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Aaron Bastani vs Marc Andreessen: l’AI come bene comune o come motore del mercato?

Se l’AI e l’automazione stanno ridefinendo la produzione di ricchezza, chi dovrebbe controllare queste tecnologie? L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. Più raramente viene analizzata come una trasformazione politica ed economica. Chi possiede le infrastrutture dell’automazione? Chi beneficia della produttività generata da algoritmi, robotica e sistemi di calcolo sempre più potenti?
La promessa dell’AI è quella di ridurre il lavoro necessario per produrre beni e servizi. Ma questa promessa apre una questione più radicale: se le macchine producono ricchezza, che cosa accade alla distribuzione di quella ricchezza?
In questo nuovo articolo di POV prendo in esame due visioni divergenti nel dibattito contemporaneo. Da una parte Aaron Bastani, teorico del cosiddetto “comunismo di lusso completamente automatizzato”, secondo cui le tecnologie avanzate potrebbero consentire una società post-capitalista fondata sull’abbondanza e sulla proprietà pubblica delle infrastrutture produttive. Dall’altra Marc Andreessen, imprenditore e investitore della Silicon Valley, autore del celebre saggio secondo cui “il software sta divorando il mondo” e sostenitore di un techno-ottimismo radicale in cui l’innovazione guidata dal mercato rappresenta il principale motore di progresso.
Due diagnosi diverse sul presente, due immaginari opposti sul modello di società che vogliamo costruire.


1. Automazione e fine del lavoro?

Una delle promesse più ricorrenti nel dibattito sull’intelligenza artificiale riguarda la riduzione del lavoro umano. Non si tratta più soltanto di automatizzare il lavoro manuale; l’AI interviene anche su quello cognitivo, linguistico, decisionale. La questione non è quindi solo quantitativa, ma qualitativa. Il punto, allora, non è semplicemente se lavoreremo meno. È capire che tipo di lavoro resterà, in quali condizioni, e con quale distribuzione del potere.

Aaron Bastani legge questa trasformazione come una discontinuità storica. Nel suo Fully Automated Luxury Communism immagina una transizione verso una società post-scarsità, resa possibile dalla convergenza tra automazione, intelligenza artificiale ed energie rinnovabili. In questo scenario, il lavoro necessario per produrre beni essenziali tende a ridursi drasticamente, mentre il costo marginale di molti beni si avvicina allo zero.

La sua ipotesi è che il capitalismo, fondato su una logica di scarsità e sulla centralità del lavoro salariato, diventi progressivamente incompatibile con un sistema produttivo in cui la ricchezza è generata sempre più da infrastrutture automatizzate. Il lavoro non scompare del tutto, ma perde la sua funzione disciplinante e identitaria. In questa prospettiva, la liberazione dal lavoro è una possibilità politica per redistribuire il tempo, ridefinire il valore, sottrarre la vita alla subordinazione economica.

Marc Andreessen, al contrario, si colloca dentro una tradizione di ottimismo tecnologico che vede nell’innovazione un processo cumulativo e non una rottura sistemica. Quando afferma che “il software sta divorando il mondo”, non sta annunciando la fine del lavoro, ma la sua pervasiva riorganizzazione. Il software non elimina settori economici; li ridefinisce, e li espande.

In questa prospettiva, ogni ondata tecnologica genera nuove professioni, nuovi mercati, nuove forme di imprenditorialità. Ma questo spostamento richiede competenze diverse, produce gerarchie nuove, accelera la competizione. La promessa implicita è quella di una mobilità continua, in cui chi si adatta sopravvive e chi resta indietro viene espulso.

La divergenza tra Bastani e Andreessen si concentra qui. Per Bastani, l’automazione apre la possibilità di sottrarre il lavoro alla necessità economica. Per Andreessen, l’automazione intensifica il lavoro come forma centrale di partecipazione al sistema. Ma questa opposizione rischia di nascondere un elemento comune. Entrambi assumono che la produttività tecnologica continuerà a crescere. Ciò che cambia è il modo in cui questa crescita viene distribuita e governata.

Ed è proprio qui che la questione si fa più concreta. L’automazione, nelle sue forme attuali, non sta eliminando il lavoro; lo sta polarizzando. Da un lato, lavori altamente qualificati e ben remunerati legati alla progettazione, gestione e controllo delle tecnologie. Dall’altro, una vasta area di lavoro precario, frammentato, spesso invisibile, che sostiene l’infrastruttura digitale.

