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Perché, a differenza di altri paesi (penso ad esempio alla Francia), gli eventi del 1968 non hanno costituito un vasto materiale epico per ispirare i romanzieri a scriverne?

Gli autori italiani di narrativa storica sono stati spesso accusati di non riuscire a trovare la distanza critica tra le loro idee sugli eventi storici e la loro rappresentazione. Sembrano confondere la soggettività con l'autenticità.

Sembra che scrivano più per chiarire gli eventi a sé stessi e per riappacificarsi con le proprie convinzioni, piuttosto che per far luce sul significato più ampio di quegli eventi.


Lungi dal valutare le implicazioni politiche e sociali del 1968, ma tenendone ben presente il senso, il presente testo vuole analizzare i modi in cui il 1968 è stato o non è stato raccontato nella letteratura italiana.[1] L'elemento più importante che emerge è la difficoltà che gli autori italiani hanno avuto nel trattare l'argomento, concentrandosi più sul processo di come scrivere che invece che sul cosa scrivere.

La maggior parte degli autori presi in esame ha utilizzato approcci mimetici o ibridi per raccontare il 1968, come se gli eventi di quell'anno fossero percepiti come un trauma letterario impossibile da raccontare. Il trauma, in realtà, fu reale e provocò un distacco decisivo tra gli intellettuali e la società. Che il genere sia una forma di collage, autofiction o biofiction, tutti i testi esaminati sembrano sperimentare varie forme narrative evitando deliberatamente le narrazioni storiche lineari e oggettive che, secondo alcune teorie letterarie, dovrebbero essere abbracciate come metodo di rappresentazione autentica della realtà e della verità.  Perché?

Il '68 italiano è un mito così dogmatico e ideologico da non poter essere espresso a parole? È uno dei tanti casi nella storia italiana di memoria divisa? C'è una sorta di inibizione nel dover affrontare il fantasma?

Secondo alcuni critici e sulla base di testimonianze, la letteratura ha avuto e ha tuttora un ruolo marginale nella costruzione della memoria del decennio più controverso della Repubblica. Gli autori italiani contemporanei sembrano in qualche modo imbarazzati nel dover raccontare la storia in azione, divisi come sono tra apologeti e pentiti. E forse sarà anche per questo che, come paese, facciamo una fatica immane sia a dare pieno senso alla nostra storia, cioè ad analizzarla con spirito critico, sia a proiettarci verso il futuro.

L'aspetto più interessante è che, ad eccezione di Vassalli, nessuno degli autori recensiti è un romanziere professionista. Quattro di loro sono professori universitari e Balestrini è, essenzialmente, un poeta. Perché? Perché, a differenza di altri paesi (penso ad esempio alla Francia), gli eventi del 1968 non hanno costituito un vasto materiale epico per ispirare i romanzieri a scriverne?

Gli autori italiani di narrativa storica sono stati spesso accusati di non riuscire a trovare la distanza critica tra le loro idee sugli eventi storici e la loro rappresentazione. Sembrano confondere la soggettività con l'autenticità. Sembra che scrivano più per chiarire gli eventi a sé stessi e per riappacificarsi con le proprie convinzioni, piuttosto che per far luce sul significato più ampio di quegli eventi. Per definizione, la narrazione storica utilizza le prove, i manoscritti e le testimonianze che costruiscono un passato come cornice per la rappresentazione. Come forma, non si può dire che comprometta la legittimità del passato, perché la storia raccontata non è una finzione - è una rappresentazione "vera" di un tempo o di un evento che attinge a una forma diversa nella sua resa finale.

Le narrazioni storiche dovrebbero essere accolte come un metodo di rappresentazione autentica della realtà, perché l'evento, l'individuo e persino la ricreazione dello stato d'animo o del modo di pensare del passato, pur non essendo fini a sé stessi, non sono che i mezzi per illuminare una questione più ampia, che va ben oltre la storia particolare e i suoi personaggi.[2]

Perché, ad esempio, i due autori più rappresentativi di quella generazione, Calvino e Pasolini, hanno affrontato solo marginalmente il 1968 nei loro scritti letterari? Sono forse testimoni del fatto che gli intellettuali scrittori hanno di fatto rifiutato l'assunzione della figura paterna e rinunciato al loro tradizionale ruolo pedagogico? Pasolini, in effetti, ha scritto del 1968 nella sua famosa poesia Il PCI ai giovani dopo gli scontri di Valle Giulia, ma ha condannato in modo netto l'intera premessa della lotta:

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento

di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte

della ragione) eravate i ricchi,

mentre i poliziotti (che erano dalla parte

del torto) erano i poveri.

