Fabio Siviero insegna filosofia a Bassano del Grappa, gioiello medievale di circa 45000 anime incastonato tra le sponde del Brenta e le Alpi venete - tra il Monte Grappa e l’Altopiano dei Sette Comuni-, e questo dato non è marginale: il suo lavoro intellettuale nasce e si sviluppa dentro un territorio preciso, che non viene mai trattato come semplice sfondo, ma come luogo in cui le trasformazioni storiche prendono corpo, lasciano tracce, producono effetti duraturi. La sua scrittura e il suo pensiero si muovono lungo una linea di confine tra ricerca storica, attenzione narrativa e responsabilità civile, con una postura che evita sia l’enfasi celebrativa sia il ripiegamento nostalgico. Il locale, nel suo lavoro, non ha nulla di folcloristico: è piuttosto un punto di osservazione privilegiato per interrogare processi più ampi, spesso rimossi o semplificati dal racconto pubblico.
Un’intervista a Fabio Siviero assume quindi un valore che va oltre la presentazione di un libro o di un percorso personale. Attraverso il racconto di storie venete, di paesi, di famiglie e di vite attraversate dal “miracolo economico”, emergono domande che riguardano tutti: che cosa abbiamo chiamato progresso, quali costi abbiamo accettato di pagare, quali forme di vita sono state sacrificate in nome dello sviluppo. L’ultimo miracolo lavora proprio su questa soglia, dove la memoria locale diventa uno strumento critico per leggere il presente. Parlare con Siviero significa entrare in un discorso che costringe a fare i conti con una direzione di marcia che continua a produrre effetti, disuguaglianze e fragilità.
È in questa capacità di trasformare il particolare in una lente sul nostro tempo che risiede l’importanza di ascoltarlo oggi.
Keren Ponzo: Nel racconto della trasformazione dalla civiltà contadina a quella industriale e dei consumi, quale tipo di perdita, simbolica o relazionale, ritieni abbia inciso più profondamente sull’identità collettiva delle comunità di provincia, e quale invece appare oggi rimossa o sottovalutata nel discorso pubblico?
Fabio Siviero: I veneti, la generazione veneta che ha attraversato il dopoguerra, ha subito una trasformazione radicale, una rivoluzione economica, sociale, politica e religiosa. Nel contempo ha fatto le sue scelte, si è presa le sue libertà e responsabilità perseguendo la sua destinazione anche in modo risoluto, con una consapevolezza cioè a volte esplicita, ma il più delle volte offuscata dalla determinazione a uscire dalla miseria e dalla tragedia della guerra e della povertà. In questa evoluzione, individuare guadagni e perdite rischia di sezionare la storia e la cultura di una comunità in modo riduttivo e semplicistico. Tuttavia, senza generalizzare, per rispondere penso a un paio di aspetti su cui è possibile soffermarsi: da una parte il superamento di un certo modo di vivere collettivo comunitario e dall’altra la perdita del sacro.
più di tutto quello che favoriva l’urgenza di una vita quotidiana sociale e solidale era la povertà e la precarietà della vita.
La civiltà contadina, rurale, provinciale, aveva espresso fino alle soglie della guerra un tipo di socialità collettivo, comunitario, intergenerazionale. Da una parte la famiglia allargata che riservava ai vecchi un posto privilegiato e ispirato; dall’altra la chiesa che per definizione imponeva un modello di comunità gerarchico e coeso, cementato dalla fede in Dio, nei Santi, nella valenza salvifica del ciclo liturgico. Ma più di tutto quello che favoriva l’urgenza di una vita quotidiana sociale e solidale era la povertà e la precarietà della vita. Non da intendersi, la povertà, come valore in sé, ma come precondizione che finiva per imporre come risposta inevitabile una coesione e una collaborazione che non si manifestava solo sul piano religioso e all’interno delle famiglie patriarcali, ma anche nella vita quotidiana delle contrade e dei paesi. La corte e la fontana delle contrade vissute in comune, la convivenza allargata nelle abitazioni stipate di parenti fino all’inverosimile, la collaborazione nel lavoro dei campi, le tappe della vita, (nascita, battesimo, matrimonio, nascite dei figli, morte e funerale) condivise e vissute da una comunità intera.
