hanno inchiodato Sweeney, invece, hanno puntato il dito su di lei, sulla sua scelta, sul suo corpo: una versione dello stesso sguardo che giudica la singola, quando il bersaglio vero sta un piano più su.

È questo che tiene insieme tutto. Lungo questa scala il margine di scelta della donna passa da zero a totale, ma la struttura che misura il suo valore sul corpo esibito resta identica, e il profitto scivola sempre lontano da lei. Non è un elenco di comportamenti femminili da giudicare uno per uno: è un solo sistema, visto a gradi diversi di libertà.

La macchina non si ferma agli adulti

Se fosse davvero solo libera scelta di donne adulte, il sistema si fermerebbe agli adulti. E invece arriva proprio a chi adulto non è ancora. La prova più solida che qui comanda l'architettura, e non la preferenza personale, è che il meccanismo cattura chi una preferenza del genere non ha ancora avuto il tempo di formarsela, e in certi casi non ha nemmeno l'età per farlo.

Partiamo dal confine che si è rotto. Persone che facevano questo mestiere in modo dichiarato ci sono sempre state, ed erano un mondo a parte. La novità degli ultimi anni è la scomparsa di quella linea: vendere la propria immagine sessuale è diventata un'opzione ordinaria, normale, presentata come opportuna e desiderabile, offerta a ragazze molto giovani dentro un ambiente che la premia e la incoraggia. Il salto è che è diventata un comportamento di massa, alla portata di chiunque, fin dall'età più fragile.

E sotto quell'età la barriera perde pezzi. Un'inchiesta della BBC ha ricostruito il caso di una ragazzina di quattordici anni che ha aperto un account con il passaporto e il conto bancario della nonna: il sistema di verifica non riusciva a cogliere la distanza tra il selfie di una minorenne e il documento di una persona adulta.13 Un'indagine di Reuters ha trovato più account con materiale che documentava sospetti abusi su minori.14 Le vie d'ingresso si somigliano tutte: documenti altrui, account ceduti da altri, adescamento sui social. Falle di sistema, più che casi isolati, al punto che se ne sono occupate le autorità: quella britannica ha multato la società che gestisce la piattaforma per aver dato informazioni inesatte sui propri controlli d'età.15 E questo vale per la piattaforma più sorvegliata; sui canali informali, su Telegram, la barriera d'età spesso non c'è per niente.

C'è poi una conseguenza che nessuno, nel momento in cui si espone, controlla davvero: quello che finisce in rete non torna più indietro. Il consenso lo dai adesso, all'immagine di adesso, ma l'immagine resta per sempre, si copia, si archivia, riaffiora altrove anni dopo, in contesti e davanti a occhi che non avevi previsto. Su quella distanza, tra il gesto di un momento e la sua durata senza fine, non ha potere nessuna, nemmeno chi ha scelto in piena libertà e con piena lucidità. È un altro pezzo della stessa architettura: lo decide la struttura del mezzo, non chi ci mette la faccia.

Per una minorenne questo diventa un peso sul futuro che lei non è in grado di misurare. Non si può dare un consenso pieno alla permanenza di una cosa di cui non si capisce ancora la portata, tanto meno a quindici o a diciassette anni, quando la vita che quell'immagine raggiungerà non è nemmeno cominciata.

La conclusione, allora. Un sistema che risucchia chi non ha ancora formato quella preferenza, e lascia passare chi non ha l'età per sceglierla, non descrive la libera scelta di una donna adulta: descrive una macchina che premia un solo comportamento con tanta forza da attirare anche chi, per legge o per età, scegliere non potrebbe. Il bersaglio della critica, di nuovo, è la macchina, non la ragazza che ci finisce dentro.

L'ultima nicchia libera

Resta un ultimo grado, il più estremo, e lo lascio come accenno, perché è più un sintomo che una prova. Quando un mercato si satura, la concorrenza spinge a forzare le differenze, a inventare nicchie sempre più strette pur di trovare visibilità dove le altre non arrivano. Questo mondo, con la sua concentrazione estrema dei guadagni, è saturo. E in questa corsa alla nicchia si colloca un fenomeno che diverse voci della comunità trans hanno denunciato, il «transfishing»: creator che non sono trans ne simulano i tratti fisici, fino a creare un rigonfiamento con oggetti nascosti nella biancheria, per intercettare una nicchia meno affollata. Le attiviste e le commentatrici trans lo leggono per quello che è dal loro punto di vista: appropriazione e feticizzazione della loro identità, sfruttamento delle loro vite.16 Quello che conta, nel mio ragionamento, è cosa rivela del sistema. La logica del corpo-merce, spinta all'estremo dalla saturazione, non si ferma più al corpo: mette in vendita anche l'identità, e come merce sceglie proprio quella più marginale, perché è lì che si apre un varco commerciale ancora libero. Il conto lo pagano, come sempre, le persone più esposte: le vere creator trans, già confinate a un mercato ai margini, che vedono erodere anche quello e ridurre la propria esistenza a feticcio da imitare. È l'ultimo grado della stessa macchina, quella che, esaurito tutto il resto, arriva a mercificare perfino il modo di esistere di una persona.

