Nella teoria psicoanalitica di Carl Gustav Jung, i quattro elementi naturali, e in particolare la coppia di opposti formata da fuoco e acqua, sono le principali strutture universali della psiche umana, i due archetipi primordiali dell’inconscio collettivo, i simboli più adatti a rappresentare simbolicamente, rispettivamente, la dimensione trasformativa, attiva e maschile della forza di cui è espressione il corpo, e quella profonda, ricettiva e femminile della psiche e della fertilità attraverso il grembo materno. Al di là della dicotomia psiche-forza, o mente-corpo, su cui troppo si è dibattuto, qui interessa ricordare in particolare che l’interazione fra acqua e fuoco costituisce ancora nella psicoanalisi la tensione fondamentale del processo di individuazione: l’Io deve confrontarsi con il diluvio delle emozioni inconsce (l’acqua) senza esserne sopraffatto, purificandosi e rinnovandosi attraverso il calore della consapevolezza (il fuoco); integrare questi due opposti significa raggiungere l’equilibrio interiore.
Ma il fuoco e l’acqua richiamano altre simbologie presenti nelle culture di moltissimi popoli. Il fuoco è l’archetipo della forza attiva, del calore vitale, dell’illuminazione interiore e quindi della coscienza: il fuoco, infatti, rivela e illumina, rappresentando lo spirito che si accende, la passione e la chiarezza dell'intelletto; diventa così l’agente della trasmutazione, affinché la materia grezza (la psiche non integrata) si trasformi in oro (il Sé compiuto). Ma è anche l’elemento che ha trasformato l’umanità da una razza animale come le altre in qualcosa di assai diverso: il fuoco ha illuminato la notte, ha permesso all’umanità di riscaldarsi quando c’era freddo e di tenere lontani gli animali quando scendeva il buio, ma ha dato anche la possibilità di cuocere il cibo, offrendole la potenzialità di trasformare in modo così basilare la sua alimentazione e trasformandola in una nuova umanità in grado di differenziarsi (proprio grazie al fuoco) dagli altri esseri viventi, un’umanità avviatasi alle prime fasi del suo incivilimento che l’avrebbe poi pian piano condotto anche all’acquisizione di un diverso e più elevato modello di gestione dei rapporti umani e delle consuetudini sociali. A testimoniarlo c’è l’antico mito greco di Prometeo, la cui carica simbolica appare come il fondamentale elemento costitutivo della cultura e dell’identità umana. E c’è nella nostra epoca il lavoro di Claude Lévi-Strauss che definì nel suo famoso libro “Il crudo e il cotto” le tre fasi/condizioni fondamentali di questa evoluzione antropologica proprio attraverso la gestione del cibo nella storia dell’alimentazione umana: il “crudo”, il “cotto” e il “putrido”.
L’acqua, a sua volta, è il simbolo della profondità e dell’oscurità (non per nulla è infatti associata all’inconscio); ma possiede una natura ambivalente: è anche fonte di distruzione attraverso diluvi e inondazioni. Ai miti cosmogonici di molti popoli si ricollega proprio il ricordo di un “diluvio universale”, mito che non è solo presente nella Bibbia e nei testi sacri delle altre due grandi religioni abramitiche (l’ebraismo e l’islam), ma che appartiene anche a epoche e culture diverse, a partire da quella greca dell’antichità, con Zeus che, per eliminare la tracotante stirpe di “bronzo” che si rifiutava di eseguire i sacrifici agli dei, decise di provocare un diluvio al quale scamparono Deucalione, figlio di Prometeo, che avvertito dal padre costruì quindi un’arca (come Noè nella Bibbia) rifugiandosi con la moglie Pirra, a sua volta figlia del fratello Epimeteo e di Pandora, che alla fine del diluvio furono i progenitori della nuova generazione di uomini e donne dopo che Zeus aveva concesso loro di scagliare delle pietre dietro la propria testa, cosicché dalle pietre di Deucalione avessero origine gli uomini del mondo post-diluvio e da quelle lanciate da Pirra le donne.