L’AI, lungi dal produrre automaticamente una società dell’abbondanza, sembra oggi amplificare questa biforcazione. Non si tratta più di chiedersi se l’automazione ridurrà il lavoro, ma di capire chi ne controllerà gli effetti. Chi avrà il potere di decidere che cosa significa, oggi, lavorare meno?

2. Chi possiede le macchine?

Se l’automazione genera ricchezza, la questione della proprietà diventa il nodo politico centrale del nostro tempo. Non riguarda soltanto chi detiene le infrastrutture, ma chi decide le condizioni di accesso, i criteri di distribuzione, le priorità di sviluppo. In altre parole, chi governa l’intelligenza artificiale.

Per Aaron Bastani, il capitalismo contemporaneo è sempre più incapace di gestire le potenzialità delle tecnologie che esso stesso ha prodotto. Il capitalismo funziona attraverso la scarsità, mentre le tecnologie digitali e automatizzate tendono a produrre abbondanza. Quando la produzione si avvicina a costi marginali prossimi allo zero - come accade per l’informazione, l’energia rinnovabile o alcune filiere automatizzate - il meccanismo dei prezzi entra in tensione con la realtà materiale della produzione.

In questo scarto si inserisce ciò che Bastani definisce scarsità artificiale. Non si tratta di una carenza reale di risorse, ma di una costruzione economica e giuridica che permette di mantenere valore e profitto anche in condizioni di abbondanza. Brevetti, diritti di proprietà intellettuale, piattaforme chiuse, modelli di accesso a pagamento sono, in questa prospettiva, strumenti per reintrodurre limiti dove la tecnologia li avrebbe già superati.

Da qui deriva la sua proposta. Se l’automazione e l’AI sono in grado di produrre ricchezza su larga scala, queste infrastrutture dovrebbero essere sottratte alla logica estrattiva e orientate verso finalità collettive. Non si tratta solo di nazionalizzare, ma di costruire forme di proprietà pubblica e gestione democratica che permettano di redistribuire i benefici dell’automazione attraverso servizi universali, accesso gratuito a beni essenziali e, in una fase intermedia, strumenti come il reddito di base. L’AI, in questa visione, tende a configurarsi come un’infrastruttura di base, paragonabile all’energia o all’acqua, e non come un semplice settore industriale.

Marc Andreessen si muove su un piano opposto, ma altrettanto coerente. La sua posizione parte da un presupposto diverso, l’innovazione tecnologica non è il risultato di un disegno collettivo, ma di un ecosistema competitivo fatto di investimenti, rischio e imprenditorialità. Le tecnologie emergono dove esiste la possibilità di profitto e di scalabilità. Intervenire troppo presto o troppo pesantemente su questo processo significa, nella sua prospettiva, rallentare o bloccare l’innovazione stessa.

Da qui l’insistenza sul ruolo delle startup e sull’idea di “Little Tech”. Andreessen contrappone implicitamente due livelli, da un lato le grandi piattaforme già consolidate, dall’altro una costellazione di piccole e medie imprese tecnologiche che rappresentano il laboratorio dell’innovazione. Proteggere questo ecosistema significa, per lui, garantire la dinamica stessa del progresso tecnologico. La regolazione, se eccessiva, rischia di favorire proprio i grandi attori già dominanti, congelando il mercato invece di aprirlo.

Il punto di divergenza non riguarda solo la proprietà, ma la funzione stessa della tecnologia. Per Bastani, l’AI è una infrastruttura che tende naturalmente a uscire dalla logica del mercato, perché l’abbondanza che produce entra in conflitto con il meccanismo dei prezzi. Per Andreessen, l’AI è invece una piattaforma industriale che deve essere continuamente sviluppata e raffinata attraverso il mercato, perché è proprio il mercato a generare innovazione.

Entrambi riconoscono che le tecnologie contemporanee concentrano potere. Bastani vede in questa concentrazione il problema principale; Andreessen la interpreta come una fase transitoria, correggibile attraverso nuova concorrenza e nuovi cicli di innovazione. In entrambi i casi, il tema non è se esista un potere tecnologico, ma come questo potere venga distribuito nel tempo.

3. Tecnologia e democrazia

Un altro nodo riguarda il rapporto tra tecnologia e democrazia. È uno strumento che produce progresso indipendentemente dal contesto politico, oppure è un’infrastruttura di potere che deve essere governata democraticamente?

