Sta a Venezia, a mezz'ora da casa mia. Alle Gallerie dell'Accademia.
E quasi nessuno l'ha mai visto dal vivo.
L'Uomo vitruviano di Leonardo, penna e inchiostro, Milano, intorno al 1490, viene esposto di rado perché la luce lo rovina. L'icona universale della centralità dell'uomo non sopporta di essere guardata troppo a lungo.
Tenetela da parte, questa cosa. Ci torniamo.
L'uomo al centro, di nuovo
Non c'è convegno sull'intelligenza artificiale che non lo dica. Human-centric AI. Human in the loop. L'uomo al centro. Lo dicono i regolamenti, i codici etici, le slide dei vendor, le linee guida aziendali, perfino le encicliche. E quasi sempre, in apertura o in copertina, c'è lui. Braccia aperte, gambe divaricate, iscritto nel cerchio e nel quadrato. Il santino dell'umanesimo da conferenza.
Sia chiaro: non parlo dell'umanesimo che sa di essere debole, quello che da Anders a Illich ha fatto della propria imperfezione un metodo. Parlo della formula. L'uomo al centro come frase fatta, che non costa niente a chi la pronuncia e molto a chi la subisce.
Nelle slide, almeno, centrarlo è facile. C’è un pulsante.
Il santino ha un gemello laico: il numero. Il KPI, il benchmark, lo score. Ma il numero non è magico: non trasforma una promessa in una prova. Un numero è una domanda scritta in cifre. Se smetti di fargli domande, è un santino con la virgola. Nel secondo mezzo paper toccherà a lui.
Il sospetto che mi accompagna è questo. Che un certo umanesimo, per difendere l'uomo, finisca per fare la stessa cosa che fa il sistema da cui vorrebbe difenderlo. Metterlo al centro. E lasciarlo lì.
Guardatelo bene
Guardatelo bene, l'uomo vitruviano. Nella figura inscritta nel quadrato ha le braccia tese in orizzontale e le gambe accostate. Io oggi ci vedo la postura di un crocifisso. Leonardo non c'entra. Lo sguardo è mio.
Nel foglio le posizioni del corpo si sovrappongono. Quella inscritta nel cerchio, con le braccia alzate e le gambe aperte, mi richiama un'altra croce: la X di Sant'Andrea. Due crocifissioni possibili nello stesso sguardo. Il santino perfetto: due martiri al prezzo di uno.
Il cerchio, poi, ha il centro nell'ombelico. Leonardo lavorava con compasso e punta metallica, e sul foglio ne restano i segni. Il centro, prima di essere un'idea, è il punto in cui si pianta il compasso.
Un corpo con le braccia aperte, fissato in un punto, misurato.
Questo è l'uomo al centro. Non un sovrano. Un crocifisso con le quote.
Il Quetzalcoatl crocifisso
La X qualcuno l'ha vista anche dall'altra parte dell'oceano.
Nell'Ottocento Lord Kingsborough, aristocratico irlandese, consumò il patrimonio per pubblicare le Antiquities of Mexico, nove volumi di codici mesoamericani fatti ricopiare e litografare dal pittore Agostino Aglio. Era convinto che gli indigeni americani discendessero dalle tribù perdute di Israele. E nel Codice Borgia, a quanto riferiscono i suoi lettori di allora, vide Quetzalcoatl, il serpente piumato, nell'atteggiamento di un crocifisso, con i segni dei chiodi su mani e piedi.
Kingsborough finì in carcere per debiti e morì nel 1837, prima che l'opera fosse completa. Il Codice Borgia, per gli studiosi di oggi, è un tonalamatl: un libro del destino, un calendario divinatorio, cicli di Venere e di stagioni. Nessuna crocifissione. Il Quetzalcoatl in croce è un santino europeo, stampato sopra un altro mondo.
E la X, laggiù, che cosa significava? Nei glifi nahua quella forma si chiama ollin. Movimento. È il segno del Quinto Sole, l'era in cui viviamo secondo i mexica, destinata a finire nei terremoti.
Il segno che un europeo legge come chiodo, un tlacuilo lo legge come movimento. Dove noi vediamo un uomo fissato, loro vedevano un mondo che trema.
Non è la stessa X, lo so. È la stessa forma, letta da due mondi che non si sono mai parlati. Ma è proprio questo che mi interessa: due letture, inchiodare o muovere. Tenetele a mente. Servono per Pico, e poi per Borges.
Il centro come zona di deformazione
Nel 2019 l'antropologa Madeleine Clare Elish ha dato un nome a qualcosa che chiunque lavori con sistemi automatici conosce bene: moral crumple zone, la zona di deformazione morale. Nelle automobili la zona di deformazione è la parte progettata per accartocciarsi nell'urto, così che il resto si salvi. Nei sistemi automatizzati, osserva Elish, quella parte è l'essere umano. È lui ad assorbire la colpa quando il sistema sbaglia, anche se il controllo effettivo stava altrove.