Il menù, non chi lo sceglie

Resta la parola più difficile di tutte, quella che ha attraversato tutto il ragionamento: libertà. Provo a definirla in modo che regga. Si è liberi quando si sceglie dentro un contesto trasparente, con alternative reali e con conseguenze conoscibili. Sono tre condizioni, e servono tutte e tre insieme.

Messa così, la questione si chiarisce, e mi permette di tenere ferme due cose che sembravano in contrasto. La prima: ogni donna che si espone sta facendo una scelta legittima, che nessuno deve giudicare, io per primo. La seconda: il sistema dentro cui quella scelta avviene è, per le donne come categoria, un pessimo affare. Le due frasi convivono, esattamente come convivono «nessuno che fa le consegne ha colpe» e «la piattaforma che lo sfrutta è un problema». Il bersaglio non è la persona che sceglie: è il menù da cui è costretta a scegliere.

E quel menù, misurato su quelle tre condizioni, le manca tutte. Non è trasparente, perché nasconde a chi entra che il valore vero resta alla piattaforma e a una minima élite. Non offre alternative reali, e per molte non è un modo di dire: in un paese dove lavora circa una donna su due, quando le altre porte restano chiuse l'esposizione diventa la sola leva che avanza. Un sistema che premia un solo comportamento con tanta forza da raggiungere persino chi vorrebbe fare altro non offre una scelta: offre un imbuto. E non ha conseguenze conoscibili, perché la permanenza delle immagini agisce su un tempo che nessuno, nel momento del gesto, riesce a vedere. Una scelta fatta senza trasparenza, senza alternative e senza sapere cosa comporta è libera solo di nome.

E c'è un lato di questo mercato che finora ho tenuto in ombra, ed è quello che conta di più. Un mercato ha due lati. Fin qui ho guardato l'offerta, le donne che si espongono, e ho dato per scontata la domanda. Ma nessun mercato sta in piedi senza chi compra, e qui chi paga per il corpo-vetrina è in larghissima parte maschile, mentre a incassare sono le piattaforme e chi le possiede. La donna che si mostra è l'anello finale, e il più esposto, di una catena che non ha costruito lei: la domanda non l'ha creata, l'infrastruttura non è sua, il profitto va altrove. Guardare solo cosa fanno le donne, e non chi compra e chi guadagna, è già un errore: scambia l'offerta per la causa. Il motore sta dal lato della domanda.

Da qui la conclusione, che è il rovescio esatto della retorica dell'emancipazione. Ci hanno raccontato questo passaggio, dalla merce gestita dagli uomini alla merce gestita dalle donne, come una conquista: finalmente padrone del proprio corpo. Ma a cambiare è stato solo chi controlla il processo, mentre il valore vero continua a scivolare altrove, lontano dalla donna che ci mette il corpo. La struttura è rimasta identica, e continua a misurare quanto vale una donna sulla desiderabilità del corpo che mostra. Quel corpo è passato da vetrina di altri a vetrina di sé, e il passaggio è stato spacciato per libertà. Nei fatti, sommando tutto, non ha prodotto nessun passo avanti reale nel rapporto tra uomini e donne. In qualche caso lo ha perfino peggiorato, perché ha reso la mercificazione comoda, desiderabile e di massa, e l'ha estesa fino alle più giovani e oltre la linea dell'età.

E allora torno da dove sono partito, sotto la foto di Alice De André, con me dentro. La prima barriera resta quella, immutata: quello che penso davanti a un corpo è affare mio, quello che scrivo sotto la sua foto è un atto che la raggiunge. Ma la barriera vera, quella grande, è più scomoda. Non è il singolo uomo con il suo commento: è un intero mercato, costruito sulla domanda maschile e sul profitto altrui, che ha imparato a vendere la desiderabilità femminile meglio di prima, e che ha quasi convinto le donne di essersi finalmente impadronite del proprio corpo.


Nota editoriale. Questo testo nasce da un processo di scrittura ibrido. L'ideazione, l'impianto argomentativo e la responsabilità dei contenuti restano dell'autore; la ricerca preliminare e la stesura sono state condotte con l'aiuto di sistemi di intelligenza artificiale (Perplexity per il brainstorming iniziale, Claude per la redazione e la verifica delle fonti).


