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C'è una domanda che questa riforma costituzionale non vuole che tu faccia. Non è una domanda difficile. È anzi la più semplice possibile, quella che qualunque persona ragionevole farebbe davanti a qualunque proposta di cambiamento: chi ci guadagna? Non chi guadagna in astratto, non il sistema, non i cittadini, non la democrazia. Chi, concretamente, con nome e cognome e fascicolo aperto sul tavolo di qualche procura italiana, guadagna dal fatto che i magistrati abbiano meno potere. Rispondere a questa domanda non richiede competenze giuridiche. Richiede solo la volontà di guardare dove la riforma indica di non guardare.


In Sicilia, quando un uomo potente vuole qualcosa che non gli appartiene, non lo prende con la forza. Lo fa chiedere a qualcun altro. Preferibilmente a qualcuno che non sa di stare chiedendo.

Questa è, nella sua sostanza, la riforma costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025.

Il meccanismo è antico. Ha la semplicità delle cose che funzionano da secoli. Si individua una patologia reale, la si descrive con accuratezza, si propone una cura. La cura non guarisce la patologia. Guarisce, con discrezione, chi ha proposto la cura.

La magistratura italiana ha i suoi mali, conclamati, documentati, difficili da difendere. Il CSM ha dimostrato negli anni una capacità di autogestione corporativa che avrebbe fatto invidia a qualunque corporazione medioevale. Tutto vero. Tutto noto. Tutto inutile ai fini della comprensione di questa riforma, che di quei mali non si occupa affatto.

Questa riforma si occupa di altro.

Istituisce un organo, l'Alta Corte disciplinare, incaricato di giudicare i magistrati italiani, giudicanti e requirenti. I suoi componenti vengono scelti, in parte, da liste che compila il Parlamento. Il Parlamento è composto da persone che hanno, alcune di loro, procedimenti penali aperti. Che hanno, tutte loro, un interesse strutturale a condizionare il comportamento di chi indaga sui reati dei potenti.

Non si tratta di una coincidenza. In Sicilia le coincidenze di questa natura hanno un altro nome. Ma siamo a Roma, e a Roma si preferisce il linguaggio tecnico. Si chiama riforma costituzionale.

Si cita l'Europa. Si cita sempre l'Europa, in Italia, quando si vuole fare una cosa che l'Europa non ha fatto. In Francia le carriere sono unite come in Italia, con la differenza che il pubblico ministero francese può essere trasferito dal ministro della giustizia contro la propria volontà. In Germania le carriere sono separate, con la differenza che il pubblico ministero tedesco risponde gerarchicamente all'esecutivo. Il modello europeo che viene invocato a sostegno della riforma è un modello in cui il magistrato requirente risponde, in qualche misura e in qualche forma, al potere politico. Questo, in Italia, non accade. Questa riforma avvicina l'Italia a quel modello.

Chi ha scritto la riforma ha procedimenti penali aperti.

Scrivo questa frase da sola, separata dalle altre, perché merita di essere letta senza distrazioni. Chi ha scritto la riforma ha procedimenti penali aperti. I suoi alleati hanno procedimenti penali aperti. La riforma riduce il potere di chi li indaga.

Uno scrittore siciliano del secolo scorso avrebbe chiamato tutto questo con il suo nome. Avrebbe usato una parola di quattro sillabe che in italiano suona ancora come una sentenza. Preferisco non scriverla. Il lettore che ha seguito il ragionamento fin qui la conosce già. Il lettore che non la conosce non cambierebbe il proprio voto per una parola.

Il 22 e 23 marzo si vota.

Chi vota Sì sa quello che fa, o non sa quello che fa. Nel primo caso è complice. Nel secondo è utile. In entrambi i casi il risultato, per chi ha scritto la riforma, è identico.

Chi vota No compie un gesto che l'Italia, nella sua storia, ha compiuto raramente: nega al potere la legittimazione che il potere chiede.

È un gesto modesto. Probabilmente insufficiente. Certamente necessario.

Letture. Per chi non si fida delle spiegazioni altrui.

Leonardo Sciascia, Il contesto. Una parodia, Adelphi, 2006, ISBN 978-8845920585.

È il romanzo in cui Sciascia ha scritto, cinquant'anni fa, esattamente quello che questo articolo cerca di dire. Un paese innominato, una successione di omicidi politici, un potere che "sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa." Il poliziotto che indaga capisce, alla fine, che il sistema non può essere riformato dall'interno perché il sistema è fatto apposta per non essere riformato. Chi legge questo romanzo dopo aver letto questo articolo capirà che non è cambiato niente. Chi lo legge prima capirà che non cambierà niente.

Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite. Legge, diritti, giustizia, Einaudi, nuova edizione 2024, ISBN 978-8806263522.

Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale, spiega con rigore e chiarezza perché una costituzione non è una legge ordinaria, perché i suoi principi non possono essere ridotti a strumenti di parte, e perché la separazione tra chi fa le leggi e chi le applica è la condizione minima di qualunque democrazia funzionante. La nuova edizione contiene un'introduzione in cui l'autore risponde alle critiche ricevute in trent'anni: è essa stessa un documento politico di grande lucidità, e vale la lettura indipendentemente dal referendum.

Leonardo Sciascia, Todo modo, Adelphi, ISBN 978-8845903786.

Scritto nel 1974, è il romanzo più feroce che Sciascia abbia scritto, quello che gli costò più nemici, e quello che nel 2026 sembra scritto ieri. Un pittore assiste, in un convento dove si tengono esercizi spirituali per politici di potere, a una serie di omicidi che nessuno ha interesse a risolvere. La frase finale vale da sola il prezzo del libro. Non la anticipo.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 15 marzo 2026

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / etiam capillus unus habet umbram suam