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Il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -che vuol dire ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce. Il senso del futuro è infatti questo: 'ciò che potrà essere se sapremo fare in modo che sia'.

Il greco physis è tradotto in latino natura, con una certa ragione, se ricordiamo che natura deriva da natus -così come statura, idea astratta delle ‘stare’, deriva da status-. Ma il senso del greco è ampio, e forse per noi -ormai troppo lontani da quella visione del mondo- inafferrabile: physis è ‘in crescita’; in senso più ampio è più profondo è conoscenza primaria e intuitiva dell’essere: il cielo, la terra, le pietre, le piante e gli animali, l’uomo e la storia, sono frutto dell’agire di uomini e dei, e quindi destino. 

Con sfumature e percorsi diversi, il concetto si sviluppa in altre culture. In sanscrito bhava è ‘divenire’, ‘essere’, ‘esistere’, ‘accadere’; ‘modo di essere, di agire, di sentire’, 

‘amore’, ‘devozione verso Dio’. Il persiano budan è -ancora- ‘essere’.

In origine sta la radice indeuropea bheu -‘crescere’, ‘nascere’, ‘diventare’. E quindi ‘essere’, e  ‘abitare’.

In area germanica la radice si evolve in bu. Da qui, un senso di ‘abitare’. Da cui, in inglese, build, ‘costruire’; booth, ‘cabina’; bower, ‘alcova’, ‘pergolato’. Ma sopratutto l’ampio senso dell’‘essere’: ecco così in tedesco la prima e seconda persona singolare, bin e bist. E in russo byt, ‘essere’, ‘vita quotidiana’. E in inglese be.

In latino la radice  bheu è fonte di fuo, antico verbo che poi -nel senso di ‘io sono’- è stato sostituito da sum. Futurus, è participio futuro di  fuo. A differenza di altre lingue, in italiano il participio futuro non esiste. Per averne l’idea, dobbiamo ricordare parole che sono versioni italiane di participi futuri latini: nascituro: ‘che nascerà’; venturo: ‘che verrà. Futurus significa quindi: ‘che sarà’, ‘che è per essere’. 

Osserviamo il verbo latino esse spezzato in due. La radice indoeuropea es- parla di 'essere', di 'esistenza in un determinato stato'. E' un verbo che guarda il presente. E' incapace di parlare della passato e del futuro. L'incapacità del verbo essere di guardare indietro e avanti, lontano dal presente, apre lo spazio per le forme derivate dalla radice bheu: fui, 'sono stato', fui; e, come visto, futurus.

I latini distinguevano: facta e futura. Facta: ciò che è compiuto, realizzato, ciò che ha ormai preso una forma inalterabile. Ciò che ormai è scritto sui libri contabili. Ciò che ormai è dato. Possiamo oggi dire che i facta sono i dati.

Il senso del futuro è dunque questo: 'ciò che potrà essere se sapremo fare in modo che sia'.

Futura, ciò che deve ancora accadere, e quindi il tempo sul quale possiamo incidere. O sul quale possiamo scommettere, come accade con i futures, contratti che implicano una scommessa: indovinare il valore che avrà un bene, in un certo giorno avvenire.

Ma non solo la finanza riguarda il futuro. Altrettanto possiamo dire del lavoro, degli affari, dell’impresa, dell’azienda. Le azioni possibili sono nuove azioni. Ciò che possiamo fare è fare ciò che non abbiamo ancora fatto. 

A ben vedere, il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -in origine ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce.

Pubblicato il 04 febbraio 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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