Per Bastani, la tecnologia non può essere separata dai rapporti sociali che la producono e la controllano. La storia dell’innovazione non è una sequenza lineare di progressi, ma una successione di conflitti intorno alla proprietà e all’accesso alle infrastrutture produttive. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale rappresenta un punto di rottura. Non perché sia “più avanzata” delle tecnologie precedenti, ma perché concentra in modo inedito capacità cognitive, potere computazionale e valore economico.

Se queste infrastrutture restano nelle mani di pochi soggetti privati, il rischio non è semplicemente economico, ma politico. Si configura una forma di oligarchia digitale in cui chi controlla i modelli, i dati e la capacità di calcolo esercita una forma di sovranità di fatto. Non solo sulla produzione, ma anche sull’informazione, sulla conoscenza, sulle possibilità stesse di decisione collettiva. In questo senso, l’AI non è un settore industriale tra gli altri, ma una infrastruttura generale del potere contemporaneo.

Marc Andreessen propone una lettura quasi speculare. Nel Techno-Optimist Manifesto sostiene che la tecnologia sia la principale fonte di prosperità e progresso nella storia umana e che il suo sviluppo, soprattutto se guidato dal mercato, produca effetti complessivamente emancipatori. La tecnologia viene descritta come il fondamento della crescita economica, e quindi della stabilità e della forza delle democrazie liberali.

In questa visione, il mercato funziona come una “macchina di scoperta”, capace di coordinare conoscenze distribuite e di incentivare l’innovazione meglio di qualsiasi pianificazione centrale. La conseguenza è chiara, limitare o rallentare lo sviluppo tecnologico non significa solo intervenire su un settore economico, ma ostacolare il progresso umano nel suo complesso. Alcune formulazioni del manifesto arrivano a sostenere che ritardare l’AI possa avere costi umani diretti, perché impedisce soluzioni a problemi urgenti, dalla medicina all’energia.

Per Bastani, la tecnologia è sempre politica, perché inscritta in rapporti di proprietà e in regimi di distribuzione del potere. Ogni infrastruttura incorpora decisioni su chi può accedere e chi può decidere. Per Andreessen, la tecnologia tende invece a produrre libertà proprio attraverso la crescita e l’abbondanza che genera. La dimensione politica interviene dopo, come effetto della prosperità, non come condizione della sua produzione.

Le piattaforme digitali, i sistemi di intelligenza artificiale e le infrastrutture cloud sono ambienti in cui si organizzano relazioni sociali, economiche e politiche. Possiamo ancora immaginare una governance democratica delle infrastrutture tecnologiche globali, oppure il potere dell’AI è già strutturalmente oltre la portata della politica?

4. Capitalismo digitale o post-capitalismo?

Il confronto tra Bastani e Andreessen diventa più netto quando si entra nel cuore della questione economica, che cosa sta diventando il capitalismo nell’era dell’intelligenza artificiale?

Per Bastani, il capitalismo contemporaneo è strutturalmente in ritardo rispetto alle forze produttive che esso stesso ha contribuito a generare. Nel suo impianto teorico, il capitalismo resta ancorato a una logica di scarsità, basata sul prezzo e sulla proprietà privata, mentre le tecnologie digitali - dall’AI all’energia rinnovabile - aprono la possibilità di una condizione opposta, quella dell’abbondanza. La produzione di beni e servizi tende a costi marginali prossimi allo zero; la conoscenza è replicabile all’infinito; l’energia può essere distribuita su larga scala. In questo scenario, la scarsità non scompare, ma viene prodotta artificialmente da strutture economiche che hanno interesse a mantenerla. Le crisi che attraversano il sistema - disuguaglianza, crisi climatica, stagnazione salariale - sono sintomi di un modello incapace di gestire l’abbondanza che le tecnologie rendono possibile.

Marc Andreessen, al contrario, legge gli stessi fenomeni come la prova della vitalità del capitalismo. L’espansione del software, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale rappresenta una sua evoluzione più avanzata. Il capitalismo non è vincolato a una forma specifica; è una macchina adattiva che integra continuamente nuove tecnologie, trasformando settori, modelli di business e rapporti sociali.

