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Abbiamo delegato la fatica del pensiero a una macchina che non perde il sonno, non rischia nulla e non risponde di nulla. Ma il problema non è la macchina. Il problema è che le abbiamo aperto la porta noi, e molto prima che esistesse.


La settimana scorsa mi è capitato di ritrovare in una bancarella un vecchio libro di Augusto Del Noce, un'edizione degli anni Sessanta con le pagine ingiallite e i margini pieni di annotazioni a matita. Qualcuno aveva sottolineato quasi ogni pagina, aggiunto punti interrogativi, scritto "no!" accanto a certi passaggi e "sì, esatto" accanto ad altri.
Ho comprato il libro per quelle note più che per il testo. Perché quelle note dicevano qualcosa che oggi è diventato quasi incomprensibile: che leggere è un corpo a corpo e scrivere lo è ancora di più.

Lo dico perché ormai da molti mesi sento parlare molto d'intelligenza artificiale e scrittura, soprattutto nel mio ambito professionale, e la discussione mi sembra viziata alla radice. Si discute se la macchina scriva bene o male; se riesca a imitare Calvino o Gadda; se i testi che produce siano "di qualità" (altra espressione che andrebbe studiata come reperto archeologico di un'epoca che ha perso il senso delle parole). Sono tutte domande sbagliate perché sono domande tecniche poste a un problema che tecnico non è. 
Il problema è spirituale e lo so che questa parola fa venire l'orticaria a molti, ma non ne trovo una migliore e non ho intenzione di cercarne una più comoda.

Provo a spiegarmi.

Chiunque abbia scritto qualcosa di serio, non un messaggio, non un post, qualcosa di serio, sa che il momento decisivo non è quando la frase viene bene: all'opposto è quando viene male. Quando non funziona, quando resiste, quando le parole non si lasciano mettere in fila. Quell'attrito è l'essenza. In quell'attrito c'è tutto: il dubbio, la scelta, la rinuncia a dire una cosa per dirne un'altra, la responsabilità di ciò che si tiene e di ciò che si butta via.
Gustave Thibon, che di queste cose sapeva più di chiunque scriva oggi sui giornali, insiste spesso sul fatto che il pensiero vero nasce dalla resistenza del reale. Vale anche per la scrittura. Soprattutto per la scrittura.

Ora, noi questa resistenza l'avevamo abolita già prima delle macchine e questo è il punto che nessuno vuole affrontare. L'intelligenza artificiale non ha creato il problema, semplicemente lo ha reso visibile, che è diverso. Il problema esisteva già: avevamo deciso, come civiltà, che la fatica è un difetto. Non solo la fatica fisica, quella l'avevano già liquidata la lavatrice e l'automobile e non c'è niente di male, parlo della fatica interiore, quella del pensiero, della disciplina e della pazienza. Proprio quella l'abbiamo liquidata con la scuola delle competenze, con l'università del publish or perish, con l'editoria del catalogo pieno e del cervello vuoto.

Simone Weil scriveva, in una lettera a Joë Bousquet, che l'attenzione è la forma più rara di generosità. Aveva ragione allora. Oggi l'attenzione non è nemmeno più riconosciuta come virtù ma considerata un costo; e siccome il nostro mondo non tollera i costi che non producono rendimento immediato, l'attenzione è stata eliminata dal bilancio.

Mi fermo un momento su questa faccenda della scuola perché è decisiva e perché la conosco abbastanza da vicino. Ho visto con i miei occhi, nel corso degli anni, la progressiva demolizione dell'insegnamento della scrittura. Il tema, quello vero, quello in cui si chiedeva a un ragazzo di diciassette anni di prendere posizione su un problema, argomentare, convincere, è stato sostituito prima dal "testo argomentativo" imbrigliato in schemi prestabiliti, poi dal riassunto, infine dalla "produzione testuale" che è un'espressione talmente brutta da meritare un premio. Ma la bruttezza non è casuale. È rivelatrice! Quando si sostituisce "scrivere un tema" con "produrre un testo" si è già detto tutto: si è già deciso che la scrittura è una tecnica e non un atto del pensiero; che è un prodotto e non un'esperienza; che può essere valutata con una griglia di indicatori come si valuta la qualità di un bullone.
Dopodiché arriva l'intelligenza artificiale e ci si stupisce. Ma di che cosa ci si stupisce esattamente? Abbiamo passato trent'anni a insegnare ai ragazzi che scrivere è una procedura e adesso ci scandalizziamo perché una macchina esegue le procedure meglio di loro? È grottesco.

Ma il discorso è più largo della scuola e bisogna avere il coraggio di allargarlo.

La faccenda dell'intelligenza artificiale è un capitolo importante, ma pur sempre un capitolo di una vicenda più grande che è la progressiva rinuncia dell'uomo contemporaneo a tutto ciò che costa qualcosa. Prezzolini, in quel libretto geniale che è il Manifesto dei conservatori, osservava che la civiltà moderna tende a eliminare ogni forma di sacrificio e a sostituirla con il comfort. Lo scriveva negli anni Settanta. Oggi siamo arrivati al punto che anche dire una cosa scomoda, una cosa vera, una cosa che potrebbe dispiacere a qualcuno, è considerato un costo eccessivo. Meglio far scrivere la macchina: lei non si espone, non rischia, non paga conseguenze. Non può pagarle. Non ha nulla da pagare con. Non ha pelle nel gioco, come dicono gli americani con un'espressione che, una volta tanto, è efficace.
Ed è qui il punto, non nella qualità dei testi. La qualità è un problema secondario e chi ne fa il centro della discussione sta guardando il dito invece della luna. Il nodo è nella responsabilità. Una parola di cui nessuno risponde non è una parola: è un rumore. Può essere un rumore gradevole, ben modulato, persino elegante. Ma resta un rumore. Non impegna nessuno, non compromette nessuno e non costa nulla a nessuno.
Ma una civiltà costruita su parole che non costano nulla è una civiltà di carta che al primo vento si piega e al secondo vola via.