In breve, la reticenza di Calvino e Pasolini a scrivere sul 1968 è forse indice non solo della loro interpretazione politica degli eventi, ma anche della complessità che la letteratura doveva affrontare nel raccontare quegli eventi, consapevole del rischio di essere una sottile condanna autoreferenziale del 1968.  Così facendo, hanno anticipato molti giovani autori che, dopo il 1968, hanno vissuto una profonda crisi sulla natura del linguaggio e della comunicazione.

Coloro che lo raccontano sono in realtà militanti sessantottini la cui trasmissione della memoria del '68 è inevitabilmente autoreferenziale, dove il presente riconosce il passato ma a un certo punto ne è estraniato. Ho scelto deliberatamente di concentrarmi su autori che hanno assistito e vissuto il 1968, che erano di fatto giovani adulti all'epoca e ho ignorato altri romanzi su quell'anno scritti da autori che hanno vissuto vicariamente la rivoluzione. È interessante notare che quattro degli autori scelti che hanno scritto sul 1968, Manacorda, Vassalli, Passerini e Piersanti, sono nati nel 1941. Luperini ha solo pochi mesi in più e Balestrini è nato nel 1935. Inoltre, gli autori in esame sono intellettuali "di" sinistra che si sono impegnati attivamente, ciascuno a suo modo, nella politica dell'Italia post-sessantottina - politica, cioè, nel suo senso più ampio. In questo senso, fanno parte della più lunga storia di impegno che caratterizza ogni tentativo della letteratura italiana di confrontarsi con gli eventi storici.

Tutto questo per dire che questi autori si trovavano in una fase della loro vita che consentiva loro, o avrebbe dovuto consentire, di comprendere appieno gli eventi che si svolgevano davanti ai loro occhi e di non essere assaliti da un'isteria cieca, tanto che i loro resoconti romanzati del 1968 avrebbero potuto essere onesti, forse appassionati ma oggettivi. Come vedremo, però, questi romanzi soffrono dell'innata malattia della letteratura italiana di essere troppo autoreferenziale fino all'imbarazzo nella loro incapacità di separare l'ideologia dalla realtà. Questi tipi di romanzi, quindi, diventano una sorta di autofiction, un genere oggi in ascesa che non è un'autobiografia tradizionale o modernista, ma è un esempio di iscrizione del biografico all'interno del testo. I protagonisti della maggior parte dei romanzi sono ritratti come eterni bambini, la cui immaturità è probabilmente la ragione per cui il 1968 non è diventato una vera rivoluzione. Tutto questo va bene, se non fosse che suona molto come una scelta di comodo per evitare la responsabilità di rappresentare una vera Weltanschauung. La letteratura è in grado di produrre una conoscenza della storia solo assumendone appieno la dimensione romanzesca, cosa che gli autori italiani sembrano fare fatica ad attuare. I temi principali che si ritrovano in questi romanzi sono il conflitto generazionale, la violenza degli studenti, l'impegno sociale dei sessantottini, la loro immaturità, le questioni di genere, ma nessuno di questi temi è pienamente illuminato dal contesto politico, culturale e sociale.

Cominciamo con Balestrini, autore militante che nella sua carriera ha affrontato più volte il 1968 sia in poesia che in narrativa:

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero
guardiamo indietro agli scorsi dieci anni e troveremo

facilmente la ragione di questo stupore
la sua coerenza rivoluzionaria di cui ci si vorrebbe

sbarazzare per sognare in pace
la prova sta in questo stupore

perché ha segnato l’inizio dì un’epoca e continuerà ritornare

anno zero perché come nel 1968 ogni precedente egemonia

culturale sulle nuove generazioni deve riconoscere

la propria debolezza
lo spiacevole 1968 non finirà più
mostrando contemporaneamente la fine di ogni pretesa

di egemonia culturale sui giovani
il pubblico si è mostrato in forma diversa e è divenuto

una cosa diversa

Nel suo celebre Vogliamo tutto scritto all'indomani degli eventi, Balestrini crea un'opera molto sperimentale, una sorta di giornale dossier che si presenta come un romanzo, non tanto come un'invenzione dell'immaginazione ma come un'operazione forzata per caratterizzare il comportamento di un intero strato sociale nelle esperienze di una persona, creando un personaggio collettivo che personifichi il protagonista della grande ondata di lotte di quegli anni.