Note

[1]  La Presse, «Alice De Andrè e gli insulti sessisti su Instagram: "Trogloditi digitali"», 31 agosto 2026. https://www.lapresse.it/spettacoli/2026/08/31/alice-de-andre-e-gli-insulti-sessisti-su-instagram-trogloditi-digitali/
[2]  PerugiaToday, «Alice De Andrè bersaglio di commenti sessisti: "Appena compare un corpo femminile, il resto sparisce"», 30 agosto 2026. https://www.perugiatoday.it/attualita/alice-de-andre-bersaglio-di-commenti-sessisti-appena-compare-un-corpo-femminile-il-resto-sparisce.html
[3]  Il Fatto Quotidiano, «"Sono diventata due tette con una biografia attaccata dietro"… trogloditi digitali», 31 agosto 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/31/sono-diventata-due-tette-con-una-biografia-attaccata-dietro-questi-comportamenti-vi-rendono-trogloditi-digitali-alice-de-andre-furiosa/8492931/
[4]  Forbes (K. Elsesser), «Why Female Athletes Are Fighting Back Against Sydney Sweeney's New Ad», 15 settembre 2026 (Sweeney socia/equity holder di Novig; concetto della campagna dichiarato suo). https://www.forbes.com/sites/kimelsesser/2026/09/15/why-female-athletes-are-fighting-back-against-sydney-sweeneys-new-ad/
[5]  Deadline, «Sydney Sweeney Novig Ad Sparks Backlash Among Olympians», 14 settembre 2026 (dichiarazione di Ariarne Titmus). https://deadline.com/2026/09/sydney-sweeney-novig-ad-backlash-female-olympians-1237101507/
[6]  Fox News / OutKick, «Steamy Sydney Sweeney ad draws backlash from female athletes», 15 settembre 2026 (dichiarazioni di Gracie Kramer e Amy Hunt). https://www.foxnews.com/outkick-sports/steamy-sydney-sweeney-ad-draws-backlash-female-athletes
[7]  CBS News, «Norway's beach handball team fined for refusing to wear bikini bottoms», 20 luglio 2021 (il bikini non è più obbligatorio nel beach volley dal 2012). https://www.cbsnews.com/news/norway-beach-handball-team-fined-bikini-bottoms/
[8]  NBC News, «Norwegian women's beach handball team fined for not playing in bikinis», 21 luglio 2021 (asimmetria uomo/donna nel regolamento IHF). https://www.nbcnews.com/news/sports/norwegian-women-s-beach-handball-team-fined-not-playing-bikinis-n1274453
[9]  CBC Sports, «Norway's beach handball team hit by fine after dropping bikinis for shorts», 21 luglio 2021 (1.500 euro, 150 a giocatrice, «abbigliamento non conforme»). https://www.cbc.ca/sports/norway-shorts-instead-of-bikini-handball-fine-1.6110921
[10]  NBC News, «Norway's beach handball team wins fight over sexist uniform rules», 1 novembre 2021 (dal gennaio 2022 pantaloncini attillati e maglietta aderente). https://www.nbcnews.com/news/world/norways-beach-handball-team-win-fight-sexist-uniform-rules-rcna4218
[11]  OnlyFansStatistics.com, «OnlyFans Creator Income Distribution Report 2026», 16 luglio 2026 (https://onlyfansstatistics.com/earnings); e Aruna Talent, «State of OnlyFans 2026» (top 1% ≈ un terzo dei ricavi; mediana sotto i 200 dollari al mese; media aritmetica fuorviante). https://arunatalent.com/blog/state-of-onlyfans-2026/
[12]  Screenshot Media, «OnlyFans models are using breastfeeding content as a loophole», 28 febbraio 2024. https://screenshot-media.com/technology/social-media/onlyfans-models-breastfeeding-instagram/
[13]  BBC News, inchiesta «The children selling explicit videos on OnlyFans», 26 maggio 2021, https://www.bbc.co.uk/news/uk-57255983. Nell'ambito dell'inchiesta la BBC creò un account di prova con il documento di una ventiseienne per mostrare come i controlli potessero essere aggirati. Il caso della quattordicenne che usò passaporto e conto bancario della nonna fu riferito all'epoca dalla polizia dell'Hertfordshire e ripreso da più testate.
[14]  Reuters, special report «OnlyFans vows it's a safe space. Predators are exploiting it», 2024. https://www.reuters.com/investigates/special-report/onlyfans-sex-children/
[15]  Ofcom, «Ofcom fines provider of OnlyFans £1.05 million», 27 marzo 2025, https://www.ofcom.org.uk/online-safety/protecting-children/ofcom-fines-provider-of-onlyfans-1.05-million. Multa di 1,05 milioni di sterline a Fenix International Limited per aver fornito informazioni inesatte sulle proprie misure di verifica dell'età: Fenix aveva dichiarato che la soglia del sistema di stima facciale era fissata a 23 anni, mentre era impostata a 20 dal novembre 2021. La multa riguarda le informazioni fornite, non un accertamento di accessi da parte di minori. Ofcom aveva aperto, il 1° maggio 2024, un procedimento distinto sull'adeguatezza dei controlli d'età.
[16]  The Spectator, «Welcome to the weird world of transfishing», 2023 (fenomeno a documentazione frammentaria, trattato da fonti di segno opposto e denunciato anche da voci della comunità trans). https://spectator.com/article/welcome-to-the-weird-world-of-transfishing/

Pubblicato il 22 settembre 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com