Qualcuno obietterà che anche prima c'erano testi irresponsabili, scrittori mediocri, parole vuote. Certamente; la differenza però è che prima il cattivo scrittore doveva almeno fare la fatica di essere cattivo: doveva sedersi, pensare male, scrivere male e assumersi la responsabilità del risultato. Era un processo umano, per quanto difettoso. Adesso il processo è stato eliminato, anzi, è del tutto facoltativo: c'è un input e un output, e in mezzo niente; niente dubbio, niente notte insonne, niente quella cosa tremenda e magnifica che è fissare la pagina bianca sapendo che quello che ci scriverai ti definirà.

Bernanos, ne La Francia contro i robot, aveva visto lungo: la civiltà delle macchine, scriveva, non distrugge l'uomo dall'esterno, lo svuota dall'interno. Gli toglie una per una le occasioni di essere umano finché essere umano diventa superfluo. E noi oggi siamo lì. Con la scrittura delegata alle macchine non perdiamo solo un'abilità; perdiamo un pezzo di noi stessi e precisamente il pezzo che ci distingue dalle macchine: la capacità di scegliere una parola sapendo che potevamo sceglierne un'altra, e di rispondere di quella scelta.

Ieri leggevo un articolo sull'ultimo modello di non so quale intelligenza artificiale capace di produrre centomila parole in dieci minuti. Cen-to-mi-la parole. Tolstoj ha impiegato sei anni a scrivere Guerra e pace. Flaubert passava giornate intere su una singola frase di Madame Bovary, lo si sentiva urlare nello studio per la disperazione. Oggi un ragazzino con uno smartphone produce in un pomeriggio una quantità di testo che Flaubert non ha prodotto in tutta la vita. E noi dovremmo considerarlo un progresso quando invece è la dimostrazione plastica dell'aver perso ogni comprensione di ciò che è la scrittura. Perché la scrittura non si misura in parole ma si misura in tempo di vita speso. In notti; in dubbi; in quel silenzio terribile che precede la frase giusta e che la macchina non conoscerà mai perché per conoscere il silenzio bisogna avere qualcosa da perdere.

Il guaio è che tutto questo non interessa quasi a nessuno.

Questa è l'epoca della quantità (Guénon lo aveva previsto quasi un secolo fa con una lucidità che mette i brividi) e la quantità ha le sue leggi, ossia quelle dell'accumulo, della massa.
Il mercato lo chiede.
Il pubblico lo vuole.
Gli editori si adeguano.
I giornalisti si adeguano.
I professori si adeguano.
Tutti si adeguano, perché adeguarsi è la virtù suprema di un'epoca che ha fatto del conformismo il proprio ossigeno e chiama con i nomi più vari i non allineati: populista, complottista, nostalgico, oscurantista. Purché appaia chiaro che il non adeguarsi è una patologia.

L'altra sera, a cena con un amico che insegna all'università, è venuta fuori questa storia dell'intelligenza artificiale. A un certo punto mi ha detto più o meno testualmente: "Il problema non è che gli studenti usano quei programmi per scrivere le tesi. Il problema è che, quando gli chiedo perché, mi guardano come se fossi matto." Mi guardano come se fossi matto. Non capiscono la domanda. Non capiscono perché uno dovrebbe fare la fatica di scrivere qualcosa con la propria testa quando esiste uno strumento che lo fa al posto suo imbeccato solo da qualche correzione qua e là. Non è pigrizia, o meglio, non è solo pigrizia; è qualcosa di più profondo, è la perdita completa della nozione che la fatica di pensare e di scrivere non è un ostacolo da aggirare ma è la cosa stessa. È il pensiero. Togli la fatica e non resta il pensiero senza la fatica. Non resta niente.

Ma prova a dirlo. Prova a scriverlo su un giornale. Ti rispondono che sei un luddista, che vuoi fermare il progresso, che hai nostalgia della penna d'oca. I più gentili ti dicono che bisogna "governare l'innovazione", una formula tipica da intelligenza artificiale anglosassone che non significa assolutamente nulla, ma che ha il pregio di far sembrare ragionevoli anche quelli che stanno consegnando le chiavi di casa al primo che passa.
Governare l'innovazione... come se l'innovazione fosse un cavallo e noi i cavalieri, quando è chiaro che il cavallo è scappato da un pezzo e noi siamo rimasti a terra con le redini in mano convinti di essere ancora in sella.

A tutto questo non ho soluzioni e diffido di chi ne propone perché le soluzioni facili a problemi di civiltà sono quasi sempre l'anticamera di guai peggiori. Ma una cosa la so: una civiltà che rinuncia alla fatica della parola rinuncia a sé stessa. Ogni volta che qualcuno delega a una macchina il compito di dire ciò che pensa, ammesso che pensi ancora qualcosa, cede un pezzo della propria umanità. Piccolo, forse. Impercettibile. Ma i pezzi si sommano e un giorno ci guarderemo intorno e scopriremo di vivere in un mondo pieno di parole e vuoto di voci; un mondo in cui tutti comunicano e nessuno dice niente.

Del resto forse ci siamo già arrivati. Ma questo è un discorso per un'altra volta e per un altro libro vecchio trovato su una bancarella.

Pubblicato il 21 febbraio 2026

Vimana Grioni

Vimana Grioni / Ghostwriter, divulgatore e illustratore nei settori IP&Tech, mi occupo principalmente di Proprietà Industriale e Intelligenza Artificiale.

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