La ricchezza dell’associazionismo e delle esperienze di volontariato oggi riconosciute per numeri, qualità e varietà di manifestazioni presenti nel Veneto e tra i veneti, a dispetto di un certo luogo comune che vuole vedere i veneti solo lavoro e schèi, gettano probabilmente le loro radici anche in quella storia di aiuto reciproco, condivisione, senso di comunità che aveva caratterizzato la civiltà contadina. Ma nel contempo, con la rivoluzione industriale e la diffusione del modello consumistico tipico del boom economico e della rinascita postbellica, cambiate certe condizioni materiali del vivere e del lavorare, introdotti alcuni modelli di sviluppo e di urbanizzazione, passati di moda certi valori del passato, un certo tasso di individualismo è diventato un elemento costante e via via amplificato della società del miracolo economico. In un passo del libro cito una espressione che una delle protagoniste di queste storie di vita quotidiana all’interno della Grande Storia mi ha detto, a proposito della diffusione graduale di una certa alfabetizzazione e scolarizzazione e soprattutto in concomitanza con la graduale diffusione della televisione: che a un certo punto, chiedere aiuto sembrava stupido. Cioè, tornare alla necessità dell’aiuto reciproco, del manifestare il bisogno, di allungare la mano per chiedere diventava strano, imbarazzante, inopportuno. Arrangiarsi, bisognava, adesso. Finalmente. Cartina di tornasole di questo fenomeno è come venivano trattati e come oggi trattiamo i poveri delle nostre comunità.
Una volta i madonari che giravano per le contrade a chiedere un piatto di minestra o un paio di uova, i poaréti che salivano al paese a cercare una ramina di frumento, anche gli imbriagoni vita sola, venivano trattati e aiutati con fatalismo e rispetto, un obbligo morale dettato anche dalla cultura religiosa, certo, ma anche dal fatto di sentire tutti, anche i derelitti e i poveracci, parte di un’unica grande famiglia. Oggi, Sinti e Rom, emarginati delle nostre città e dei nostri paesi, stranieri in cerca di una casa e di un lavoro, fino ai senzatetto, come vengono considerati e trattati? Di sicuro ricevono aiuto, sollievo e sostegno da quelle realtà del volontariato di cui dicevo prima, che tanto si prodigano per le povertà del XXI secolo; ma questo nobile slancio generoso e solidale spesso avviene nell'indifferenza dei più. I quali, anzi, dall’azione di queste realtà finiscono per sentirsi
sollevati e sgravati dalla responsabilità almeno di farsi due domande nei loro confronti, e tanto meno dal dovere di aiutarli: c’è già chi ci pensa. I quali, anzi, dall’azione di queste realtà finiscono per sentirsi sollevati e sgravati dalla responsabilità.
il nobile slancio generoso e solidale dei tanti volontari impegnati a regalare aiuto, sollievo e sostegno a chi ne ha bisogno, spesso avviene oggi nell'indifferenza dei più
L’altro aspetto su cui varrebbe la pena riflettere oggi molto più di quanto non si faccia è la perdita del Sacro. Non nascondo personalmente, e quindi anche nel libro, tutta la componente ritualistica, tradizionalista, a volte ipocrita, di sicuro moralista della religiosità della prima metà del XX secolo nelle contrade rurali venete, e tanto meno la valenza di ordine e controllo sociale della più importante, del resto unica, agenzia educativa dell’epoca, la chiesa appunto. Ciononostante, ci credevano. Cioè la fede era magari ingenua, in parte forse condizionata e “guidata”, ma era sentita, radicata nella quotidianità, a suo modo sincera.
Il senso del sacro, sia pure frammisto a componenti di paura, fideismo e magari superstizione, si misurava in realtà nel mantenere quel senso di mistero e di timore reverenziale verso la Vita e la Natura. La commistione di fenomeni naturali e riferimenti al trascendente, il significato simbolico di certi comportamenti in certi giorni dell’anno, la stessa frequentazione della morte come fatto naturale e insieme ponte verso un mondo fatto di spiriti, traduceva un rapporto di apertura al mistero e quindi al sacro che, in senso heideggeriano, manifestava da un parte il sentirsi parte di un tutto, dove il sacro e lo spirituale pervadono ogni cosa, e dall'altra il ritenersi all’interno di qualcosa di più grande di noi, qualcosa da rispettare e da cui trarre ispirazione, ordine, regola di condotta. Quello che si è perso dopo non è stato tanto la partecipazione ai riti, la disaffezione alla messa domenicale, la scristianizzazione, diffusa in tutto il continente europeo e non solo. Certo, questo è avvenuto, ma la perdita più grave è stata soprattutto quella della spiritualità, del senso del Sacro, del bisogno di coltivare quella dimensione che non ha a che fare con questa o quella religione, ma ha che fare con la dimensione più interiore di ogni uomo, credente o non credente.
la perdita più grave è stata quella della spiritualità, del senso del Sacro, del bisogno di coltivare quella dimensione che ha a che fare con la dimensione più interiore di ogni uomo, credente o non credente.