Questo romanzo è una sorta di esperienza formativa divisa in due parti di 5 capitoli ciascuna. Si conclude con la battaglia combattuta il 3 luglio 1969 tra la polizia e gli operai e gli studenti manifestanti in corso Traiano. Nella prima parte, un proletario del sud si rende conto dello sfruttamento e inizia una ribellione istintiva priva di una vera coscienza politica. La seconda parte, in cui il protagonista sviluppa una coscienza di classe e la sua ribellione diventa una lotta di classe, continua a fare riferimento, senza imbarazzo o scuse, ai movimenti politici degli anni Settanta.

Il punto è che romanzi come questo non solo frustrano i lettori, ma forniscono anche un resoconto sostanziale, ma unilaterale e ideologico degli eventi, che non fa nulla per superare la memoria divisa del Paese né è una rappresentazione accurata. Libri come questo illustrano semplicemente una disponibilità intransigente a riconoscere la sconfitta dell'ideologia.

Luisa Passerini ha scritto uno dei testi più interessanti sul 1968, in cui mescola riflessioni personali con i ricordi delle persone che ha intervistato, Autoritratto di gruppo. È un ottimo esempio di storia orale, costruita intorno alle interviste realizzate dall’autrice con i protagonisti del '68. Le interviste la fanno immergere nel suo passato, al punto di confessare all’inizio del libro che mentre ascoltava le parole degli intervistati, il film di ciò che stava facendo in quel momento si riproduceva. La chiama memoria raddoppiata ed è difficile da sopportare. Effettivamente, se si analizza la letteratura sul ‘68 nessuno fino ad Autoritratto sembrava volersi assumere il fardello di quegli eventi. Passerini decide di lavorare solo a memoria, non necessariamente allo scopo di produrre una storia, meglio, un libro di storia. Ciò che la attraeva, e nelle pagine del libro è ben evidenziato, era l'insistenza della memoria nel creare una storia di sé stessa, che è molto meno e forse un po' più di una storia sociale. Ma è letteratura però?

Il suo lavoro è una risposta a chi pensa che il '68 sia il luogo dell'oblio e che il '68 non esista storicamente ma solo come mito. Tra il 1969 e la metà degli anni Settanta Passerini si vede soprattutto come attivista politica, prima con il Gruppo Gramsci, poi con il movimento delle donne. Il suo è un libro psicoanalitico che esplora il rapporto tra conscio e subconscio. Afferma che gli storici hanno fallito nell'analisi del 1968 e che solo la memorialistica è una buona fonte di responsabilità, anche se la maggior parte di questi resoconti personali si trova in un limbo tra rimpianto e pentimento. Se non avesse ascoltato le storie di vita della generazione del 1968, non sarebbe stata in grado di scrivere di sé: “Quelle storie hanno nutrito la mia, dandole la forza di alzarsi in piedi e di parlare”. Ciò che Passerini tenta di fare in Autoritratto è radicale e destabilizzante, combinando generi che normalmente vengono tenuti separati. Passerini mette in discussione la nozione prevalente di soggettività in cui si presume che si abbia il controllo totale sulle proprie decisioni. Affronta il "lato oscuro" del 1968, ma il resoconto è inevitabilmente parziale. L'autrice afferma che il 1968 è stato un successo dal punto di vista culturale e sociale, con un profondo impatto sui comportamenti, sulle idee e sui rapporti tra le autorità generazionali, ma che è stato una grande sconfitta politica.

Le opere di Manacorda, Luperini e Piersanti, in realtà professori di letteratura con la passione per la scrittura, sono tutte esempi di autofiction. Nell'autofiction l'autore è onnipresente: un testo in cui l'autore, il narratore e il protagonista hanno la stessa identità, con un nome vero, uno pseudonimo o un omonimo. I personaggi sono reali, anche se appaiono sotto mentite spoglie. Come Balestrini, Luperini non è un pentito. È un professore militante, che ne L'Uso della Vita racconta gli eventi dal febbraio 1968 al gennaio 1969 a Pisa, uno degli epicentri della contestazione. Marcello è il suo alter ego e, attraverso la commistione di eventi reali e di fantasia, cerca di parlare del 1968 in termini di intensità esistenziale e felicità politica, tra una leggerezza che ha lasciato un segno profondo in chi l'ha vissuto: 

La politica, pensava Marcello, non era una parte separata dell’esistenza, era la vita stessa di ogni persona. Lui e i suoi compagni occupavano. Occupando un territorio, lo liberavano. Occupare significava opporre un territorio liberato a un sistema globale, che assorbe, fagocita, metabolizza tutto, che si nutre di tutto, che integra tutto al proprio interno, anche il dissenso.

