Una riflessione sul ruolo dell’editoria oggi: spazio di confronto critico o attore politico-culturale schierato.
Dal caso Einaudi alla scomparsa silenziosa di Philip Roth, un ragionamento su egemonia culturale, consenso e responsabilità intellettuale.
Seguivo e apprezzavo la Casa Editrice Einaudi, hashtagEinaudi per me era un marchio di garanzia “intellettuale” che pubblicava libri di Pavese, Calvino, Ginzburg, Bobbio, Primo Levi, con una forte autonomia critica.
Era, ai miei occhi, una casa editrice che non aveva paura di disturbare, di mettere in crisi, di non essere allineata.
Per questo sono rimasta sinceramente sorpresa quando ho visto La Fondazione Luigi Einaudi — Una fondazione che porta il nome di uno dei padri costituenti e secondo Presidente della Repubblica — pubblicare su LinkedIn un articolo in difesa del Sì al referendum.
Non entro nel merito del voto.
Il punto non è Sì o No.
Il punto è un altro, più profondo:
Quando un editore diventa soggetto politico-culturale che prende posizione istituzionale, smette di essere uno spazio di frizione e diventa una posizione.
L’Einaudi che ho amato non prendeva “posizioni corrette”.
Pubblicava libri che facevano pensare, anche a costo di disturbare il potere, qualunque fosse.
Oggi hashta Einaudiè dentro il gruppo MondadoriMondadorihasht , amministrato da Marina Berlusconi.
Non è un’accusa, è un dato di fatto.
E i dati di fatto producono conseguenze culturali.
Nessuna censura esplicita.
Nessun editto ideologico.
Ma una selezione silenziosa di ciò che è compatibile, presentabile, allineabile.
Il risultato?
Autori come Philip Roth scompaiono dagli scaffali.
Non perché vietati.
Ma perché non funzionali a un sistema editoriale integrato.
Quando un editore rinuncia all’irriducibile,
quando preferisce la “responsabilità” al conflitto,
quando prende posizione invece di creare spazio,
non sta più facendo cultura:
sta amministrando consenso.
È l’imposizione della Cultura Egemonica, di cui parlavo giorni addietro.
Ed è questo, più di ogni slogan, che mi indigna.
Penso che la cultura stia diventando un'isola sempre più piccola e silenziosa. Il caso Roth è il sintomo perfetto di questo restringimento: un gigante della letteratura che sparisce dagli scaffali per "questioni di diritti" è lo specchio di un mondo dove la logica finanziaria prevale sulla disponibilità del sapere.
Ho la percezione che ci sia ormai un'élite senza voce.
Se prima una casa editrice come Einaudi era un ponte tra diverse idee, oggi la cultura viene spesso usata come arma d'identità (o sei di qua o sei di là).
Gli intellettuali non "fanno share".
Lo spazio per il dibattito profondo è stato sostituito dalla polemica politica o dal marketing.
Quando libri fondamentali diventano "introvabili" (anche se per pochi mesi) o costosi, la cultura smette di essere un bene comune e diventa un oggetto per collezionisti o per chi ha gli strumenti per scovarlo altrove.
È il paradosso dell'era digitale: abbiamo tutto a portata di click, ma la cultura alta sembra non avere più una "casa" sicura e accessibile a tutti, come lo era l'Einaudi dei tempi d'oro.
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