In questa prospettiva, ciò che Bastani interpreta come “abbondanza bloccata” è, per Andreessen, un processo ancora in corso di espansione. Le piattaforme digitali, le startup e l’economia dell’innovazione non producono scarsità artificiale, ma nuove forme di valore, nuovi mercati, nuove opportunità. Il problema non è il capitalismo, ma semmai la sua insufficiente estensione o un eccesso di regolazione che ne limita il potenziale.

Bastani introduce una frattura storica, le tecnologie contemporanee rendono possibile superare il capitalismo perché ne dissolvono il presupposto fondamentale, la scarsità. Andreessen, invece, rifiuta l’idea stessa di una rottura, il capitalismo è precisamente il sistema capace di assorbire e valorizzare queste trasformazioni.

Entrambi riconoscono che l’economia digitale ha modificato radicalmente la natura del valore. La produzione non è più solo industriale, ma informazionale; il lavoro non è più soltanto fisico, ma cognitivo; il capitale non è più solo materiale, ma algoritmico. La differenza sta nella direzione che si attribuisce a questa trasformazione. Se le tecnologie rendono possibile l’abbondanza, quale istituzione sarà in grado di governarla senza trasformarla, ancora una volta, in una nuova forma di scarsità?

5. L’AI come infrastruttura del futuro

L’ultimo nodo riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale nel lungo periodo; non più come insieme di strumenti, ma come infrastruttura generale della produzione, della conoscenza e della decisione. In questo senso, l’AI non è semplicemente una tecnologia tra le altre, ma una piattaforma sistemica che tende a riorganizzare interi settori, quali energia, sanità, logistica, educazione, governance.

Per Bastani, la traiettoria tecnologica contemporanea apre per la prima volta la possibilità concreta di una economia post-scarsità. L’AI, insieme all’automazione e alle energie rinnovabili, consente di abbattere drasticamente i costi marginali di produzione, fino a rendere accessibili beni e servizi su scala universale. Non si tratta soltanto di maggiore efficienza; si tratta di una mutazione strutturale del rapporto tra produzione e valore. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale può diventare una infrastruttura pubblica globale, capace di coordinare sistemi complessi e di garantire accesso diffuso a risorse fondamentali.

La posta in gioco è la proprietà di questa infrastruttura. Se l’AI resta un asset privato, l’abbondanza tecnologica rischia di tradursi in una nuova forma di concentrazione della ricchezza. Se invece viene socializzata può diventare la base materiale per una redistribuzione radicale. In questo senso, Bastani sposta la questione dal piano tecnico a quello politico, non è l’AI in sé a produrre uguaglianza o disuguaglianza, ma il regime di proprietà e governance che la organizza.

Andreessen assume una posizione opposta, ma altrettanto radicale. Nel suo saggio AI Will Save the World e nel Techno-Optimist Manifesto, l’intelligenza artificiale viene descritta come la più potente tecnologia di general purpose mai sviluppata, capace di amplificare ogni attività umana, dall’educazione alla medicina, dalla ricerca scientifica alla produzione industriale.

In questa visione, l’AI non deve essere istituzionalizzata come infrastruttura pubblica, ma liberata come forza economica. Il suo valore risiede nella capacità di generare crescita, innovazione e nuove industrie. L’idea di fondo è che la diffusione competitiva delle tecnologie - attraverso mercato, startup, open source - produca benefici sistemici più efficaci di qualsiasi pianificazione centralizzata. Anche i rischi, secondo Andreessen, non si affrontano rallentando lo sviluppo, ma accelerandolo.

Esiste tuttavia una convergenza implicita, entrambi riconoscono che l’intelligenza artificiale non è un semplice settore economico, ma una tecnologia abilitante che ridefinisce l’intero sistema produttivo. In altre parole, entrambi assumono che il futuro dell’economia sarà organizzato attorno all’AI. Ciò che cambia è il modo in cui questo futuro viene politicamente immaginato.

Nel modello di Bastani, l’AI coordina sistemi complessi per ridurre le disuguaglianze e garantire accesso universale, in quello di Andreessen, l’AI amplifica le capacità individuali e collettive attraverso il mercato, generando crescita e nuove opportunità. Se l’intelligenza diventa una infrastruttura chi ne definisce le regole? Chi stabilisce le priorità, i criteri di allocazione, i limiti? E soprattutto, quale forma di legittimità può governare una infrastruttura che, per la prima volta nella storia, interviene direttamente nei processi decisionali?