L'obiettivo della sua lotta politica era quello di inventare una nuova pedagogia che sfidasse l'autoritarismo accademico. Parla di vite sempre al confine, dove felicità e catastrofe sono estremi che si toccano Il libro difende coloro che ancora oggi dicono con orgoglio: "Ho fatto il Sessantotto" e che considerano il terrorismo che ne è seguito come la degenerazione del 1968, come se non ci fosse una correlazione diretta tra i due eventi. Una certa cecità idelogica nel difendere la purezza del '68 che è uno dei motivi principali per cui gli autori italiani non sono stati in grado di raccontarlo. Infatti, scrivere una narrazione completa e oggettiva dei fatti di quell'anno avrebbe significato ammettere che la purezza non c'era, “lamentarsi che la rivoluzione in Italia non aveva un programma, che erano solo giovani disillusi bravi solo a gridare”.

Il libro di Piersanti Cupo Tempo Gentile vede il 1968 come un ossimoro.  Andrea è l'alter ego di Piersanti che intraprende un viaggio sentimentale nel tentativo di conciliare arte e realtà e il conflitto tra reale e ideale. L'ideale del comunismo, bello quando è un'architettura poetica della mente, si complica nella realtà. Di per sé, il comunismo prevede una covata senza un grande genitore. Ma Andrea, pur condividendo questa convinzione, rimane fermo e non si impegna fino in fondo, come se mantenere le distanze potesse essere una protesta contro la protesta.

È un libro che analizza chiaramente l'importante questione di quale lingua debba essere usata per rappresentare il mondo, ma non riesce a trovarla.  Per questo Andrea manifesta solo una partecipazione sentimentale ed estetica al 1968. Andrea è in bilico tra le sue aspirazioni artistiche e la realtà sociale che lo circonda. È consapevole che esiste una realtà, quella politica, ma è anche cosciente di un destino cosmico degli individui che gli fa credere che l'arte sia al di sopra della lotta di classe e che il giudizio estetico abbia una sua sostanziale autonomia. Al punto che si può giocare con la poesia e la fantasia, ci si può divertire. Si può pure instillare la paura nel borghese per un momento, niente di più di questo, perché dopo tutto torna come prima. Piersanti non sembra essere né un revisionista né un decadente e riconosce nel romanzo che il 1968 è stato il primo momento di dubbio e di cambiamento dopo il miracolo italiano, dove l'utopia ha sostituito la vita quotidiana. Ma afferma anche chiaramente che se l'utopia diventasse totale e ostinata sarebbe disumana. L'utopia deve avere un orizzonte a cui guardare.

Ne Il Corridoio di Legno, l'alter ego di Manacorda è un detective che indaga e cerca di dare un senso alla storia di due fratelli Andrea e Silvestro che, subito dopo il '68, cadono nel vuoto del crepuscolo delle speranze fallite della rivoluzione L'abisso di un mondo senza padri, la disgregazione di un mondo interiore popolato da padri fuori portata, si legge sui loro volti. Il testo di Manacorda sembra denunciare chiaramente la sconfitta del '68 affermando che idealismo e scetticismo sono solo due forme diverse di cinismo. Entrambi i fratelli sono dannunziani involontari e inconsapevoli, incapaci di separare il sogno dalla realtà.  Il 1968 è stato fatto da intellettuali che avevano smesso di pensare. Perché pensare è una questione morale. Di conseguenza Manacorda sottolinea un sillogismo doloroso che sa tanto di condanna del 68: se il pensiero è morale, la ribellione è morale. Come a dire che la ribellione sessantottina non lo è stata. Inoltre Manacorda denuncia il fatto che, come diceva Balestrini, i rivoluzionari volevano tutto tranne la letteratura però. In altre parole, la letteratura era uno dei pochi ambiti in cui la rivoluzione lavorava contro il suo stesso interesse. L'autocoscienza, il "potere all'immaginazione" e l'obbligo di essere creativi hanno creato una certa ingenuità, allontanando la letteratura dalla realtà ed eliminandola dalla tradizione. È particolarmente critico nei confronti di tutti i tentativi fatti in letteratura verso lo sperimentalismo. Sostiene che gli autori della sua generazione non sono stati in grado di soffermarsi sull'impatto emotivo del 1968. Si sono invece nascosti dietro il velo della creatività. Metaforicamente parlando, si sono uccisi perché si sono rifiutati di fare i conti con il dolore del 1968. Manacorda ammette che che forse la vera rivoluzione è un gioco letterario, una finzione suprema dove non c'è più differenza tra testo e realtà, tra significante e significato.

In breve, questi tre romanzi rimangono un buon esempio di autofiction infusa di realtà e finzione, che è un prerequisito per l'esistenza dell'autofiction. Tuttavia, non riescono a fornire ai lettori un resoconto oggettivo degli eventi.

La scelta dell'autofiction mi sembra un deliberato desiderio mimetico di rifiutarsi di raccontare l'intera storia utilizzando esperienze autobiografiche in modo consapevole, esplicito e talvolta ingannevole. L'autofiction esiste in una terra di nessuno tra la "finzione" e la "verità", una terra tra il romanzo e l'autobiografia, ma non è nessuna delle due. Gli autori romanzano le loro vite perché è l'unico modo per comprendere la verità esistenziale del soggetto.  Se è vero che una parte importante della creazione letteraria affonda le sue radici nel mondo biografico, nell'esperienza vissuta, immaginata o sognata dall'autore, che normalmente cerca di nasconderla, camuffarla o ricrearla in modo artistico, credo che quando si tratta dell'impatto di eventi storici, gli autori abbiano il dovere di superare la soggettività individuale e storica del romanziere e di riflettere il valore universale dell'esperienza nelle loro storie.

Infine c’è Vassalli, il quale è un autore che ha molta dimestichezza con i romanzi storici, avendone scritti parecchi, ed è l'unico vero romanziere degli autori presi in esame. Anche in Archeologia del presente fa un buon lavoro nel raccontare quegli anni in cui se "avevi vent'anni eri obbligato a seguire un certo percorso". Attraverso la storia dei Ferrari, Vassalli dipinge un'intera generazione, quella che ha perso.  Il suo racconto romanzato degli eventi cerca di creare davvero un rapporto dialettico tra le storie personali e i fatti oggettivi. Non sembra avere un buon ricordo del 1968. Riconosce il fervore e la curiosità alimentati da esigenze metafisiche, ma il suo giudizio è molto severo. Misurando nella realtà la distanza che separava il mondo delle cose reali da quello delle utopie e dei sogni della giovinezza, che gli appaiono sempre più lontani e sfocati, il protagonista sfiora il cinismo e dopo aver capito alcune verità, diventa un po’ meno ingenuo. Capisce che, alla fine, tutto sarebbe rimasto com’era:

Tutto in superficie, ribolliva e si agitava in modo convulso; ma dietro al clamore delle dichiarazioni e dei proclami, dietro al frastuono degli scontri di piazza e degli attentati, dietro al sangue delle vittime e all’accavallarsi delle notizie, il vecchio mondo celebrava i suoi riti di sempre, e non c’era niente che potesse turbarlo, o intralciarlo….

È il libro che, secondo lui, gli ha fatto perdere alcuni dei suoi fedeli lettori, i sessantottini. Questo, da solo, basta a esprimere l'ingenuità ideologica e l'immaturità di un certo dibattito culturale in Italia. Rispetto agli altri, a mio avviso, l'opera di Vassalli riesce in parte perché crea la necessaria distanza tra storie personali e universali, pur non potendo fare a meno di giudicare gli eventi dal suo punto di vista soggettivo:

Quando ho incominciato a scrivere questa storia, nel novembre del 1998, avevo paura che non sarei riuscito ad arrivare in fondo; invece ci sono arrivato. Non è stato nemmeno troppo difficile. Mi sono limitato a tirare fuori i ricordi dalla memoria, uno dopo l'altro, come un archeologo tira fuori dal terreno i frammenti di un vaso o di una statua; li ho puliti dalle incrostazioni del tempo, li ho trascritti, e ho cercato di farli combaciare tra loro. Non ho aggiunto e non ho tolto niente. Più che un lavoro creativo, il mio è stato un lavoro di recupero e di restauro. Archeologia, anzi: archeologia del presente...