Ecco a cosa serve, spesso, l'uomo al centro. Non a decidere. A essere responsabile.
Ne avevo scritto qui lo scorso dicembre, nell'Interludio regressivo e opaco: l'umano nel loop come decorazione etica, foglia di fico legale, prete che assolve peccati già commessi dall'infrastruttura. Oggi correggerei. Non è il prete.
È la vittima.
Il sistema può metterlo al centro perché al centro qualcuno deve prendersi i chiodi. Promette dignità e consegna espiazione. Quando il controllo umano resta un obbligo di firma senza un potere effettivo di intervento, la croce diventa più precisa: tu approvi, tu rispondi. Il sistema, intanto, risorge. Aggiornato. Alla release successiva.
Pico non diceva questo
Il paradosso è che chi per primo ha messo l'uomo nel mezzo non intendeva questo.
Nell'Oratio di Pico della Mirandola, Dio parla ad Adamo e gli dice, più o meno: non ti ho dato una sede fissa né un volto tuo, ti ho messo nel mezzo del mondo perché tu possa guardare ogni cosa e darti la forma che vorrai. Potrai scendere tra i bruti, potrai salire tra le cose divine.
Nel mezzo, sì. Ma senza sede.
Il centro di Pico non è un luogo. È una mobilità. L'uomo sta in mezzo perché non sta da nessuna parte. È una soglia, non un punto.
Il centro dell'umanesimo da convegno è il suo contrario: un punto fisso, misurato, con le proporzioni certificate. Un uomo che non può muoversi, perché ogni movimento farebbe saltare il cerchio.
L'umanesimo di Pico era liminale. Quello delle slide è vitruviano. Geometria del sacrificio, braccia aperte e compasso nell'ombelico.
Tre versioni di Giuda
Dal Messico di Kingsborough a Buenos Aires il passo, in letteratura, è breve. E qui serve Borges.
In Finzioni c'è un racconto del 1944, Tre versioni di Giuda. Il protagonista è un teologo svedese inventato, Nils Runeberg, che consuma la vita nel tentativo di riabilitare il traditore.
Prima versione. Giuda è necessario. Se il Verbo si è abbassato fino a farsi uomo, un uomo doveva abbassarsi fino a tradirlo, specchio terreno di quella discesa. Senza il bacio nell'orto, la storia non accade.
Seconda versione. Giuda è un asceta. Altri rinunciano al piacere; lui rinuncia all'onore, al bene, alla pace, perfino al regno dei cieli. La rinuncia più radicale non è alla carne. È alla propria immagine.
Terza versione, quella che fa impazzire Runeberg. Dio si è fatto uomo fino in fondo, fino all'infamia. Non ha scelto di essere Gesù. Ha scelto di essere Giuda.
Runeberg muore nel 1912, convinto di aver svelato un segreto terribile e di essere stato ignorato. Borges, come sempre, non ci dice se fosse un genio o un pazzo. Lascia aperto il labirinto.
Perché mi serve Giuda? Perché ogni crocifissione ha bisogno di un traditore. E la domanda giusta, oggi, non è chi inchioda l'uomo alla croce. È chi ha il coraggio di tradire l'icona.
Tradire l'uomo al centro
Provo a leggere le tre versioni di Runeberg come tre gesti possibili.
Il tradimento necessario. Chi dice che l'uomo non sta al centro viene accusato di antiumanesimo, di resa alla macchina, di tecnocrazia. È il bacio nell'orto. Ma senza quel tradimento la storia non va avanti, perché finché l'uomo resta inchiodato al centro nessuno chiede dove stia davvero il potere. Il centro è un diversivo. Chi lo tradisce costringe a guardare altrove: ai dati, alle infrastrutture, agli incentivi, alle metriche. A quello che Chiriatti, Riva e gli altri hanno chiamato System 0: l'aria in cui si muovono tutte le macchine.
L'ascesi. Rinunciare alla propria immagine. All'uomo misura di tutte le cose, all'eccezione garantita, al primato per decreto. Non per umiliarsi davanti alla macchina, ma per smettere di recitare una dignità che il sistema ha già trasformato in funzione. L'umano non si riconosce nella posa. Si riconosce nello scarto, nell'errore, nel corpo che non torna con le proporzioni.
L'infamia. La versione più scandalosa. Se Dio, per farsi uomo davvero, ha scelto la parte peggiore, forse anche noi, per restare umani davvero, dobbiamo smettere di scegliere la parte migliore della nostra immagine. Attenzione, però: non è un trasloco. Non si tratta di lasciare il centro per andare ad abitare il margine, la soglia, la periferia della curva, e piantarci un'altra bandierina. Sarebbe lo stesso santino con un indirizzo nuovo. Giuda non si sposta in un altro posto. Rinuncia ad averne uno assegnato. Il centro che il sistema assegna ti fissa; la posizione che assumi, tu, risponde. La differenza non è geografica. È chi tiene il compasso. Il fallimento privato. La lentezza inutile. La domanda che non diventa dato. Il pensiero che non diventa contenuto. Non sono luoghi. Sono rinunce.
