Gli 'esperti di macchine' pretendono di insegnare agli umani chi sono gli umani stessi.
Si può descrivere in modo dettagliato questo atteggiamento scomponendolo in questi passi:
1) Sono esperti di macchine.
2) Sostengono che le macchine in qualche campo hanno prestazioni simili alle prestazioni degli umani.
Ma ecco il meraviglioso passaggio. Questi esperti dicono:
3) Dato che macchine e umani hanno in qualche campo prestazioni simili, noi siamo esperti dell'umano.
Ed ora l'infausto ultimo passaggio. Obnubilati dalla deferenza nei confronti degli 'esperti':
4) Noi umani ci crediamo.
Ho proposto questo percorso di senso in un post su Linkedin.
Anna Colaiacovo (che ritrovate tra gli autori presenti sulla Stultifera Navis) commenta il post così:
“Ho sentito un informatico affermare che 'il dialogo socratico oggi è possibile solo con una macchina perché gli umani non ne sono più capaci'. E non era per nulla ironico. Che tristezza!”
Ringrazio per il commento, che spinge a riflettere ancora sull'argomento.
Stare in relazioni con macchine è più facile che stare in relazione con umani.
Purtroppo accade invece oggi che, invece di aiutare gli informatici a ricordarsi del senso della relazioni tra umani, si deleghi loro l'insegnare agli umani l'arte della relazione
Il punto chiave del commento di Colaiacovo sta nel notare: 'non era per nulla ironico'.
Sì, questo è triste, ma bisogna cercare di capire.
La formazione che gli informatici ricevono insegna, appunto, a stare in relazione con macchine. Stare in relazioni con macchine è più facile che stare in relazione con umani.
La formazione professionale degli informatici li invita ad una proiezione: guardare agli umani così come si guarda alle macchine.
Quindi gli informatici vanno compresi, ed aiutati a ricordare le differenze tra la relazione tra umani e la relazione tra umani e macchine.
Purtroppo accade invece oggi che, invece di aiutare gli informatici a ricordarsi del senso della relazioni tra umani, si deleghi loro l'insegnare agli umani l'arte della relazione.