Tuttavia, come accennavamo, il tema di un diluvio che avrebbe inondato tutta la terra o parte di essa è uno dei racconti più diffusi nelle mitologie appartenenti a varie culture, da quelle dei testi sacri dell’oriente (India, Cina, Tibet) alle tradizioni orali dei nativi del continente americano e dei popoli originari della Polinesia e dell’Africa. E nonostante alcune indubbie “correnti di diffusione” da una cultura a un’altra vicina, il tema del diluvio sembra possedere un innegabile valore di mito primordiale dell’umanità, essendo visto quasi come un battesimo e un’iniziazione dell’umanità.
Le acque primordiali sono sempre state considerate, d’altronde, il luogo per eccellenza della fecondazione e i simboli acquatici hanno evidenti rapporti con la nascita; il diluvio è nascita, quindi, in quanto autentica “ri-nascita” dell’umanità dopo una morte rituale, morte che appartiene alla condizione esistenziale dell’uomo coinvolto nella paradossale dinamica sacrale della vita e della morte, ma per l’appunto anche della ri-nascita. Non per nulla, essendo in natura anche l’elemento che rappresenta la fonte di vita, all’archetipo dell’acqua si ricongiunge quello della fertilità, prettamente femminile, da cui la rappresentazione della Grande Madre, del grembo primordiale e insieme del caos da cui tutto ha avuto origine e a cui si può/deve fare ritorno per trovare una rigenerazione spirituale. Se l’aspettativa della figura materna è comune a ogni essere umano che viene al mondo, la risposta che le varie culture hanno dato alla figura della donna (e quindi della madre) varia sulla base delle tradizioni che si sono sedimentate al proprio interno nel corso della vita e dell’agire delle varie generazioni.
Ciononostante, la figura materna è a sua volta assurta a simbolo del mito della Grande Madre nei contesti religiosi e mitologici del passato (e in alcuni casi anche del presente culturale di tantissimi popoli); contesti fra loro talmente variegati e diversificati che verrebbe davvero difficile non pensare che le tradizioni mitologiche o i dogmi teologici che l’accompagnano, al pari delle raffigurazioni, dei relativi riti cerimoniali e dei contestuali simboli interpretativi, non abbiano anche una funzione prettamente adattiva: aiutano i gruppi umani a dare forma e senso all’esperienza del sacro e all’idea del trascendente. Abbiamo sicura traccia del culto di una Dea Madre (o Grande dea o ancora Grande Madre) fin dal periodo paleolitico in ogni angolo dell’area euro-mediterranea, con statuette votive trovate nel vicino oriente, a Creta, in Sardegna, e anche nella Grecia più antica prima che si definisse in modo più organizzato il culto per gli dei olimpici con a capo del pantheon Zeus; lo stesso accadde anche nei territori dell’espansione dei romani fino all’epoca imperiale, anche qui accanto al culto ufficiale e più organizzato delle divinità della triade capitolina e delle altre divinità dell’olimpo romano; mentre fra celti e germani la sopravvivenza di una dea madre fu ancora più evidente e meno sotto traccia rispetto alla religiosità e ai culti ufficiali.
Quasi ovunque le raffigurazioni di questa Grande Madre apparivano abbastanza stereotipate (e anche questo non sembra affatto un caso), semmai in linea di massima divisibili in due categorie: da un lato una figura femminile dai fianchi molto larghi e pronunciati, così come i glutei e le cosce, come se si dovesse evidenziare il suo perenne stato di gravidanza (simbolo quindi della fertilità femminile e nel contempo della terra che genera la vita), seni enormi e talora plurimi in forte evidenza (simbolo di nutrimento e abbondanza), testa e arti superiori appena abbozzati e nessun dettaglio del volto; dall’altro una figura stilizzata e geometrica, spesso piatta e con braccia aperte a forma di croce, talora rappresentata in trono con un aspetto regale e insieme protettivo.
Evidenza del suo culto si ha anche nella passata religiosità del popolo basco, considerato il più antico d’Europa secondo le fonti storiche e archeologiche, che hanno sempre evidenziato una visione matriarcale dei loro culti fra i quali al principio di tutto c’era comunque una figura femminile, la dea Mari: un nome che non può passare inosservato, data la strana coincidenza col nome di Maria di Nazareth, madre “vergine” di Gesù, che fu proclamata ufficialmente “Madre di Dio” durante il concilio di Efeso del 431 entrando così definitivamente nella teologia cristiana oltre che nel culto e nelle preghiere dei cristiani sia nella Chiesa d’occidente che nelle Chiese d’oriente.