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Nel Novecento si studiavano i muscoli. Oggi si studia la mente. Domani si misurerà la ricchezza — o la sua assenza
QUANDO L’INDUSTRIA GUARDAVA IL CORPO NACQUE IL BOOM ECONOMICO
Prima si contavano movimenti. Oggi si contano decisioni. Domani si conteranno gli effetti.

Un libro del 1931, trovato per caso in una mattina di Primo Maggio, racconta un’industria che studiava il corpo del lavoratore per costruire prosperità.
Oggi l’industria osserva il cervello.

Il passato ha generato un boom economico. Il futuro resta una domanda aperta.


Questa mattina, primo maggio, mentre la città aveva ancora il ritmo lento delle festività, mi sono fermata davanti alla vetrina di un rigattiere stranamente aperto. Non cercavo nulla in particolare, eppure, tra scaffali disordinati e pile di volumi dimenticati, uno ha attirato la mia attenzione come se avesse ancora qualcosa da dire, nonostante i suoi quasi cento anni di silenzio.

La tecnopsicologia del lavoro industriale, Giuffrè editore, Milano, 1931. Prefazione di Agostino Gemelli. Ho preso il volume tra le mani.. carta ingiallita, margini consumati, una tipografia elegante che raccontava un’epoca in cui anche la stampa era un gesto tecnico preciso, quasi artigianale. L’ho comprato senza esitazione e l’ho letto, nei suoi corpi principali. Sfogliandolo, ho avuto la sensazione netta di entrare in un laboratorio del Novecento, dove il lavoratore era osservato con una cura quasi anatomica. Si contavano i movimenti, trenta, trentacinque movimenti dell’avambraccio al minuto, cento dei muscoli masticatori, centocinquanta delle dita. Ogni gesto veniva studiato, misurato, corretto. Non era per comprimere l’uomo dentro la macchina, era per comprendere come il corpo potesse lavorare meglio, con meno fatica, con maggiore efficienza. Quel mondo, oggi, sembra lontanissimo. Eppure da quelle osservazioni è nato molto più di una teoria del lavoro, si è costituito un modo di pensare l’industria. Un’attenzione sistematica al rapporto tra fisiologia, organizzazione e produttività che ha contribuito, insieme a molti altri fattori, a sostenere la crescita industriale e il grande slancio economico che ha attraversato l’Europa e l’Occidente nel secolo scorso. Mentre leggevo, mi sono resa di quanta distanza ci fosse tra quel lavoratore e quello di oggi. Non è di tecnologia che parliamo, quella in quale modo si affacciava ed era potente anche all'ora. La diversità vera, è fisiologica. Allora il corpo era al centro del sistema produttivo ed i parametri da osserv are, i muscoli, la postura, il ritmo.. la resistenza alla fatica. Oggi il movimento si è ridotto a gesti minimi, un dito su una tastiera, uno sguardo fisso su uno schermo, la postura immobile per ore. Significa che lavoriamo meno? Ma no, al contrario. Lavoriamo, sicuramente, in modo diverso, in una dimensione dove lo sforzo è meno visibile e spesso più difficile da misurare. Il corpo non è più il protagonista evidente del processo produttivo, e proprio per questo, però, rischia di diventare invisibile anche nelle scelte organizzative. Questa lettura, proprio oggi, Festa del Lavoro, mi ha lasciato una domanda che non trova risposta immediata. Nel Novecento, la grande crescita industriale è stata accompagnata da una profonda attenzione alla fisiologia del lavoratore. Si studiavano i movimenti, si adattavano gli strumenti, si cercava di armonizzare la macchina con il corpo umano. Era una visione concreta, quasi tangibile, in cui la produttività nasceva anche dal rispetto dei limiti fisici e dalla loro comprensione scientifica. Oggi, invece, stiamo attraversando una trasformazione che riduce drasticamente la componente muscolare del lavoro ed il valore si sposta verso dimensioni cognitive, digitali, algoritmiche. La produzione non passa più soltanto attraverso la forza del corpo, ma attraverso la capacità di gestire informazioni, decisioni, interazioni con sistemi automatizzati.

Voglio volutamente lasciare la riflessione sospesa.

Se il boom economico del secolo scorso è stato sostenuto anche da un’attenzione rigorosa al corpo del lavoratore, quale sarà il motore della crescita nel mondo in cui il corpo sembra arretrare dal centro della produzione? Ci attende una nuova espansione economica fondata su altre forme di energia (cognitiva, computazionale, algoritmica) oppure esiste il rischio di un sistema produttivo che, privato della sua dimensione fisica e umana, perda progressivamente radicamento e sostanza? Non ho conclusioni da offrire ma solo l’immagine di quel libro del 1931, trovato per caso in una mattina di maggio, che continua a suggerire una domanda antica e insieme attualissima su cosa accada davvero all’uomo che lo compie quando il lavoro cambia.


Pubblicato il 01 maggio 2026

Valeria Lazzaroli

Valeria Lazzaroli / Risk Manager | Financial Engineer | Neuropsychologist | Sociologist | Lead Auditor ISO IEC 42001:2023 | Chief AI Officer | President & Policy Director FONDAZIONE ENIA Ente Nazionale per l’Intelligenza Artificiale