L’assassinio di Renee Good a Minneapolis per mano degli agenti dell'ICE segna il punto di rottura in cui la funzione amministrativa del confine trasmuta in esercizio necro-politico.
L'ICE non agisce qui come semplice forza di polizia, ma come il braccio armato di una psicosi identitaria che tenta di estirpare l'alterità dal corpo della metropoli per riaffermare un Nomos ormai spettrale. Questo episodio rivela la fragilità ontologica della sovranità e, con essa, della politica: laddove la globalizzazione dei flussi ha già reso porosa la nazione, lo Stato reagisce con una violenza simbolica e materiale che trasforma il centro urbano in una frontiera interna. Il trauma della perdita del limes viene compensato attraverso la produzione rituale della vittima. Proprio in questa debolezza ha fondamento il bisogno, altrimenti inspiegabile, di riaffermare pubblicamente la sovranità attraverso un linguaggio di forza.
Il problema, a mio avviso, non va letto guardando esclusivamente verso i vertici del potere, ma piuttosto verso il basso: verso quel "Noi" che produce il potere e lo sostiene, delegandogli l’esercizio della violenza e l’individuazione del nemico necessario alla costruzione dell’identità collettiva.
L’aspetto più inquietante della vicenda di Minneapolis non risiede solo nella brutalità dell'atto, ma nella ricezione necrofila delle sue immagini. Ci troviamo di fronte a un collasso della capacità interpretativa: la diffusione dei video espliciti dell'omicidio non ha prodotto un'evidenza condivisa, ma si è frammentata in narrazioni paranoiche. Per una parte della popolazione, ciò che gli occhi vedono — un’esecuzione non necessaria — viene negato da ciò che l'inconscio esige: la giustificazione della forza.
Qui il trauma rimosso della perdita di sicurezza agisce come un filtro deformante: l’immagine del colpo di pistola non è più la prova di un crimine, ma viene riletta come un "gesto di difesa necessario" contro un'invasione percepita. Siamo nel cuore del meccanismo complottista: la realtà non serve a verificare un'ipotesi, ma a confermare un pregiudizio identitario. Come suggeriscono i Wu Ming, il complotto — o la sua giustificazione — non è un errore di logica, ma un dispositivo di conforto che permette di negare l'orrore della propria complicità morale, trasformando un carnefice in un baluardo della civiltà.
La psicosi dell'identità si nutre della frizione tra un'economia che accelera e una demografia che muta.
Tuttavia, questa distorsione cognitiva non è un'allucinazione priva di peso; essa affonda le radici in una precisa fenomenologia dei dati. La psicosi dell'identità si nutre della frizione tra un'economia che accelera e una demografia che muta.
Le contraddizioni della narrazione egemonica americana vengono alla luce in questo evento con particolare virulenza. Il Minnesota rappresenta un caso unico: possiede una delle economie più solide degli USA, eppure è diventato l'epicentro del conflitto identitario. PEW Research stima che nello Stato risiedano circa 80.000-95.000 immigrati irregolari. Nonostante la retorica dell'invasione, la popolazione nata all’estero contribuisce pesantemente alla ricchezza locale, occupando settori chiave come agricoltura e manifattura.
La popolazione è in crescita costante, trainata quasi esclusivamente dalle minoranze. Di contro, la componente "bianca non ispanica" è in declino relativo (sotto il 60% nell'area urbana). Con una disoccupazione estremamente bassa, intorno al 2,7% - 3,0%, la violenza non nasce dalla mancanza di lavoro, ma dalla competizione per lo "spazio sociale". In un contesto dove l’inflazione ha colpito duro il settore immobiliare — con affitti aumentati del 15-20% in due anni — l'immigrato diventa il capro espiatorio perfetto per l'erosione del potere d'acquisto della classe media.
Qui trae origine il trauma rimosso: la paura della "Grande Sostituzione" agisce sull'inconscio dell'elettore, creando un "Noi" spettrale che funge da ultimo ancoraggio contro la dissoluzione del senso.