Brevi biografie

Aaron Bastani (1984) commentatore politico, giornalista e autore britannico, è tra le figure più riconoscibili della nuova sinistra mediatica europea. Cofondatore nel 2011 di Novara Media, piattaforma nata all’interno dei movimenti contro l’austerità e poi divenuta uno dei principali canali di informazione politica alternativa nel Regno Unito, Bastani ha costruito il proprio profilo pubblico all’incrocio tra attivismo, teoria politica e comunicazione digitale.

La sua riflessione si colloca nel solco di una tradizione marxista aggiornata alla condizione tecnologica contemporanea. Il concetto di “comunismo di lusso completamente automatizzato” non nasce come semplice provocazione teorica, ma come tentativo di riformulare l’immaginario socialista alla luce delle trasformazioni prodotte da automazione, energia rinnovabile e infrastrutture digitali. L’idea centrale è che il capitalismo non sia più necessario a garantire la produzione di ricchezza, e che le tecnologie già disponibili rendano possibile una società fondata sull’abbondanza e sulla riduzione drastica del lavoro umano.

Il suo libro Fully Automated Luxury Communism (Verso, 2019) rappresenta la sistematizzazione più compiuta di questa visione. In esso Bastani intreccia riferimenti a Marx, Keynes e alle più recenti trasformazioni tecnologiche, proponendo una traiettoria politica che combina proprietà pubblica delle infrastrutture, servizi universali e redistribuzione. Parallelamente, la sua attività mediatica mantiene una forte dimensione polemica e interventista, spesso orientata a criticare tanto il neoliberismo quanto le forme più moderate del riformismo contemporaneo.

Profilo https://novaramedia.com  

Marc Andreessen (1971) imprenditore, ingegnere del software e investitore statunitense, è una delle figure centrali nella storia economica e culturale di Internet. Divenuto noto negli anni Novanta come coautore del browser Mosaic, il primo strumento che rese il web accessibile a un pubblico di massa, è poi cofondatore di Netscape, la cui rapida espansione ha segnato l’inizio della commercializzazione globale della rete.

Dopo la fase pionieristica del web, Andreessen ha progressivamente spostato il proprio ruolo verso il venture capital, fondando nel 2009 Andreessen Horowitz (a16z), una delle società di investimento più influenti della Silicon Valley. Attraverso questa piattaforma ha contribuito a finanziare e orientare lo sviluppo di interi settori tecnologici, dalle piattaforme social all’intelligenza artificiale.

Sul piano teorico, Andreessen rappresenta una delle voci più esplicite del cosiddetto techno-ottimismo contemporaneo. Il suo saggio Why Software Is Eating the World (2011) è diventato una delle formulazioni più citate dell’idea che il software stia trasformando ogni ambito dell’economia. Più recentemente, testi come AI Will Save the World e il Techno-Optimist Manifesto delineano una visione in cui l’innovazione tecnologica non è solo motore economico, ma anche forza civilizzatrice, capace di risolvere problemi strutturali come la scarsità, la stagnazione e persino le crisi politiche.

Andreessen non mette in discussione il capitalismo, ma ne radicalizza la logica, immaginando un futuro in cui crescita tecnologica, imprenditorialità e mercati globali restano i principali strumenti di organizzazione sociale. La sua posizione lo colloca al centro del dibattito contemporaneo sul rapporto tra tecnologia, potere economico e democrazia, in un momento in cui le infrastrutture digitali tendono a concentrarsi nelle mani di pochi attori privati.

Profilo ufficiale https://a16z.com/author/marc-andreessen


POV nasce dall’idea di mettere a confronto due autori viventi, provenienti da ambiti diversi - filosofia, tecnologia, arte, politica - che esprimono posizioni divergenti o complementari su un tema specifico legato all’intelligenza artificiale.

Si tratta di autori che ho letto e approfondito, di cui ho caricato i testi in PDF su NotebookLM. A partire da queste fonti ho costruito una scaletta di argomenti e, con l’ausilio di GPT, ho sviluppato un confronto articolato in forma di articolo.

L’obiettivo non è giungere a una sintesi, ma realizzare una messa a fuoco tematica, far emergere i nodi conflittuali, perché è proprio nella differenza delle visioni che nascono nuove domande e strumenti utili a orientare la nostra ricerca di senso.

 

Pubblicato il 19 marzo 2026

Carlo Augusto Bachschmidt

Carlo Augusto Bachschmidt / Architect | Director | Image-Video Forensic Consultant

https://independent.academia.edu/CABachschmidt