La modernità, da una parte, avrebbe mostrato l'arretratezza della religione cristiana cattolica, obbligando la chiesa a rinnovare e rivoluzionare forme e modalità di approccio ai fedeli (in questo senso il Concilio vaticano II è stato esiziale per la Chiesa, salvandola da una decadenza ben più veloce e peggiore). Dall’altra però ha finito, per dirla in modo grossolano, per gettare il bambino con l’acqua sporca, ovvero negare la valenza positiva e fondamentale sul piano personale e sociale della cura della coscienza, dell’anima, della spiritualità. Ma c’è di più, la modernità non solo ha superato di slancio la nota lentezza e il sospetto nei confronti di ogni cambiamento della Chiesa, ma di fatto ha sacrificato la dimensione interiore spirituale, che non è oggetto di atto di fede, - ma è dimensione antropologica, - sull’altare del materialismo, dell’edonismo e dell’ambizione individuale, costringendo la nuova società di massa dei consumo a raggiungere obiettivi a una dimensione, quelli della ricchezza materiale e non di quella spirituale, del benessere legato al possesso, ovvero dell’avere rispetto all'essere, per dirla con Erich Fromm.
Keren Ponzo: La modernità che attraversa scuole, case e paesaggi sembra portare con sé una promessa di emancipazione che, nel tempo, si rivela ambigua: in che modo la tua narrazione mette in tensione l’idea di progresso con le forme quotidiane di disincanto, adattamento o resistenza vissute dalla “povera gente”?
Fabio Siviero: Il capitolo dedicato al lavoro come altri, più di altri, mette in luce proprio l’illusione seguita, in parte, da una fase di disillusione. L’illusione fu quella che l’impegno, la determinazione, il tribulare dei contadini portato dentro i cancelli delle fabbriche potesse garantire quell’emancipazione materiale e culturale che sembrava realizzabile e liberatoria. Il guadagno “facile” in certi settori faceva il paio con il sogno di arricchirsi sia pure con fatica emigrando all’estero.
La generazione dei giovani, demograficamente prevalente e maggioritaria, sopravvissuta alla guerra, non vedeva l’ora di poter andare oltre e lasciarsi alle spalle miseria, povertà e fatica, e in una parola, come pensava Giani Sanco, l’odore del letame della stalla in cui suo padre, testardo, continuava a lavorare. La strada nella direzione del riscatto era stata spianata dai Thunderbolt e dai Lightning (Pippo) che, assieme alle bombe sganciate sui tedeschi in fuga, e anche su qualche città..., esportavano quel modello di sviluppo tecnologico, e poi progresso sociale ed economico, che arrivò come una manna dal cielo dalla Merica.
La reclame e i primi manifesti pubblicitari firmati da artisti come Marcello Dudovic e Nanni Schipani per la Rinascente cominciavano a comparire nelle strade e nelle piazze di Milano, mentre nei cinema usciva il profetico film Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica con Totò il Buono. La televisione, dal canto suo, e la scuola diedero il loro contributo a quella emancipazione sociale e culturale che spingeva i grandi a cambiare la propria condizione di vita (un lavoro e uno stipendio continuativo in fabbrica, la casa, l’automobile, i primi elettrodomestici, la villeggiatura e le ferie d’estate) e faceva loro sperare con ragionevole certezza di poter dare ai propri figli quelle condizioni materiali che loro non avevano avuto. Il lavoro estenuante, perseverante, costante dei veneti, quello raccontato magistralmente da Vitaliano Trevisan, diventava il nuovo must, quel destino obbligato come unica difesa al pericolo di tornare a rivivere la condizione di miseria e precarietà che era stato vissuto fino a l’altro ieri.
Perciò al lavoro si unì la propensione alla protezione del guadagno messo da parte che trasformò i veneti e gli italiani in uno dei popoli più risparmiatori del mondo, oltre che tra quelli con la più alta percentuale di proprietari di case. L’Italia divenne in pochi decenni una potenza economica, grande esportatrice, anche grazie ad un lavoro pagato poco, ma di qualità e ricco di stile, il made in Italy. Oggetti di design, auto, moto, vestiti, scarpe, elettrodomestici, macchine da scrivere che uscivano dalle fabbriche italiane divennero ben presto portatori di quella italianità e di quella bellezza che le Olimpiadi del 1960 organizzate a Roma, le prime trasmesse in mondovisione, avevano mostrato al mondo, cancellando in un mese di giochi, con le immagine della Città Eterna in tutto il suo splendore classico e rinascimentale, l’Italia fascista, razzista e monarchica.
Il lavoro, il tribulare, la fatica divenne anche la nostra condanna. Senza negare lo sviluppo del Paese, non si può non evidenziare con Pasolini come il progresso morale e civile non tenne il passo con il boom economico. La crescita individuale passava per l'arricchimento, la casa di proprietà, l’auto come status symbol, ma lasciava indietro la crescita civile, morale, e spirituale. La chiesa, ultima agenzia educativa di massa che avrebbe potuto animare, letteralmente, lo sviluppo del Paese fu occupata a sostenere battaglie di retroguardia in difesa delle proprie posizioni di rendita, emarginando quei preti e quei profeti che predicavano un risveglio delle coscienze, una radicalità evangelica e una ricerca di spiritualità che all'Istituzione sembrava quasi dare fastidio. Non una generazione, ma un'intera civiltà abbracciò la nuova ideologia tecnicista ed economicista che faceva del consumo di massa e dell'omologazione culturale i suoi strumenti di diffusione nella società. La secolare condizione di abnegazione, sacrificio, propensione al lavoro e alla fatica obbligata da un sistema sociale, politico ed economico fu travasata letteralmente nel nuovo modello di crescita economica e civile che lasciava indietro volutamente, però, da una parte quell’equilibrio con la natura che il mondo rurale aveva coltivato, ma anche tutta la sfera affettiva, morale e spirituale. E’ quella perdita del Sacro in senso lato di cui si parlava prima, che, come scriveva Marcuse, una volta persa e dimenticata avrebbe ridotto l'uomo, la sua cultura, a una dimensione, quella materialistica ed edonistica, quella destinata, secondo Pasolini, a cambiare antropologicamente l’anima delle persone, più di quanto avevano fatto 20 anni di regime fascista.
Keren Ponzo: Nel libro emerge una compresenza di eroismo e meschinità, di slanci culturali e di nichilismo diffuso; quanto questa coabitazione ti appare come un tratto strutturale della storia italiana del secondo Novecento, e quanto invece come una responsabilità che chiama in causa le scelte individuali dentro i grandi processi storici?
Fabio Siviero: Nel libro emerge effettivamente una compresenza di eroismo e meschinità, di slanci culturali e di un certo nichilismo quotidiano. Non credo però che questa ambivalenza sia soltanto un tratto “strutturale” della storia italiana del secondo Novecento, quasi fosse un destino. Penso piuttosto che chiami in causa responsabilità precise, individuali e collettive, dentro i grandi processi storici. Il Veneto – e con esso molta parte dell’Italia – ha vissuto nel secondo dopoguerra una trasformazione rapidissima. In pochi decenni si è passati da una società contadina, povera ma coesa, a una società industriale diffusa, dinamica, capace di produrre ricchezza e mobilità sociale.
È stato un processo straordinario, che ha liberato energie imprenditoriali e creatività diffuse. Il coraggio di intere generazioni che hanno lavorato, rischiato, costruito. Ma ogni sviluppo porta con sé delle scelte. Il modello veneto si è fondato su impresa familiare, radicamento territoriale, pragmatismo, diffidenza verso lo Stato centrale. Questo ha generato efficienza e flessibilità, ma anche frammentazione, localismo, talvolta una debole interiorizzazione del bene pubblico come bene proprio. Non è un difetto “atavico”: è il risultato di una storia lunga di distanza dallo Stato e di una modernizzazione che ha privilegiato l’iniziativa privata rispetto alla costruzione di una forte cultura civica condivisa.
Anche il cattolicesimo, così radicato nel territorio, ha avuto un ruolo ambivalente. Ha creato reti di solidarietà, senso di appartenenza, disciplina del lavoro. Ma spesso è stato vissuto più come codice morale e identitario che come elaborazione critica della modernità. La Dottrina sociale della Chiesa parlava di bene comune, di giustizia sociale, di responsabilità pubblica; tuttavia, nella pratica quotidiana, non sempre questa visione si è tradotta in una piena cultura dello Stato e delle istituzioni. In questo senso, la coabitazione tra slancio e nichilismo nasce anche da una modernizzazione non pienamente metabolizzata.
Come dicevo prima Pasolini parlava di “mutazione antropologica”: il passaggio dal mondo contadino al mondo consumistico non è stato solo economico, ma culturale e spirituale. Si è costruita ricchezza, ma non sempre si è costruito pensiero su quella ricchezza. Si è generato sviluppo, ma non sempre progresso nel senso più alto, cioè crescita della coscienza civile. Per questo nel libro non giudico, ma metto in luce le tensioni. L’eroismo e la meschinità non sono categorie astratte: convivono nelle stesse persone, nelle stesse comunità. La storia del secondo Novecento veneto non è una parabola lineare di successo o di decadenza; è una storia complessa, in cui la responsabilità individuale – nelle scelte urbanistiche, politiche, culturali, persino quotidiane – ha avuto un peso reale. Non siamo stati vittime del processo: ne siamo stati protagonisti. Ed è proprio questa consapevolezza che rende quella stagione ancora interrogante per noi oggi.
Keren Ponzo: Il Vajont occupa una posizione emblematica nel tuo racconto, come punto di condensazione tra fiducia nel progresso e catastrofe morale oltre che materiale: che cosa rivela ancora oggi quella vicenda sul rapporto tra sapere tecnico, potere economico e responsabilità collettiva nella cultura italiana?
Fabio Siviero: Nel libro il Vajont non è soltanto una tragedia, ma un punto di caduta metaforico. È il luogo in cui il miracolo economico mostra il suo lato oscuro. Non è semplicemente il fallimento di un’opera ingegneristica: è la rivelazione di un corto circuito tra sapere tecnico, potere economico e responsabilità collettiva. Il Vajont nasce dentro la grande fiducia nel progresso che ha attraversato l’Italia del dopoguerra.
La diga era un segno di modernità, di potenza tecnologica, di dominio sulla natura. Rappresentava l’idea che lo sviluppo fosse inevitabilmente positivo, che la tecnica potesse piegare ogni limite, che la crescita fosse un bene in sé. In questo senso, il Vajont è pienamente figlio del “miracolo”. Ma la tragedia rivela qualcosa di più profondo. Non è mancato il sapere tecnico: i segnali di instabilità del monte c’erano, le perizie esistevano, le voci critiche non erano assenti. Ciò che è mancato è stato il riconoscimento pubblico di quel sapere quando entrava in conflitto con interessi economici e logiche di prestigio.
La tecnica, invece di essere guidata dalla responsabilità, è diventata strumento di legittimazione del potere.
Il Vajont ci dice che il problema non è la modernità in sé, ma il modo in cui viene abitata.
Quando sapere tecnico e potere economico si saldano senza un adeguato controllo etico e politico, la responsabilità si dissolve. O meglio: si frammenta. Ognuno fa il proprio pezzo, nessuno si sente davvero responsabile dell’insieme. Una modernizzazione potente, ma con una debole cultura del limite e del bene comune. In questo senso, la catastrofe è anche morale. Non solo perché ci furono omissioni e sottovalutazioni, ma perché si manifestò una fiducia quasi ideologica nello sviluppo. Il progresso veniva dato per scontato, e chi sollevava dubbi appariva come un ostacolo. È la stessa tensione che attraversa tutto il secondo Novecento veneto: energia straordinaria, capacità imprenditoriale, ma anche fatica a integrare nella crescita una piena coscienza civile. Il Vajont rivela dunque un nodo ancora attuale: la necessità che il sapere tecnico non sia subordinato al potere economico, ma inserito dentro una cultura della responsabilità condivisa. La tecnica non è neutra; dipende dal quadro etico e politico in cui opera. Se manca una forte interiorizzazione del bene pubblico, anche la competenza più avanzata può diventare complice di scelte sbagliate.
Per questo nel libro il Vajont non è solo memoria del passato. È una domanda rivolta al presente: quale idea di sviluppo vogliamo oggi? E siamo disposti a riconoscere che il progresso autentico richiede non solo crescita economica, ma consapevolezza, limite, responsabilità collettiva?