Go down


C'è una parola che è entrata nel nostro vocabolario professionale così piano che quasi non l'abbiamo sentita arrivare: accompagnare.

Accompagnare le persone in difficoltà. Accompagnarle a trovare risorse. Accompagnarle a riformulare il progetto di vita. Accompagnarle a stare nella nuova condizione.

Una parola gentile, evocativa, piena di rispetto. Una parola che suona bene anche nei progetti, nei bandi, nei mandati. E che proprio per questo, forse, andrebbe guardata più da vicino.

Perché sotto la sua gentilezza, qualcosa si è spostato. Non lo abbiamo deciso, non lo abbiamo nemmeno notato del tutto. Ma è successo.

L'accompagnamento è diventato, in molti casi, il modo con cui una società smette di interrogarsi sui propri meccanismi e delega a un professionista il compito di rendere sopportabile ciò che sopportabile non dovrebbe essere.

Si chiama, in fondo, privatizzazione del disagio. Sei tu che soffri. È di te che devi prenderti cura.

E il contesto che ti ha rotto — il datore di lavoro che dopo i cinquant'anni non assume più, l'organizzazione che logora e poi delega, il welfare che ha smesso di fare welfare, la scuola che ha cancellato il tempo del pensiero per fare spazio alla performance, il mercato del lavoro che pretende disponibilità totale e poi si meraviglia dei crolli — il contesto resta intatto. Anzi. Ne esce legittimato. Perché ha appena prodotto la prova che il problema stava altrove. Stava in te.

𝐋𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨

Lo si vede in modo particolarmente nitido tra i più giovani.

Mai prima d'ora una generazione era stata così precocemente psicologizzata. Mai così tanti ragazzi avevano avuto, accanto al banco di scuola, un quaderno e un appuntamento col terapeuta. Si parla di ansia generalizzata, di disregolazione emotiva, di sindromi da disadattamento, di fobia scolastica, di burnout adolescenziale. Si parla, soprattutto, come se fosse una proprietà loro. Una caratteristica individuale. Un disturbo da trattare.

E intanto nessuno chiede: ma a quale realtà, esattamente, dovrebbero adattarsi?

A una scuola che ha smarrito il tempo del pensiero per fare spazio alla prestazione? A un mondo che li vuole flessibili a vent'anni e già stanchi a trenta? A una promessa di futuro che nessuno è più in grado di mantenere?

Krishnamurti scriveva che "non è misura di salute essere ben adattati a una società profondamente malata". La frase oggi suona quasi banale. Eppure continuiamo, ogni giorno, a chiamare malattia ciò che è, almeno in parte, segnale di lucidità.

Quando un ragazzo non riesce più a entrare in classe, prima di chiederci cos'ha lui, dovremmo forse chiederci cos'ha la classe in cui non riesce più ad entrare.

Sia chiaro: non tutta la sofferenza è strutturale. C'è dolore che nasce dalla biografia, dalla biologia, da ferite che nulla devono al contesto. E chi soffre, qui e ora, ha bisogno di qualcuno che lo regga, che lo ascolti, che gli stia accanto nel passaggio. Nessuno mi sentirà mai dire che il counseling o la psicoterapia non servano: so per esperienza diretta che servono, e che a volte salvano vite. Ma quando una generazione intera mostra gli stessi sintomi — quando il disagio diventa statistica prima ancora che biografia — qualcosa al di là dell'individuo ci sta parlando.

𝐈𝐥 𝐜𝐫𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞

Il punto non è la cura. Il punto è il crinale.

C'è un crinale sottile, e forse è lì che dobbiamo imparare a stare, tra l'accompagnare come atto di cura e l'accompagnare come anestetico che permette al sistema di continuare a produrre la stessa sofferenza. La prima è necessaria. La seconda è complice.

Quando aiutiamo una persona a “stare” in una condizione che non andrebbe difesa ma trasformata, di chi siamo strumento?

Quando offriamo alle persone strategie per adattarsi a un contesto che dovremmo, professionalmente e civilmente, contribuire a denunciare, da quale parte stiamo?

Quando il nostro mestiere prospera silenziosamente sulla persistenza del problema che diciamo di curare, possiamo ancora dire di curarlo?

𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐫𝐫𝐞

Sono domande scomode. Soprattutto per chi, come me, vive di questo. Soprattutto per chi ha costruito una professione, un mandato, una carriera, dentro la promessa di aiutare.

Non tutti, tra noi, sono dentro questa deriva. Conosco colleghi che, ogni giorno, queste domande se le pongono, che nominano il contesto, che rifiutano la riduzione, che spendono parole controcorrente nelle sedute e nei verbali. Ma il sistema in cui ci muoviamo — mandati, formazioni, bandi, valutazioni — continua a spingere nell'altra direzione.

Eppure le sento indispensabili. Perché se continuiamo a evitarle, rischiamo di diventare, senza nemmeno accorgercene, gli Azzeccagarbugli di un'impresa di rassegnazione collettiva. Quelli che spiegano alla gente, con il vocabolario più rispettoso del mondo, che il problema è loro. Mai il sistema.

E allora torna sempre quella domanda, la più semplice, la più fastidiosa, quella che il lessico dell'accompagnamento si guarda bene dal porre:

“Dei contesti che producono sofferenza, chi se ne prende cura?”

Perché finché la risposta sarà — implicitamente, silenziosamente — “nessuno”, ogni accompagnamento sarà, in qualche misura, complicità.

𝐈𝐥 𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐮𝐨𝐫𝐞

C'è una conseguenza ulteriore, più sottile, che spesso non vediamo.

Ogni volta che un disagio viene letto come faccenda privata, e ogni volta che troviamo, professionalmente, il modo di renderlo sopportabile, il contesto non solo si sottrae alla propria responsabilità. Si autoassolve.

E un sistema che si autoassolve smette di immaginare se stesso diversamente.

Smette di pensare che potrebbe essere altro. Smette di pensare che dovrebbe esserlo.

Ogni adattamento riuscito diventa una piccola conferma silenziosa che il mondo, così com'è, può reggere. Che non serve ripensarlo, ridiscuterlo, riprogettarlo. Bastano professionisti capaci, persone resilienti, accompagnamenti efficaci.

È, in superficie, un immobilismo progettuale. Ma più in fondo è la morte lenta di un sogno: quello di una società che si interroga ancora sul proprio disegno, e che osa, ogni tanto, immaginarsi diversa.

Quando privatizziamo il disagio, non lasciamo sole soltanto le persone. Lasciamo sole anche le possibilità di cambiamento.

E un mondo che non immagina più di poter cambiare, è un mondo che ha smesso di sperare.

𝐔𝐧 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐨

Forse il primo gesto, per chi fa il nostro mestiere, è proprio questo: non smettere di accompagnare, ma smettere di farlo senza nominare ciò che produce la sofferenza che riceviamo.

Smettere di chiamare resilienza ciò che è sopportazione obbligata.

Smettere di chiamare progetto di vita ciò che è negoziazione delle macerie.

Smettere di chiamare risorse personali ciò che è, a volte, solo l'ultima energia rimasta per non crollare.

Restituire le parole. Restituire il contesto. Restituire, alla persona che abbiamo davanti, anche la verità che il suo disagio non è soltanto suo.

È un piccolo gesto. Non cambia il sistema.

Ma forse, per la prima volta, smette di proteggerlo.


Pubblicato il 25 maggio 2026

Guido Mele

Guido Mele / Counselor Supervisore, Case Manager, Formatore e Coach.