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Il titolo dice già tutto — e non dice abbastanza. Il Leviatano di Hobbes era visibile, localizzabile, negoziabile: un mostro con un indirizzo. Il Leviatano algoritmico che Luigi Russo descrive in questo saggio non ha faccia, non ha sede, non ha nome pronunciabile. È ovunque e da nessuna parte — nei codici che governano il lavoro, nelle piattaforme che orientano il desiderio, negli algoritmi che ottimizzano l'esistenza senza che nessuno abbia deliberatamente scelto di consegnarcela.

Il merito principale del libro è metodologico prima ancora che contenutistico: Russo rifiuta la parcellizzazione disciplinare che affligge la maggior parte della letteratura sul capitalismo digitale — i libri di economia che ignorano la filosofia, i saggi filosofici che ignorano la storia economica, le analisi sociologiche che ignorano l'ontologia — e propone un percorso multidisciplinare che connette questi livelli senza forzature. È un'operazione difficile e rara, e quando riesce — come riesce nei passaggi migliori del saggio — produce una comprensione del fenomeno che nessuna disciplina isolata potrebbe raggiungere.

La categoria più originale e più produttiva del libro è quella che Russo chiama crisi dell'irrilevanza: il rischio che nel XXI secolo l'essere umano diventi superfluo — non eliminato, non oppresso, ma semplicemente reso irrilevante da sistemi che ottimizzano senza di lui e talvolta meglio di lui. È una categoria che va oltre la classica alienazione marxiana — il lavoratore che perde il prodotto del proprio lavoro — e tocca qualcosa di più profondo: il soggetto che perde se stesso, che viene escluso non dalla produzione ma dall'essere. Non la nuda vita di Agamben — peggio: la vita inutile.

Altrettanto efficace è la critica al principio di resilienza — uno dei contributi più originali del saggio. Russo smonta con precisione il paradosso: la resilienza, venduta come virtù adattiva, funziona in realtà come il principio della rana bollita — normalizza progressivamente le disuguaglianze, le disparità, la scomparsa dei valori, fino a renderle invisibili perché interiorizzate. Non è resistenza: è capitolazione con il sorriso. È la zombificazione descritta da Byung-Chul Han con un altro nome.

La tesi che l'intelligenza artificiale sia neutra ma non neutrale — tecnicamente indifferente ai valori ma strutturalmente orientata da chi la progetta, la finanzia e la dispiega — non è nuova nella letteratura critica, ma Russo la sviluppa con sufficiente rigore da renderla utilizzabile come strumento analitico invece che come slogan.

Se il libro ha un limite, è quello che condivide con molti saggi di questo tipo: la sproporzione tra la diagnosi — lucida, ampia, ben argomentata — e la proposta. Governare la tecnica invece di esserne governati è l'obiettivo giusto. Ma come, con quali strumenti, attraverso quali soggetti politici, in quale orizzonte temporale? La domanda rimane più aperta di quanto il saggio vorrebbe.

Resta un libro necessario — nel senso preciso che aggiunge qualcosa che mancava: la lentezza del pensiero di fronte all'accelerazione tecnologica. In un'epoca in cui tutto corre e nessuno capisce dove, restituire al pensiero il diritto di fermarsi è già un atto politico.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 20 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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