Perché non ne avevo mai sentito parlare? La prima reazione è stata quasi banale. Ho pensato a una mia lacuna. Succede continuamente.
Esistono migliaia di studiosi importanti che ignoriamo semplicemente perché nessuno può conoscere tutto. Poi, però, quella spiegazione ha iniziato a sembrarmi troppo semplice. Non stavo scoprendo un autore dimenticato.
Stavo incontrando uno dei protagonisti di una disciplina destinata, con ogni probabilità, a incidere profondamente sul XXI secolo.
Peter Shor non appartiene alla categoria degli studiosi trascurati. Appartiene a qualcosa di molto più interessante.
È uno di quei pensatori che vivono all'interno di una comunità scientifica nella quale il loro nome è quasi inevitabile e, nello stesso tempo, rimangono quasi invisibili alla cultura generale.
È un fenomeno sul quale riflettiamo raramente. Siamo abituati a immaginare la conoscenza come un continente. In realtà assomiglia molto di più a un arcipelago. Ogni isola possiede il proprio linguaggio. Le proprie mappe. I propri classici. Le proprie gerarchie. All'interno dell'isola alcuni nomi sono inevitabili. Fuori da quell'isola possono risultare quasi sconosciuti.
Peter Shor è inevitabile per chi si occupa di informazione quantistica. È quasi invisibile per chi, come me, ha percorso strade diverse.
Questa scoperta mi ha costretta a una prima correzione. Non è vero che Peter Shor sia sconosciuto. È vero, piuttosto, che io non avevo mai abitato il territorio nel quale il suo nome è uno dei punti cardinali. La differenza è enorme. Perché sposta la questione dalla notorietà all’epistemologia.
Non mi chiedo più perché non conoscessi Peter Shor. Mi chiedo come sia organizzata la conoscenza. Chi decide quali nomi attraversano i confini di una disciplina e diventano patrimonio comune? Qual è il momento in cui un'idea smette di appartenere agli specialisti e inizia a modificare l'immaginario collettivo? Forse ogni civiltà possiede due geografie.
La prima è quella che tutti vediamo. È la geografia delle città, delle istituzioni, delle tecnologie, delle imprese.
La seconda è molto meno visibile. È la geografia delle idee. Anche questa possiede montagne e pianure. Possiede capitali. Possiede periferie. Possiede territori quasi inesplorati. E possiede ponti. Sono proprio questi ponti ad aver sempre cambiato la storia.
L'idea decisiva non nasce necessariamente nel centro.Nasce spesso in una periferia del sapere. Rimane confinata lì per anni. Talvolta per decenni. Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Non è l'idea a cambiare. È il mondo che, improvvisamente, diventa capace di raggiungerla. Credo che Peter Shor si trovi esattamente in questo punto della storia. Per oltre trent'anni il suo algoritmo è rimasto soprattutto una conquista dell'informatica teorica e della matematica.
Oggi, invece, il progressivo sviluppo dei computer quantistici sta trasformando quella stessa intuizione in una questione politica, economica, strategica e perfino filosofica.
L'algoritmo è rimasto identico. È cambiato il contesto. Ed è il contesto, molto più delle idee, a determinare il momento in cui una società decide di ascoltare.
Questa constatazione mi ha obbligata a riconsiderare anche il modo in cui raccontiamo la storia della conoscenza. Siamo convinti che la scuola ci insegni "i grandi pensatori”. Non è esattamente così. La scuola ci insegna coloro che il tempo ha già selezionato. Quando pronunciamo il nome di Euclide, non stiamo incontrando soltanto un matematico vissuto più di duemila anni fa. Stiamo incontrando ventidue secoli di copie, traduzioni, interpretazioni, commenti, insegnamenti, dimenticanze e sopravvivenze. Euclide non arriva direttamente fino a noi. Arriva attraverso un filtro. Quel filtro si chiama storia.
Peter Shor, invece, quel filtro non lo ha ancora attraversato. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il suo nome mi ha colpita così profondamente. Per la prima volta avevo la sensazione di incontrare un pensatore prima che il tempo avesse pronunciato il proprio giudizio. Non capita quasi mai. Quasi sempre leggiamo il passato. Molto più raramente abbiamo la possibilità di osservare il futuro mentre sta ancora cercando la propria forma. Non ho mai creduto davvero all'immagine romantica del genio. Quell'uomo straordinario che, improvvisamente, vede ciò che nessun altro aveva visto.
