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Il mito del progresso illimitato e la mania del nuovo, venduto come miglioramento del precedente ha francamente stancato e dimostrano tutta la loro perversa connessione con la logica del capitalismo iperconsumista.


C’è una delirante bellezza e una lacerante poesia nel vedere due persone, diciamo di una certa età, che ad una festa, ad una sagra, in una sala da ballo, senza nemmeno conoscersi si invitano reciprocamente al ballo perché la musica è partita e nel farlo cominciano a muoversi in sintonia, sapendo ESATTAMENTE cosa fare, quali passi compiere e accompagnandosi con fiducia. Si guidano a vicenda perché hanno entrambi la patente di comunità.

È una gioia vederli, un sussulto emotivo che potrebbe sfociare anche in rimpianto. Vedere come si tengono, armonizzando le loro figure nei movimenti aggraziati e consapevoli. Manierismi non affettati ma spontanei, come se disegnassero armonia su un foglio immaginario.

Non sono professionisti, tanto per essere chiari. Sono persone semplicissime che hanno imparato la vita in cortili familiari.

Nostalgia o perdita?

Si può parlare di modernità o postmodernità senza necessariamente cadere in una retorica nostalgia. Ci sono delle evidenze che dimostrano che tante cose del “passato” avevano semplicemente più valore. Punto. Sottolineare che ogni epoca è diversa e basta, diventa un esercizio tautologico. Naturalmente le cose sono diverse ma accontentarsi di sottolinearlo senza andare a fondo, portando alla luce gli aspetti valoriali di uno o dell’altro può risultare fine a sé stesso. Dire che qualcosa è così e che non c’è nulla da fare, è perlomeno un invito alla rassegnazione, cosa che trovo stupida, specialmente se penso che abbiamo sempre la possibilità di cambiare le cose, se non ci piacciono. La lista di cose da cambiare nella modernità è lunghissima. E non è una lista che riflette solo il mio pensiero, che potrebbe non contare nulla e che potrebbe essere quella di un nostalgico passatista, cosa che non sono. Si tratta invece di una lista di cose, tutte affrontate nei miei scritti (vi invito a scoprirle), che oggettivamente sono dannose e deleterie e che hanno reso la vita umana non solo complicata ma anche angosciante. Lo hanno dimostrato antropologi, sociologi, neuroscienziati, psicologi, filosofi di fama mondiale. Tuttavia, difronte a questo marasma, la maggioranza delle persone nega l’evidenza e pur di difendere il progresso, si immerge nella auto negazione. La cosa più assurda è quella che ruota intorno al cosiddetto pensiero della complessità ovvero alle istruzioni per l’uso per vivere in questi tempi che sono stati complicati da globalizzazione, iper tecnologia, iper individualismo, iper consumismo ecc. Ma, dico io, chi diavolo ha introdotto questa complessità? L’essere umano! Perciò se queste scarpe sono troppo strette da portare, slacciamole e buttiamole. Troppo semplice no? Si preferisce invece complicare la complessità! Questo sì che è intelligente. E in tutto questo si perdono progressivamente i valori che ci rendono umani, al punto che non ne sono più rimasti. Sono stati tutti calpestati.

Il mito del progresso illimitato e la mania del nuovo, venduto come miglioramento del precedente ha francamente stancato e dimostrano tutta la loro perversa connessione con la logica del capitalismo iperconsumista.

Torniamo al ballo. Dai balli di coppia, insegnati ed imparati naturalmente, si è passati all’io ballo da solo/a, passando, tra gli altri, ai balli di gruppo. Senza fare la storia del ballo, che non mi compete, si può dire che c’è stata una trasformazione che ha portato dalla ritualità alla libera espressione fatta di movimenti slegati. Un problema? In sé no, se non per il fatto che nel ballo abbiamo assistito ad una progressiva riduzione di contatto e di interazione che riflette, a mio parere, quello che è successo in ogni ambito della società.

In un concetto: dalla partecipazione all’isolamento.

Io stesso e la mia generazione (sfido chiunque della mia età ad abbozzare dei passi corretti di un ballo qualsiasi) siamo colpevoli di esserci autoesclusi da questo rito, come da altri. Ma magari ci sarà chi sosterrà che è proprio la generazione precedente ad averci esclusi, perché volevano darci altro, farci imparare altro. E magari lo hanno pure fatto a fin di bene. Chissà. Di certo c’è che oggi la situazione è pure peggiore. L’era del consumismo è infatti un tempo senza festa e senza ballo, dominato dall’irreversibilità e dall’ineluttabilità della crescita infinita. In questi tempi, pensare di invitare uno sconosciuto a danzare è diventato molto più complicato. Tanto per cominciare oggi ci si ignora e poi non ci si tocca nemmeno, un po’ perché viviamo in una società che ha espulso i sensi e un po’ perché si è creato una certo disagio nell’approcciare fisicamente un’altra persona, per paura di fraintendimenti che possono avere dei risvolti legali. È un pò l’età del sospetto sistematico, dove il rito è diventato, scambiando le consonanti, tiro al bersaglio. Siamo usciti dalla dimensione del rito per entrare in una dimensione liquida dove moltissimi annaspano e tanti affogano.

Byung-Chul Han lo spiega bene:

I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile.

Nel 2026 il mondo non è più un posto affidabile. Invito chiunque a dimostrarmi il contrario. Ed è così perché il valore del rito e il rito dei valori è stato spazzato via.

Un altro esempio: in una recente passeggiata mi è capitato di passare davanti ad un bar, dove, seduti ad un tavolino fuori, erano sedute tre persone, sempre di una certa età che chiacchieravano allegramente e bevevano ciò che avevano ordinato. Sono persone, lo so per certo, che ci hanno passato la vita là dentro. Lo frequentavano da ragazzi e, crescendo, ci hanno passato costantemente del tempo, godendo nel ritrovare ogni volta gli stessi amici.

Ora che sono in pensione, ci passano tutta la giornata, giocando a carte o quant’altro. Quel bar è stato ed è il loro PUNTO DI RIFERIMENTO. Quali sono i punti di riferimento oggi? Ai nostri tempi parlerei piuttosto di punti di sfaldamento che non danno appoggio e non sollevano il mondo. Anzi lo buttano giù. Sono punti che non stanno in piedi e non ti sostengono.

Si può rimproverare a quei signori di non aver avuto la voglia di abbandonare il borgo natio per vedere il mondo. Vero. Adesso è molto più comune andarsene. Ci si muove tantissimo al giorno d’oggi. Io per primo, io che ho visto il mondo, avrei incoraggiato quelle persone a scoprire altre pagine della loro vita e del mondo. Perché vivere è anche rischio e scoperta, a patto che nel farlo si abbia una corda attorno alla vita e che, non venga fatto in maniera disordinata e caotica.

Se avessero ascoltato il mio consiglio di vedere il mondo, sono però sicurissimo che quei tre sarebbero ritornati ad intervalli regolari a quel bar. Perché i punti di riferimento non si abbandonano e non ti abbandonano mai. Se non se ne hanno, non c’è mai ritorno ma solo un indefinito e ignoto vagare in un rimbombante presente autoreferenziale.

Perciò mi chiedo con preventivo dolore: quando questi milioni di persone che ancora occupano questi spazi familiari non ci saranno più, che ne sarà di noi? Forse sarà quella la vera fine dell’umanità e non quella promessa dall’intelligenza artificiale.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 08 ottobre 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/