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La volgarità non è più un eccesso: è diventata linguaggio funzionale.


Il linguaggio pubblico si è progressivamente involgarito.

 

E ciò che rende questo fenomeno particolarmente significativo non è tanto la sua diffusione nei contesti informali, quanto la sua piena legittimazione nei luoghi un tempo deputati alla misura: media ufficiali, televisione, informazione, comunicazione politica.

I social poi, ma anche le piattaforme che si definiscono “professionali”, fungono da acceleratori del turpiloquio sociale, lo diffondono, lo legittimano.

 

Ciò che un tempo apparteneva ai margini, l’espressione volgare, linsulto, la semplificazione brutale, è stato progressivamente assorbito dal centro.

Non più deviazione, ma cifra stilistica.

Non più incidente, ma strategia comunicativa.

 

La volgarità non è più un eccesso: è diventata linguaggio funzionale.

 

Funzionale allaudience.

Funzionale alla visibilità.

Funzionale alla costruzione di consenso.

 

In questo slittamento si consuma una trasformazione più profonda:

la perdita del linguaggio come spazio di mediazione.

 

Dove il linguaggio si impoverisce, il pensiero si contrae.

Dove il pensiero si contrae, il confronto scompare.

E dove il confronto scompare, resta solo lurto.

 

Questo processo può essere letto come una lenta erosione.

Non un crollo improvviso, ma un consumo progressivo del confine tra il dicibile e l’indicibile.

 

Parola dopo parola, tono dopo tono,

ciò che era inaccettabile diventa tollerabile,

ciò che era tollerabile diventa normale,

ciò che era normale diventa modello.

 

Ma lerosione, da sola, non spiega tutto.

Esiste anche una dinamica di contagio.

 

Il linguaggio si diffonde per imitazione, per esposizione, per ripetizione.

Passa da un contesto allaltro, da uno schermo allaltro, da un post a migliaia di visualizzazioni, da una figura pubblica a milioni di individui.

 

E come ogni contagio, non resta neutro: si amplifica.

 

Ciò che nasce come provocazione diventa abitudine.

Ciò che era eccesso diventa linguaggio comune.

 

È così che il linguaggio smette di essere un argine e diventa un veicolo.

Alcuni termini, oggi ritenuti offensivi, sono stati progressivamente banditi dalluso pubblico.

Si tratta tuttavia di un intervento superficiale, che non incide sul processo più ampio di involgarimento, il quale appare ormai strutturale.

 

Il linguaggio pubblico si è abbassato non per caso, ma per adattamento: alla velocità, alla semplificazione, alla logica spettacolare che premia limmediatezza e penalizza la complessità.

 

Ma ogni adattamento ha un costo. E questo costo non è solo estetico.

È antropologico.

 

Il linguaggio non è un mezzo neutro.

Come suggeriva Ludwig Wittgenstein, esso delimita il mondo del possibile; e come mostra Pierre Bourdieu, esso esercita un potere simbolico che struttura le relazioni sociali.

 

Quando il linguaggio si degrada, non descrive una società già degradata:

contribuisce a costruirla.

 

La parola volgare non è innocua: è una soglia che viene superata.

 

Ogni espressione aggressiva normalizzata è una micro-legittimazione della violenza.

Ogni insulto reso pubblico senza conseguenze è un confine che si sposta.

 

E quando questa trasgressione si fa sistemica, accade qualcosa di più profondo: cessa di essere trasgressione. Diventa norma.

 

In questo senso, la lezione di Hannah Arendt resta attuale: il processo più pericoloso non è lesplosione del male, ma la sua banalizzazione.

 

I giovani ne sono le prime vittime.

Essi non sono semplici imitatori, sono, piuttosto, i più sensibili interpreti del codice dominante.

 

Assimilano il linguaggio che viene loro offerto e, attraverso di esso, interiorizzano una grammatica relazionale:

dove laggressività è legittima, il rispetto è opzionale, lumiliazione è spettacolo.

 

In questo contesto, il passaggio dalla parola allazione non è un salto.

È una continuità.

 

Perché quando il vocabolario delloffesa è quotidiano, il gesto che ferisce smette di apparire eccezionale.

 

Il bullismo non nasce nel gesto. Nasce prima. Nasce nel lessico.

 

Nasce in un ambiente linguistico in cui lumiliazione è spettacolo, loffesa è intrattenimento, la derisione è consenso.

 

Il giovane non inventa quel linguaggio: lo eredita.

 

Lo assorbe dagli adulti, dai media, dalle piattaforme.

E lo traduce.

 

Dalla parola al gesto. Dallinsulto allatto.

 

Non per deviazione, ma per coerenza.

 

In questo senso, il bullismo è spesso la forma più fedele, e più brutale, di imitazione sociale.

 

Esiste poi un ulteriore slittamento, più sottile e più inquietante: quello legato alla dimensione sessuale del linguaggio.

 

Lesposizione continua a contenuti che banalizzano e rendono esplicito il corpo, che trasformano lintimità in consumo e la relazione in prestazione,

produce una mutazione del codice espressivo.

Il linguaggio si carica di allusioni, di oggettivazione, di aggressività implicita.

 

E anche qui il processo è lo stesso:

erosione → contagio → interiorizzazione → riproduzione.

 

Non si tratta di stabilire un rapporto meccanico tra rappresentazione e violenza, ma di riconoscere che un linguaggio sessualizzato e aggressivo abbassa la soglia del rispetto e ridefinisce per difetto i confini del lecito.

 

In questo contesto, la parola non è più solo descrizione: diventa preparazione.

 

Se loffesa e loggettivazione diventano accettabili nel lessico, il gesto che ne deriva, che invade, che forza, che umilia, che viola, smette di apparire inaccettabile.

 

Una società che tollera la volgarità nel linguaggio non è “più libera”.

È una società che ha iniziato a negoziare al ribasso le proprie soglie di dignità.

 

È una società già in deriva.

 

Una deriva lenta, quasi impercettibile, e… proprio per questo più pericolosa.

 

E ogni soglia erosa nel linguaggio è una soglia che, prima o poi, verrà superata nei comportamenti. 

 

La volgarità nel linguaggio non è libertà espressiva.

 

È un contagio: un addestramento collettivo che, attraverso lerosione, prepara la brutalità.


 

 

 

Macte  Animo ! 

Guido Tahra 

🌹

Pubblicato il 01 maggio 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer