Viviamo tempi difficili.
Tempi che spaventano perché i confini tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non sono più nitidi, in cui il bene ha la maschera del male senza veli e senza pudore.
Tempi che spaventano perché tutto accade troppo velocemente e con conseguenze di cui non siamo in grado di prevedere gli effetti nel breve e gli impatti sul lungo periodo.
Tempi che spaventano perché ci sentiamo tutti in bilico sul precipizio di una terza guerra mondiale, di una crisi sociale e lavorativa senza precedenti ed in balia di folli e tecnocrati che governano il pianeta.
Nelle presentazioni del mio libro dico sempre che siamo in un’epoca di policrisi. Questa parola l’hanno introdotta Edgan Morin e Anne-Brigitte Kern nel 1993, per descriver non una singola crisi, ma una inter-solidarietà complessa di problemi, antagonismi, crisi e processi incontrollabili che investono il pianeta.
È una condizione in cui le crisi non si sommano, ma si intrecciano: quella ecologica, quella economica, quella sociale, quella politica, quella culturale. Ognuna agisce sull’altra, la rafforza e la accelera.
È questo il punto più inquietante di questo tempo: non stiamo attraversando una sequenza di emergenze separate, ma un groviglio di shock interdipendenti che rendono il mondo più instabile, più opaco, più difficile da interpretare. Queste crisi si intrecciano e si alimentano reciprocamente producendo effetti non lineari, superiori alla somma delle singole parti.
La differenza è l’interdipendenza sistemica.
Basta osservare quanto è accaduto in Iran pochi giorni fa. I bombardamenti che hanno colpito depositi di carburante e impianti petroliferi e del gas non hanno prodotto soltanto distruzione militare. Hanno generato incendi estesi, nubi tossiche, fenomeni descritti da diverse fonti internazionali come pioggia nera o pioggia acida su Teheran, con rischi per la salute delle persone, per l’aria, per l’acqua e per la stabilità dell’intera regione. In un solo evento si sono condensati guerra, emergenza sanitaria, danno ambientale, shock energetico e tensione geopolitica.
La policrisi si vede anche in quello che questa guerra sta facendo fuori dall’Iran. Lo Stretto di Hormuz chiuso e il prezzo del petrolio sale, la benzina aumenta ovunque, i voli vengono cancellati in Europa, migliaia di marittimi restano bloccati nel Golfo, impianti nucleari civili entrano in una zona di rischio, il Libano sprofonda nella devastazione. Un conflitto regionale diventa crisi energetica globale, crisi dei trasporti, crisi del costo della vita, crisi umanitaria, crisi della sicurezza internazionale. È qui che la parola policrisi smette di essere teoria e diventa tratto caratteristico del presente.
C’è poi un’altra faccia della policrisi che riguarda l’intelligenza artificiale e il potere. Il punto non è l’innovazione in sé, ma chi la possiede, dove la applica e con quali effetti sistemici. Il caso Palantir lo mostra in modo brutale: la stessa azienda che entra nel sistema sanitario britannico con la piattaforma dati dell’NHS è anche dentro l’espansione dell’AI militare americana. Sanità, guerra, sicurezza, governance dei dati, infrastrutture pubbliche: ambiti diversi che convergono sotto la stessa grammatica tecnologica. E quando questa convergenza si accompagna alla visione ideologica di figure come Peter Thiel, ostili alla regolazione democratica e sempre più influenti nel rapporto tra tecnologia e potere, non siamo più davanti a una semplice trasformazione digitale. Siamo davanti a un salto di sistema, in cui l’AI smette di essere uno strumento e diventa una forma di organizzazione del potere.
