«Concedetemi una sola estate, o Potenti, e un autunno per il canto maturo, affinché, sazio del dolce gioco, più volentieri il cuore mi muoia.» Friedrich Hölderlin, Alle Parche¹
C'è un nome, sepolto sotto i calendari e le abitudini, che quasi nessuno pronuncia più quando dice maggio. Eppure è lì, all'origine: Maia, figlia di Atlante e di Pleione, la più bella e la più schiva delle Pleiadi, colei che generò Ermes unendosi a Zeus in una grotta del monte Cillene. Ovidio le dedicò il quinto libro dei Fasti, legando il suo nome al mese in cui la terra si apre e tutto ciò che era rimasto chiuso nel buio invernale torna alla luce². Maia è la fioritura, il ritorno, la promessa mantenuta della primavera.
Ma per chi ha amato il motorsport — e amarlo significa averne portato il lutto — maggio è il mese in cui i fiori si posano sulle bare.
Non è un caso isolato, non è una coincidenza che si possa archiviare con un'alzata di spalle. È una costellazione funebre che attraversa i decenni, le discipline, i continenti: un filo rosso che lega la polvere di Guidizzolo al fuoco di Montecarlo, le curve della Corsica al rettilineo del Paul Ricard, le Madonie ai traversi di Zolder, la Curva Grande di Monza alla Tamburello di Imola. Il mese di Maia, il mese in cui tutto fiorisce, è il mese in cui il motorsport ha sepolto i suoi figli più luminosi. E forse è proprio questo il paradosso che chiede di essere pensato, prima ancora che raccontato: perché la morte sceglie il mese della vita?
I Greci non si sarebbero stupiti. Per loro non esisteva contraddizione tra la fioritura e la caduta, tra lo splendore e la fine. Anzi: era nel punto di massimo splendore che il destino colpiva, perché gli dèi non tolleravano che un mortale si avvicinasse troppo alla loro luce senza pagarne il prezzo. Lo sapeva Achille, figlio di Teti, a cui la madre aveva rivelato le due sorti tra cui scegliere: tornare a Ftia e vivere a lungo, nell'oscurità di una vita senza nome, oppure restare a Troia, morire giovane e conquistare il kleos aphthiton, la gloria che non perisce³. Achille scelse Troia. Non per incoscienza, non per hybris, ma perché quella era la sola vita che riconosceva come propria.
Ogni uomo che è salito su un'auto o una moto da corsa e non ne è più sceso ha compiuto, consapevole o meno, la scelta di Achille.
La conta dei nomi è lunga, e il pudore vorrebbe che si facesse in silenzio. Ma il silenzio è il lusso di chi dimentica, e dimenticare questi uomini sarebbe tradirli due volte: la prima volta li ha traditi il destino, la seconda la tocca a noi se scegliamo di non pronunciarne più il nome.
Si comincia, in questo viaggio a ritroso nella notte di maggio, con la polvere e il sole della pianura padana. Il 12 maggio 1957, la Mille Miglia — la più folle e la più bella delle corse su strada, mille miglia da Brescia a Roma e ritorno, inventata nel 1927 e da allora entrata nel sangue dell'Italia come una febbre — stava vivendo le sue ultime ore senza saperlo. Alfonso de Portago, marchese spagnolo, aristocratico e sportivo, avventuriero per vocazione e pilota per passione, correva sulla sua Ferrari verso Brescia quando, nei pressi di Guidizzolo, uno pneumatico cedette. La vettura si sollevò dalla strada come un animale ferito e si abbatté sulla folla. Morirono il marchese, il suo navigatore Edmund Nelson e nove spettatori, tra cui cinque bambini. L'Italia si svegliò il giorno dopo con un lutto che non ammetteva appelli: la Mille Miglia non si sarebbe più disputata. Trent'anni di storia, di Nuvolari che guidava accecato dai fari nella notte emiliana, di Moss e Jenkinson con le note scritte su un rotolo, finirono in un pomeriggio di maggio su una strada di campagna del mantovano.
Dieci anni dopo, un altro maggio, un altro fuoco. Lorenzo Bandini, fiorentino trapiantato a Milano, uno dei piloti più amati del Circus, stava inseguendo la vittoria al Gran Premio di Monaco del 1967 quando al chicane la sua Ferrari si impennò e prese fuoco. Le fiamme lo avvolsero per secondi interminabili, davanti alle telecamere, davanti al mondo. Morì tre giorni dopo, il 10 maggio, a trentuno anni. Bandini non era il più veloce, non era il più dotato, ma era il più generoso: quello che dava tutto, ogni volta, senza riserva. I meccanici lo adoravano. I tifosi lo piangono ancora.
Poi venne Monza, e il motociclismo imparò che nemmeno i suoi templi erano al riparo dal fuoco di maggio. Il 20 maggio 1973 — oggi, mentre queste parole vengono scritte, ne ricorrono cinquantatré anni — il Gran Premio delle Nazioni ospitava la gara della classe 250. Renzo Pasolini, romagnolo di Rimini, e Jarno Saarinen, finlandese di Turku, erano i due volti di una stagione magnifica: l'italiano tutto cuore e mestiere, il nordico freddo e implacabile che stava dominando il campionato come pochi prima di lui. Alla Curva Grande, l'Aermacchi di Pasolini scivolò e innescò una carambola. Saarinen, che sopraggiungeva, non poté evitare nulla. Morirono entrambi, insieme, nella stessa curva, nello stesso istante. Monza, che per il motociclismo era stata cattedrale, divenne sepolcro: non ospitò più il Gran Premio per anni, e quando lo rifece, fu su un tracciato mutilato, addomesticato, diverso. Ma Pasolini e Saarinen erano già altrove.
Quattro anni dopo, il 15 maggio 1977, toccò alla Targa Florio. La Cursa, come la chiamavano i siciliani: la corsa più antica del mondo, fondata nel 1906 da Vincenzo Florio, settantuno edizioni sulle strade delle Madonie tra muretti a secco e strapiombi sul mare. Quel giorno, al quinto giro sul rettilineo di Buonfornello, un'Osella priva del cofano posteriore perse il controllo e finì sulla folla. Due spettatori morirono. La gara fu sospesa e non tornò mai più nella forma in cui era stata concepita. Da allora la Targa è un rally, dignitoso e rispettato, ma chi l'ha conosciuta prima sa che è un'altra cosa, come sa che è un'altra cosa un fiume che hanno costretto in un canale.
E poi Gilles. Gilles Villeneuve, l'8 maggio 1982, a Zolder, durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio. C'è chi dice che non si dovrebbe mitizzare un pilota, che il mito è una costruzione sentimentale che tradisce la realtà. Chi dice questo non ha mai visto correre Villeneuve. Gilles non guidava: combatteva, corpo a corpo, con la macchina, con la pista, con la fisica stessa. Qualcuno la chiamò febbre, quell'ardore che accendeva nel pubblico, e la parola era giusta, perché la febbre brucia e non si controlla. A Zolder, la sua Ferrari 126 C2 toccò la March più lenta di Jochen Mass e si sollevò in volo, ruotando su se stessa, catapultando il pilota fuori dall'abitacolo. Aveva trentadue anni. Due figli. Una moglie che lo aspettava. Una lite mai risolta con Pironi. Una vita che non bastava a contenere tutto ciò che Gilles ci aveva messo dentro.
Vennero poi gli anni più neri, quelli che il calendario concentra con una crudeltà che pare voluta. Il 2 maggio 1985, al Tour de Corse, Attilio Bettega morì sulla sua Lancia 037 quando la vettura uscì di strada durante una speciale. Un anno dopo, lo stesso giorno — il 2 maggio 1986, sulla stessa isola, nella stessa corsa — Henri Toivonen e Sergio Cresto non fecero più ritorno dalla speciale numero 18 della loro Lancia Delta S4. Il fuoco, ancora il fuoco, sempre il fuoco. La vettura uscì di strada alla curva del settimo chilometro e s'incendiò all'istante. Biasion e Siviero, i loro compagni di squadra in partenza un minuto dopo, videro salire il fumo nero e capirono ciò che in un primo momento non avevano voluto nemmeno pensare.
Di Cresto si racconta un dettaglio che gela il sangue e insieme lo scalda: pochi giorni prima, in un bar, aveva improvvisato il suo testamento su un tovagliolo. Poche righe: ringraziava i genitori per avergli permesso di fare ciò che amava e chiedeva loro perdono per il dolore che avrebbe causato. Una premonizione, o forse soltanto la lucidità di chi sa — come sapeva Achille, come sapevano tutti gli eroi greci — che la scelta della gloria porta con sé il suo prezzo, e che quel prezzo va onorato guardandolo in faccia.
Due settimane dopo, il 15 maggio 1986, Elio De Angelis moriva all'ospedale di Marsiglia. Si era schiantato il giorno prima al Paul Ricard, durante un test privato: l'ala posteriore della sua Brabham BT55 — la sogliola, come la chiamavano per la sua forma audacemente ribassata — si era staccata senza preavviso. La vettura si era cappottata e aveva preso fuoco con il pilota intrappolato sotto di essa. I soccorsi, inadeguati perché si trattava di un test e non di una gara, arrivarono con colpevole ritardo. Prost provò a lanciarsi tra le fiamme. Non servì.
De Angelis aveva ventotto anni, mani da pianista, modi da gentiluomo romano. Avrebbe potuto essere qualunque cosa — la famiglia lo avrebbe permesso — e aveva scelto di essere pilota. Aveva convinto Patrese, il suo compagno alla Brabham, a cedergli il posto a quel test: Riccardo avrebbe dovuto esserci, Elio lo convinse che aveva bisogno lui di quei chilometri per trovare il feeling con quella macchina impossibile. Fu un bivio del destino, di quelli che tormentano chi resta.
Otto anni di silenzio, poi il primo maggio 1994. Imola. La Tamburello. Ayrton Senna, trentaquattro anni, tre titoli mondiali, sessantacinque pole position, quarantuno vittorie, la Williams Renault FW16 che tanto aveva voluto per tornare a vincere. Il giorno prima era morto Roland Ratzenberger. Senna aveva pianto, aveva dubitato, aveva considerato — pare — di non correre. Poi era salito in macchina. Come Achille, che sapeva e andò comunque. Come Ettore, che vide la propria morte negli occhi di Achille e non fuggì. Alle 14:17 la Williams uscì di traiettoria alla Tamburello. Il resto appartiene alla storia, al dolore, e al silenzio che scese su Imola e non se ne andò più.
C'è un concetto, nella Poetica di Aristotele, che illumina ciò che questi uomini e queste date hanno in comune al di là della cronaca: si chiama peripeteia, il rovesciamento, il momento in cui l'azione muta nel suo contrario⁴. Per Aristotele la peripeteia non è semplicemente un colpo di scena: è il cardine della tragedia, l'istante in cui il destino dell'eroe trascina con sé l'ordine del mondo.
Guardando il maggio del motorsport con gli occhi di Aristotele, si vede con chiarezza: nessuno di questi uomini è morto soltanto per sé. La morte di De Portago uccise la Mille Miglia. La morte degli spettatori a Buonfornello uccise la Targa Florio. La morte di Toivonen e Cresto uccise le Gruppo B, quelle vetture che chiamavano Mostri perché erano mostruosamente belle e mostruosamente letali. La morte di Pasolini e Saarinen uccise il motociclismo a Monza. La morte di Senna — che non fu la prima a Imola quel fine settimana, perché Ratzenberger era caduto il sabato e Barrichello era miracolosamente sopravvissuto al venerdì — uccise un'intera idea di Formula 1, quella in cui la morte del pilota era un rischio accettato come il vento o la pioggia.
Ogni volta, la caduta dell'eroe ha prodotto un rovesciamento. Dopo ciascuno di questi uomini, qualcosa è cambiato per sempre: le corse su strada sono state abolite, i tracciati modificati, le vetture rallentate, le norme di sicurezza riscritte. Il progresso della sicurezza nel motorsport, che oggi consente ai piloti di uscire quasi illesi da impatti a trecento chilometri orari, è letteralmente costruito sui corpi di chi non è sopravvissuto. Hölderlin scrisse nel Patmos: «Ma dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva»⁵. Mai una sentenza fu più vera e più amara.
Pindaro, il poeta tebano che nel quinto secolo avanti Cristo celebrava i vincitori dei giochi panellenici, aveva intuito qualcosa che il motorsport conferma con una precisione quasi insopportabile. Nelle Nemee, Pindaro scrisse: «Una è la stirpe degli uomini, una quella degli dèi; da una sola madre traiamo entrambi il respiro. Ma una potenza in tutto diversa ci separa»⁶. L'atleta, per Pindaro, era colui che nell'istante della vittoria colmava per un attimo quell'abisso — il mortale che toccava il divino con la punta delle dita. Non diventava dio: restava uomo, e proprio per questo la sua impresa era sacra. Perché era fragile, perché era temporanea, perché poteva spezzarsi.
Ogni volta che un pilota entrava in una curva al limite dell'aderenza, ogni volta che una Gruppo B prendeva un traverso su uno sterrato corso con il piede a tavoletta, ogni volta che una moto da Gran Premio si piegava fino a sfiorare l'asfalto con il ginocchio, accadeva ciò che Pindaro celebrava: un essere mortale si avvicinava a una perfezione che non gli apparteneva. E quando il limite veniva superato — non per colpa, non per errore, ma perché il limite è nella natura stessa del mortale — la caduta non era un fallimento. Era il prezzo della prossimità al divino.
È per questo che li chiamiamo eroi, questi ragazzi morti di maggio, e non è retorica. L'eroe greco non è il supereroe contemporaneo, invulnerabile e onnipotente: è esattamente il contrario. L'eroe è colui che sa di essere mortale e agisce come se non lo fosse, non per dimenticanza, ma per scelta. De Portago, Bandini, Pasolini, Saarinen, Villeneuve, Bettega, Toivonen, Cresto, De Angelis, Senna: nessuno di loro ignorava la morte. Le avevano vista in faccia, l'avevano sfiorata, l'avevano guardata negli occhi di un compagno che non era tornato ai box. E il giorno dopo erano saliti di nuovo in macchina. Come Achille. Come Ettore. Come i corridori di bighe che Pindaro celebrava sapendo che alcuni non sarebbero tornati.
C'è infine un pensiero che Hölderlin affidò alle Parche — le Moire greche, le filatrici del destino — e che ho scelto come epigrafe perché mi pare contenga, in quattro versi, l'intera filosofia di questi uomini. «Concedetemi una sola estate», dice il poeta. Non chiede l'eternità. Non chiede l'invulnerabilità. Chiede una estate, un autunno, il tempo sufficiente per compiere il suo canto, e dopo, che venga pure la morte: verrà più volentieri il cuore, dice, perché sarà sazio del dolce gioco.
Gilles Villeneuve ebbe sei vittorie e trentadue anni. Elio De Angelis ne ebbe due e ventotto. Saarinen stava dominando il mondiale a ventisette. Cresto non ne aveva ancora compiuti trenta quando scrisse il suo testamento su un tovagliolo. Senna ne ebbe quarantuno di vittorie e trentaquattro di vita. Nessuno di loro ebbe l'autunno. Ma tutti ebbero la loro estate — breve, furiosa, incandescente — e la vissero con un'intensità che noi, che restiamo, possiamo solo tentare di comprendere.
Maggio torna, ogni anno, con i suoi fiori. Maia, la dea che gli dà il nome, continua a far germogliare la terra. I circuiti girano, i rally partono, le moto si piegano in curva. E noi, che restiamo, pronunciamo i loro nomi. Non per nostalgia, non per feticismo del passato: perché pronunciare il nome di un eroe, nel mondo greco, significava mantenerlo in vita. Il kleos — la gloria — non era un concetto astratto: era suono, era voce, era il nome ripetuto di bocca in bocca attraverso le generazioni. Finché qualcuno dirà Gilles, finché qualcuno dirà Ayrton, finché qualcuno dirà Elio, Henri, Renzo, Jarno, il kleos non perirà.
Figli di Maia. Nati nel mese della fioritura, caduti nel mese della fioritura. Come l'Achille di Omero, scelsero la vita breve e luminosa. Come gli atleti di Pindaro, toccarono il divino con mani mortali. Come il poeta di Hölderlin, non chiesero l'eternità: chiesero una sola estate, e la bruciarono tutta.
Note
¹ F. Hölderlin, An die Parzen (Alle Parche), 1798. Traduzione italiana in L. Reitani (a cura di), Tutte le liriche, Mondadori, Milano, 2001. I quattro versi dell'epigrafe costituiscono la prima strofe dell'ode alcaica composta a Francoforte, in cui il poeta chiede alle Moire il tempo necessario per portare a compimento il proprio canto, accettando poi la morte con animo sereno.
² Ovidio, Fasti, V, 81–106. Ovidio presenta due etimologie concorrenti per il mese di maggio: una lo riconduce a Maia, madre di Mercurio, l'altra ai maiores, gli anziani. La prima è quella che ha prevalso nella tradizione.
³ Omero, Iliade, IX, 410–416. Achille riferisce le parole della madre Teti sulle due keres (sorti): «Se resto qui a combattere intorno alla città di Troia, il ritorno è perduto ma la mia gloria sarà imperitura; se torno a casa, nella cara terra dei padri, la nobile gloria è perduta, ma lunga sarà la mia vita.» Testo greco ed. critica: M.L. West (a cura di), Homeri Ilias, Teubner, Stuttgart-Leipzig, 1998–2000.
⁴ Aristotele, Poetica, 1452a 22–29. La peripeteia è definita come «il mutamento delle azioni nel loro contrario» (ἡ εἰς τὸ ἐναντίον τῶν πραττομένων μεταβολή). Aristotele la considera, insieme all'anagnorisis (riconoscimento), l'elemento fondante della tragedia complessa.
⁵ F. Hölderlin, Patmos, 1803, vv. 1–2: «Wo aber Gefahr ist, wächst / Das Rettende auch.» L'inno, dedicato al Langravio di Homburg, è tra le composizioni più alte del periodo tardo di Hölderlin. Per il testo critico: D.E. Sattler (a cura di), Sämtliche Werke. Frankfurter Ausgabe, Stroemfeld/Roter Stern, Frankfurt a.M., 1975–2008.
⁶ Pindaro, Nemea VI, 1–4. Il testo greco stabilisce il paradosso fondamentale dell'antropologia pindarica: uomini e dèi condividono l'origine (la Terra, o secondo altre letture la stessa madre), ma una «potenza in tutto diversa» (διακρίνει δὲ πᾶσα κεκριμένα δύναμις) li separa. L'atleta vincitore è colui che, nel kairos della competizione, riduce per un istante quella distanza. Ed. critica: B. Snell e H. Maehler (a cura di), Pindari Carmina cum Fragmentis, Teubner, Leipzig, 1987.