È una rappresentazione che semplifica troppo. Anzi, più studio la storia della conoscenza, più mi convince l'idea opposta. Il genio vede quasi sempre qualcosa che molti altri stavano già guardando. La differenza è che non osserva lo stesso livello della realtà.
Prendiamo Peter Shor. La fattorizzazione dei grandi numeri era un problema studiato da secoli. Non era un territorio inesplorato. Migliaia di matematici avevano dedicato intelligenza, tempo e creatività a quella domanda. Non mancavano persone intelligenti. Non mancavano strumenti. Non mancavano nemmeno le motivazioni. Mancava, forse, una diversa postura dello sguardo. Questa parola, postura, mi sembra più importante della parola genio. Perché il pensiero possiede una postura. Ci abituiamo a guardare il mondo da una certa altezza, con una certa inclinazione, attraverso determinate categorie. Col passare del tempo quella postura diventa naturale. Smettiamo perfino di accorgerci che stiamo guardando il mondo in un certo modo. È il destino di ogni paradigma. Non ci costringe. Ci persuade. Ci convince che non potrebbe esistere un'altra prospettiva.
Per questo motivo le grandi trasformazioni della conoscenza sono così rare. Non perché sia difficile trovare una risposta. Ma perché è difficilissimo sospettare che la domanda contenga già un errore invisibile.
Shor, in fondo, fa una cosa quasi disarmante. Non cerca più il numero. Comincia a osservare il comportamento del numero. Detta così sembra una differenza minima. In realtà è un cambiamento ontologico. Il numero non è più un oggetto. Diventa un fenomeno. La matematica smette di essere fotografia. Diventa cinema.
Mi accorgo che questa trasformazione compare continuamente nella storia del pensiero.
Quando Galileo osserva una pietra che cade, non guarda la pietra. Guarda il movimento.
Quando Darwin osserva un fringuello, non guarda l’animale. Guarda la trasformazione delle specie.
Quando Turing immagina una macchina universale, non guarda una macchina. Guarda l'idea astratta di computazione.
Forse ogni grande scoperta nasce nel momento in cui un sostantivo si trasforma in un verbo. Non più la cosa. Il suo divenire. Non più l’oggetto. La relazione.
È una differenza grammaticale. Ma la storia della conoscenza, molto spesso, cambia proprio attraverso piccole rivoluzioni grammaticali.
Questa riflessione mi ha portata a riconsiderare perfino il significato della specializzazione. Siamo soliti criticarla. Diciamo che produce compartimenti stagni. Che impedisce il dialogo tra discipline. È vero. Ma esiste anche il rischio opposto. Quello di credere che la cultura generale coincida con la conoscenza.
La cultura generale è una carta geografica. La ricerca è il territorio. Le due cose non coincidono mai. La carta elimina dettagli. Generalizza. Semplifica. È utile proprio perché rinuncia a una parte della realtà. La ricerca, invece, vive esattamente dentro quei dettagli che la carta non può rappresentare.
Peter Shor appartiene a uno di quei dettagli. Per anni il suo nome è rimasto confinato dentro una regione molto precisa della conoscenza. Questo non lo rendeva meno importante. Lo rendeva semplicemente meno visibile.
Ed è qui che ho avuto una seconda sorpresa. Mi sono accorta che, in fondo, non esiste una sola storia della conoscenza. Ne esistono almeno due.
La prima è quella che raccontiamo. È lineare. Parte da Euclide, arriva a Newton, passa per Einstein e giunge fino ai giorni nostri. È una storia rassicurante. Assomiglia a un grande fiume.
Poi esiste una seconda storia. Molto meno ordinata. Molto più simile a una rete sotterranea. In quella rete migliaia di persone lavorano contemporaneamente senza sapere che, forse, una sola idea cambierà davvero il modo in cui penseremo il mondo. Noi ricordiamo il fiume. La ricerca, invece, vive nella falda sotterranea. Ed è lì che, quasi sempre, nasce il futuro.
Mi domando se il vero privilegio della nostra epoca non sia proprio questo. Non possedere risposte migliori. Ma poter osservare, quasi in diretta, il momento in cui alcune idee stanno cercando di uscire dalla falda sotterranea per diventare parte del grande fiume della cultura. Forse Peter Shor non è importante soltanto per ciò che ha scoperto. È importante perché ci permette di osservare questo passaggio mentre sta ancora avvenendo. È una condizione rarissima. Di solito la storia ci consegna le idee quando sono già diventate inevitabili.
Con Shor, invece, siamo ancora nel tempo in cui nulla è inevitabile.
Ed è proprio questa incertezza, più del suo algoritmo, che continua ad affascinarmi.