Concludendo

In conclusione, qual è il "valore letterario" di queste opere e quanto i lettori ottengono una rappresentazione autentica del '68 attraverso la quale queste storie illuminano una questione più ampia, che va ben oltre la storia particolare e i suoi personaggi? Temo che la risposta a questa domanda non sia positiva, a conferma dell'idiosincrasia della letteratura italiana rispetto al genere della narrazione storica, con una particolare difficoltà nel trattare gli eventi storici del XX secolo. Lo scaricabarile sembra più importante della verità. La colpa di questi romanzi (della maggior parte dei romanzi storici italiani) sta nell'impossibilità di separare le ideologie dalle idee - scrivendo storie in cui i protagonisti indugiano in un'immaturità donchisciottesca che impedisce loro di comprendere appieno le dinamiche della Storia e il significato degli eventi storici. Piuttosto che lavorare sulla trama, gli autori italiani preferiscono manipolare i loro personaggi, infarcendoli di una soggettività che acceca la loro visione e impedisce ogni possibilità di creare una memoria oggettiva e condivisa di eventi importanti come quelli del 1968.


 

Bibliografia

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Note

[1] Per una obiettiva sintesi del periodo si legga il seguente estratto: “Gli eventi del 1968 riportarono gli intellettuali a quel tipo di contatto con la società civile che sembrava perduto qualche anno prima.  Un terreno fertile per la rivolta del 1968 era stato creato dalla guerra del Vietnam, dalla rivoluzione culturale in Cina, dagli eventi in Francia, dal pontificato di Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, che incoraggiarono un contatto più diretto tra i cattolici e la società civile, e da circostanze interne come l'aumento delle richieste ai lavoratori delle fabbriche. Soprattutto, la rivolta del 1968 fu la rivolta, contro i loro genitori culturali e politici, di una generazione più giovane, i sessantottini, molti dei quali nati nel dopoguerra. Nel contesto italiano, ciò significava una rivolta contro la cultura cattolica e quella comunista, che non erano state in grado di soddisfare le richieste dei nuovi gruppi di elettori che stavano emergendo all'interno della società italiana - i movimenti femminili, gay ed ecologici, per esempio. I bisogni culturali di questi gruppi sono stati soddisfatti dai circuiti alternativi delle librerie, delle case editrici e dei circoli del cinema. Questi gruppi controculturali hanno iniziato ad avere un effetto diretto sulla società civile. Pur non riuscendo a mettere in discussione le basi strutturali del potere economico, riescono a produrre cambiamenti radicali nella società italiana. In primo luogo, i giovani riuscirono a ritagliarsi un'identità all'interno della controcultura. La cultura divenne meno associata a un aspetto esterno della vita a cui si aveva o non si aveva accesso, e più a uno stile di vita definito dalle credenze, dai gusti, dal linguaggio, dagli spazi, dagli abiti e dalla visione politica del mondo condivisi dai membri del gruppo. In secondo luogo, la controcultura cambiò il modo di comunicare la cultura attraverso reti di piccole stazioni radio e lo stile confessionale del loro formato tipico, il programma telefonico. In terzo luogo, alcune teorizzazioni della controcultura, come l'affermazione del movimento femminile secondo cui il privato è politico, sono entrate nel discorso della società tradizionale e hanno avuto effetti profondi sulle relazioni personali. Infine, la deregolamentazione della radio e della televisione nel 1975 e l'approvazione di leggi che consentono il divorzio e l'aborto non sarebbero probabilmente avvenute, o forse solo molto più tardi, senza la pressione esercitata dalla controcultura. Un altro effetto duraturo del 1968 è stato il profondo cambiamento che ha portato nelle forme di mediazione culturale. Nel periodo successivo al 1968, e sempre più fino a oggi, la cultura italiana è diventata meno libresca e dominata dalla carta stampata, mentre la radio e soprattutto la televisione sono diventate il mezzo privilegiato per comunicare con un gran numero di persone. E nel caso degli intellettuali di sinistra, significava superare la loro radicata reticenza nei confronti di questi mezzi di comunicazione.” in  Zygmunt G. Baranski (Editor), The Cambridge Companion to Modern Italian Culture (Cambridge Companions to Culture) pp. 91-92. Traduzione a cura dell’autore.

[2] Si veda De Groot Jerome, The Historical Novel (The New Critical Idiom), Routledge, 2009

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 19 settembre 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

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