Negli ultimi tre mesi poi la cronaca mondiale ha offerto una sequenza quasi ininterrotta di eventi atmosferici estremi. Tra gennaio e marzo 2026 si sono registrati incendi, ondate di calore, precipitazioni eccezionali, alluvioni, frane, bufere di neve, tornado e venti devastanti in più continenti. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha segnalato che l’inizio del 2026 è stato segnato da una combinazione anomala di calore estremo, freddo intenso, piogge straordinarie e incendi. Copernicus, il Programma di Osservazione della Terra dell'Unione Europea dedicato a monitorare il pianeta, ha rilevato in febbraio condizioni eccezionalmente umide in vaste aree dell’Europa occidentale, meridionale e del Nord Africa, con allagamenti e danni diffusi. Negli Stati Uniti, nelle stesse settimane, si sono sovrapposti caldo record nel Sud-Ovest, bufere di neve nel Midwest e nei Grandi Laghi, incendi in Nebraska, tornado e tempeste sulla East Coast, piogge torrenziali e frane alle Hawaii. Non è solo una lista di anomalie, ma il segnale di un sistema climatico che agisce come moltiplicatore di instabilità, mettendo sotto pressione le infrastrutture, interrompendo i trasporti, danneggiando l’agricoltura, alzando i costi assicurativi, aggravando i rischi sanitari e amplificando il senso collettivo di precarietà. Anche qui la policrisi si rende visibile con chiarezza dato che l’evento atmosferico estremo non resta confinato nella biosfera, ma entra nell’economia, nella salute, nel lavoro, nella vita quotidiana.
Questo è il cuore della nostra epoca: non una somma di emergenze separate, ma una crisi che ne trascina altre, le amplifica e rende impossibile stabilire dove finisca un problema e dove ne inizi un altro.
Di fronte a tutto questo la reazione più comune è il senso di impotenza. Quando le crisi si intrecciano in modo così intricato, ci sentiamo piccoli, irrilevanti, schiacciati da forze troppo grandi per essere comprese e ancora più per essere orientate. È qui che la policrisi produce uno dei suoi effetti più insidiosi, generando instabilità nel mondo, genera paralisi dentro le persone. Ci convince che non ci sia niente da fare, che ogni gesto sia troppo piccolo, che ogni scelta individuale sia ininfluente dentro un sistema così vasto e così compromesso.
Ma è proprio qui che, a mio avviso, bisogna fermarsi e cambiare sguardo. La teoria della complessità ci insegna che i sistemi non cambiano soltanto per effetto delle grandi decisioni imposte dall’alto o dei grandi eventi storici. Cambiano anche attraverso le emergenze, cioè attraverso proprietà, dinamiche e trasformazioni nuove che nascono dall’interazione tra molte parti. L’emergenza, in questo senso, è ciò che affiora quando più azioni, relazioni, comportamenti e scelte entrano in connessione e producono qualcosa che prima non c’era. Nei sistemi complessi, il nuovo emerge da una molteplicità di atti minimi, ripetuti, imitati, condivisi, che a un certo punto modificano l’insieme.
È questo lo spazio che mi interessa custodire. Non quello delle illusioni consolatorie, non quello dell’ottimismo ingenuo, ma quello della responsabilità. In Basta essere umani propongo micro-azioni che non pretendono di salvare il mondo da sole, ma di restituire alle persone un rapporto fattivo con la realtà come riavvicinarsi alla natura per uscire dalla dissociazione quotidiana, allenare il silenzio e la presenza per non essere travolti dal rumore continuo del presente, parlare con chi non conosciamo, ascoltare l’estraneo, ricostruire legami, fiducia; rivedere i nostri consumi, il modo in cui compriamo, mangiamo, lavoriamo, usiamo la tecnologia. Sono gesti piccoli, sì, ma piccolo non vuol dire irrilevante, vuol dire diffuso e replicabile.
In un’epoca di policrisi anche la risposta, per essere credibile, non può essere solo sistemica o solo individuale, deve tenere insieme entrambe le scale. Abbiamo bisogno di politiche pubbliche, regole, limiti, istituzioni capaci di governare la complessità, ma abbiamo anche bisogno di esseri umani che smettano di considerarsi spettatori, perché ogni trasformazione collettiva, prima di diventare strutturale, è una pratica che emerge, una forma nuova di comportamento, un modo diverso di stare al mondo che, entrando in relazione con altri, apre possibilità inattese.
Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dall’idea di essere abbastanza forti da cambiare tutto, ma dalla disponibilità a non consegnarci all’impotenza. In tempi come questi, anche non lasciarsi paralizzare è una forma di dissenso, e forse basta proprio questo per cominciare.
Dobbiamo tornare a essere umani nel modo più difficile e più radicale, scegliendo ogni giorno azioni minuscole che, sommandosi, possono ancora generare un’altra possibilità di futuro.