Chi tiene il compasso
Il centro non è mai neutro. C'è sempre qualcuno che tiene il compasso.
Nel Rinascimento lo teneva Leonardo, e il compasso misurava un ideale: maschio, adulto, sano, proporzionato. Chi non entrava nel cerchio, semplicemente, non era la misura. Oggi il compasso lo tengono altri, e misura altro: produttività, engagement, affidabilità, rischio. L'uomo al centro è sempre l'uomo che entra nella figura. Gli altri sono fuori scala.
Il compasso prende forma in decisioni precise: che cosa ottimizzare, quali dati raccogliere, quale errore tollerare, chi può contestare il risultato. Il controllo umano comincia qui, prima della risposta della macchina. Se arrivo soltanto alla fine, con un pulsante per approvare e nessun potere di cambiare queste condizioni, il centro che mi è stato assegnato è una postazione di responsabilità senza governo.
Per questo diffido di un umanesimo che si limita a rivendicare il centro. Rivendicare il centro significa accettare il compasso. Significa discutere della posizione delle braccia, mai della croce.
Il prigioniero di Qaholom
Borges torna in Messico, o quasi, in un altro racconto dell'Aleph: La scrittura del dio. Tzinacán, mago della piramide di Qaholom, è chiuso in una cella da Pedro de Alvarado, il conquistatore che quella piramide l'ha bruciata. Dall'altra parte del muro, dietro una grata, c'è un giaguaro. Per anni Tzinacán studia le macchie del suo manto, convinto che il dio vi abbia scritto la formula del mondo.
Alla fine la legge. Quattordici parole, in apparenza casuali. Basterebbe pronunciarle per abolire il carcere, tornare giovane, far sbranare Alvarado dal giaguaro, ricostruire la piramide e l'impero.
Non le pronuncia. Chi ha intravisto l'universo, dice più o meno, non può più pensare a un uomo, alle sue piccole fortune e sventure, nemmeno se quell'uomo è lui.
Qui l'immagine del centro si incrina. A Tzinacán viene offerto un potere enorme, e lui non lo esercita. Non è un nuovo santino. Il suo silenzio resta una domanda. Mi interessa quel momento fra avere una formula e pronunciarla, quando poter fare qualcosa non è ancora una ragione sufficiente per farla. Tzinacán ha visto il cerchio. Può lasciare il centro vuoto.
Ecce homo
Torno a Venezia. All'icona che non sopporta la luce.
Forse è la metafora più onesta che abbiamo. L'uomo al centro è un'immagine fragile e preziosa, da custodire al buio, da tirare fuori nelle grandi occasioni per pochi giorni e poi rimettere nel cassetto. Come certe dichiarazioni di principio nei bilanci di sostenibilità.
L'umano vero, invece, la luce la sopporta benissimo. Anzi, ne ha bisogno. Solo che non è un'immagine, e non ha un indirizzo. È quello che risponde quando il compasso si ferma e qualcuno chiede: e adesso?
Pilato, mostrando alla folla un uomo coronato di spine, disse: ecce homo. Ecco l'uomo. Fu la prima presentazione della storia sull'uomo al centro.
Sappiamo com'è finita.
Ho scritto un libro di confessioni su questo incontro. Di confessioni, appunto. Nessuno confessa stando al centro.
Giuda, almeno, non ha mai fatto slide.
Non servono santini. Serve qualcuno disposto a tradirli.
Questo è il primo di due mezzi paper. Il secondo partirà da una frase sentita a un convegno: «Abbiamo scelto un'IA on promise». Dopo l'uomo fissato al centro, una promessa presentata come conoscenza. Ci torneranno utili gli strumenti, le braccia e quel momento in cui una risposta è disponibile, ma possiamo ancora aspettare prima di farla nostra.
A.I. Confidential. Confessioni sull'alterità artificiale, Liminal Edizioni, 2026, prefazione di Giuseppe Riva. Il percorso continua nell'itinerario A.I. Confidential sulla Stultifera Navis. Informazioni: www.aiconfidential.it.
Riferimenti
- Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano, 1490 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia
- Madeleine Clare Elish, Moral Crumple Zones: Cautionary Tales in Human-Robot Interaction, 2019
- Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate, 1486
- Jorge Luis Borges, Tre versioni di Giuda, in Finzioni, 1944; La scrittura del dio, in L'Aleph, 1949
- Edward King, Viscount Kingsborough, Antiquities of Mexico, 1830-1848
- Codice Borgia, Biblioteca Apostolica Vaticana
- Vangelo di Giovanni 19,5
- Bernardo Lecci, Interludio regressivo e opaco, Stultifera Navis, 2025