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Il potere non ha mai soltanto bisogno della forza per dominare gli uomini;
ha bisogno anche di conferire un senso alla propria forza,
fino a trasformare la distruzione in qualcosa che possa essere chiamato, senza vergogna, pace.

“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”


Quasi duemila anni fa, Publio Cornelio Tacito, uno dei più grandi storici e scrittori della Roma imperiale, racconta lo scontro avvenuto nella Britannia romana, tra le legioni romane comandate da Gneo Giulio Agricola e le forze dei Caledoni guidate da Calgaco. 

Agricola era il governatore della Britannia ed era il generale incaricato di portare a compimento l’espansione romana verso il nord dell’isola. 

Alla vigilia della battaglia, Tacito, nel suo racconto, fa pronunciare a Calgaco alcune frasi rivolte ai suoi guerrieri per descrivere la logica dell’impero romano. 

Parole che verranno consegnate alla storia e che rappresentano un’accusa rivolta alla potenza romana di allora ma che conservano ancora oggi una sorprendente attualità: 

“Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium; atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.” 

“Rubare, massacrare, rapinare: con falsi nomi lo chiamano impero; e dove fanno il deserto, lo chiamano pace.” 

Non è soltanto una denuncia della violenza dei romani.

È qualcosa di più profondo: è una denuncia del meccanismo attraverso il quale la violenza viene trasformata in significato. 

Gli imperi non si limitano mai a conquistare.
Devono anche dare un nome a ciò che conquistano.

E così la sottomissione diventa ordine, la devastazione diventa necessità, l’occupazione diventa liberazione, la distruzione diventa sicurezza e, infine:

il deserto diventa pace. 

Potremmo chiamare tutto questo una deviata attribuzione di senso. 

L’uomo raramente accetta la realtà nella sua nudità.
Ha bisogno di interpretarla, di rivestirla di un significato che la renda comprensibile, accettabile, persino giustificabile.
 

Anche la guerra, allora, non viene semplicemente combattuta: viene interpretata. 

E attraverso questa interpretazione, ciò che accade può assumere un significato completamente diverso da ciò che realmente produce.

La distruzione di una città può allora diventare un’operazione necessaria.

La morte dei civili può diventare un accettabile danno collaterale.

La sottomissione di un popolo può essere raccontata come liberazione.

La devastazione di un Paese può diventare stabilizzazione. 

E la guerra stessa può diventare, attraverso una malsana attribuzione di senso, una guerra per la pace. 

Ma l’attribuzione di senso non modifica la realtà che pretende di interpretare. 

Un deserto rimane un deserto, anche quando viene chiamato pace. 

Duemila anni dopo, la storia sembra avere cambiato gli strumenti, le uniformi e la geografia, ma non necessariamente la grammatica del potere. 

Le guerre contemporanee non vengono quasi mai presentate come guerre. 

Vengono chiamate operazioni, interventi, missioni, stabilizzazioni.

Si parla di sicurezza, di ordine, di democrazia, di liberazione, di pace. 

E quando le bombe hanno terminato il loro lavoro,

quando una città è stata privata delle sue infrastrutture,

quando un Paese è stato spezzato nelle sue istituzioni

quando una popolazione è costretta a vivere tra le macerie, allora può persino accadere che quella stessa devastazione venga raccontata come il prezzo necessario per raggiungere la pace. 

Dietro a questo gioco perverso si nasconde una delle forme più sofisticate della fragilità umana: 

non abbiamo soltanto bisogno di inventare un senso dell’esistenza; 

abbiamo bisogno di dare un senso anche alle nostre distruzioni,affinché ciò che facciamo possa continuare a sembrarci compatibile con l’immagine che abbiamo di noi stessi.

 

il potere non ha mai soltanto bisogno della forza per dominare gli uomini;
ha bisogno anche di conferire un senso alla propria forza,
fino a trasformare la distruzione in qualcosa che possa essere chiamato, senza vergogna, pace.
 

La frase di Tacito ritorna, intatta e lucida, dal passato: 

“ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.” 

Dove fanno il deserto, lo chiamano pace.

Macte Animo ! 

Gian Guido Tahra 

🌹

 

Pubblicato il 05 ottobre 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer