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Una riflessione in chiave poetica sul telefonino e sul ruolo sempre più invasivo e onnipresente che sta assumendo nella nostra vita

 

LA COPERTA DI LINUS

Se la preghiera e le mani al Cielo

levate erano il pane quotidiano

dell’uomo di ieri che ogni cosa

faceva discendere da lassù,

fonte di vera luce e verità,

 

oggi in basso il nostro sguardo è volto:

a quell’appendice universale

e novissima delle nostre mani,

dispensatrice di ogni fortuna,

di ogni meraviglia e di ogni beltà.

 

Fonte di vita e di consolazione

coperta di Linus inseparabile

unico vero Moloch sul cui altare

è cosa buona e giusta immolare

ogni uman sacrificio e crudeltà.

 

E’ solo per mezzo suo che il mondo

viene a noi e noi siamo in tutto mondo

e alimentiamo la vacua illusione

dell’infinita comunicazione

e di un sogno insano di eternità.

 


 

Chi tra noi ha qualche anno in più, ha letto sicuramente la rivista “Peanuts” e le sue strisce di fumetti, ed ha in mente i personaggi iconici creati da Charles Schultz, tra cui Charlie Brown e Linus Van Pelt. Linus in particolare nelle strisce era contraddistinto dalla sua inseparabile coperta che porta sempre con sé e dal dito pollice in bocca, segni inconfondibili di insicurezza e di ricerca di conforto e calore materno.

Ebbene, oggi il telefono cellulare, secondo il poeta, è la nostra coperta di Linus, svolge le medesime funzioni della celebre coperta dei “Peanuts”.

Ma il cellulare non è solo un oggetto che ci dà conforto, che ci regala quella sicurezza apparente che abbiamo perso, in un mondo sempre più carico di continue novità con cui fatichiamo a stare al passo e di incognite inquietanti che avvolgono minacciose la nostra vita e il nostro cammino.

Il cellulare è diventato un vero e proprio “moloch”, oggetto di idolatria e di venerazione, “sul cui altare è cosa buona e giusta immolare ogni uman sacrificio e crudeltà”, per cui il cellulare è diventato di gran lunga più importante degli esseri umani in carne e ossa, e tra cellulare ed esseri umani la partita è impari e ormai persa in modo secco a favore del cellulare.

Ma la cosa ancora più inquietante, secondo il poeta, è che “solo per mezzo suo il mondo viene a noi”: ci nutriamo delle rappresentazioni di mondo che questo strumento ci offre, convinti della loro veridicità e convinti di poter abbracciare grazie ad esso tutto il mondo, perdendo completamente di vista il mondo reale. Le cose, la natura, le persone, i contatti fisici diventano così per noi il superfluo, l’inessenziale: anticaglie, reperti archeologici di un passato che vogliamo lasciarci in fretta alle spalle, tutti proiettati verso un futuro incalzante e velocissimo, come un treno che non vogliamo perdere e che tentiamo di afferrare in corsa per restare al passo con i tempi. Da qui nasce l’illusione di essere noi “in tutto mondo”, di riuscire a realizzare quel sogno di onnipresenza, di onniscienza e perciò anche di onnipotenza che sono attributi del divino: ci sentiamo davvero come degli dei, in contatto perenne con tutti, in comunicazione permanente con l’universo mondo, cullando “un sogno insano di eternità”. In realtà ciò che comunichiamo con i nostri twitt, con i nostri cinguettii è il nulla, il vuoto delle nostre vite ormai disincarnate e slegate dalla vita vera.

Oggi le nostre mani non servono più a stringere altre mani, ma ad impugnare, come un’arma impropria, quell’oggetto di culto che è diventato schermo insuperabile tra noi e gli altri esseri umani, barriera fisica che ci allontana dal mondo reale e ci lascia più soli e indifesi di quanto noi crediamo: in balia di un mondo virtuale in cui crediamo di saper “fare surfing” con qualche abile tocco dello schermo, ma che in realtà ci travolge e ci sommerge con le sue onde possenti negli abissi del cyberspazio.


                                                                                                                       

Pubblicato il 19 maggio 2026

Vinicio Bernardi

Vinicio Bernardi / Professore di filosofia