C’è una domanda che mi torna in mente sempre più spesso: perché chi legifera sul destino di milioni di persone non ha quasi mai amministrato nulla di concreto?
Viviamo in un tempo in cui la politica nazionale è diventata soprattutto rappresentazione, esposizione mediatica, occupazione dello spazio pubblico.
Si arriva in Parlamento per fedeltà di partito, per visibilità, per capacità comunicativa. Raramente per esperienza amministrativa reale. E questo non è un dettaglio: è una frattura profonda tra chi decide e chi vive le conseguenze delle decisioni.
Amministrare un Comune, anche piccolo, significa misurarsi ogni giorno con problemi concreti: bilanci che non tornano, servizi da garantire, conflitti tra cittadini, responsabilità immediate.
È una scuola severa.
Lì la propaganda dura poco, perché la realtà presenta il conto in fretta. Un sindaco incapace non viene rieletto. Un consigliere assente viene ricordato. La competenza non è astratta, è verificabile.
Eppure, paradossalmente, proprio questa esperienza non è richiesta per accedere ai livelli più alti del potere legislativo. Si può diventare ministro o parlamentare senza aver mai governato una comunità reale, senza aver mai risposto quotidianamente a cittadini in carne e ossa.
È qui che la democrazia comincia a perdere spessore e a guadagnare retorica.
L’idea che la rappresentanza debba essere preceduta da un percorso di responsabilità non è nuova né autoritaria.
Già nell’antica Roma esisteva il cursus honorum: un cammino graduale di incarichi pubblici che serviva a formare chi aspirava alle funzioni più alte. Non era perfetto, ma aveva un’intuizione forte: il potere non si improvvisa.
Anche il pensiero repubblicano moderno ha insistito su questo punto.
Hannah Arendt distingueva la politica come azione responsabile dalla politica come spettacolo.
Quando la seconda prende il sopravvento, la democrazia resta formalmente in piedi ma si svuota di senso. Le istituzioni diventano scenografie, non luoghi di decisione consapevole.
Proporre che l’accesso al Parlamento sia riservato – o almeno fortemente incentivato – a chi ha già svolto funzioni amministrative locali non significa chiudere la politica, ma restituirle serietà. Significa valorizzare l’esperienza, la conoscenza dei territori, la responsabilità già esercitata. Significa ridurre il peso delle carriere puramente mediatiche e rafforzare il legame tra rappresentanti e rappresentati.
Certo, l’esperienza non garantisce automaticamente la qualità. Esistono sindaci pessimi e amministratori inadeguati. Ma l’assenza totale di esperienza è un rischio ancora maggiore. Perché consente l’ascesa di figure che non hanno mai dovuto rendere conto davvero, se non a un leader o a una segreteria.
La nostra Costituzione ha scelto giustamente di non porre barriere rigide all’accesso alla rappresentanza. Ma questo non impedisce di immaginare criteri, incentivi, percorsi che favoriscano una politica meno improvvisata e più radicata.
Una democrazia matura non teme la competenza: la coltiva.
Forse è tempo di ripensare la politica non come scorciatoia, ma come cammino. Dal basso verso l’alto. Dalla responsabilità locale alla decisione nazionale. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché senza esperienza reale, la politica diventa solo rumore. E il rumore, alla lunga, non governa: confonde.
Scrivo queste righe non per nostalgia di un passato che non torna, ma per rispetto verso il futuro.
Credo che la politica torni a essere credibile solo quando accetta di sporcarsi le mani con la realtà, il famoso "farsi i calli", prima di alzare la voce nei palazzi.
Dal basso verso l’alto non è uno slogan: è un’etica.
E l'Etica va praticata dopo averla vissuta