Questo racconto è nato così. Non l'ho "scritto" nel senso tradizionale. Non l'ho nemmeno "fatto scrivere" a Claude, come si fa scrivere una lettera a un segretario. L'ho costruito con Claude, in una conversazione che è durata ore e si è sviluppata su decine di scambi.
Ho proposto l'idea iniziale: un crossover impossibile tra Sherlock Holmes e Philip Marlowe, il detective hard-boiled di Raymond Chandler, che amo quanto l'eroe di Conan Doyle. Claude ha abbozzato una prima versione di stile, troppo contemporanea nel tono. Ho corretto: volevo lo stile di Conan Doyle, narrato da Watson.Abbiamo discusso la cronologia — Marlowe "nasce" nel 1903 (nel primo romanzo, ambientato nel 1936, ha 33 anni), quindi un incontro negli anni '20 con un Holmes anziano era plausibile. Ho suggerito che Marlowe fosse ancora il giovane investigatore assicurativo, non ancora il detective cinico dei romanzi. Claude ha proposto trame, io ho scelto e modificato. Ho voluto una macchina calcolatrice al centro del mistero — qualcosa che echeggiasse l'AI senza mai nominarla. Abbiamo definito insieme i personaggi: Reginald Pemberton, Cyrus Whitmore, l'ispettore Thornby, il Mercator System.
E soprattutto, ho insistito sul cuore tematico: il dialogo finale tra Holmes e Marlowe doveva contenere le riflessioni che mi stanno a cuore. Che la macchina non è mai il problema. Che chi controlla i dati controlla la verità. Che l'errore umano non si elimina, si nasconde. Che un giorno verranno macchine così complesse che nessuno capirà come funzionano — e quel giorno l'unica cosa che conterà sarà chi le controlla.Come Carlo, mi sono divertito a mettere in bocca a Holmes (e a Marlowe) le cose che penso io. Il racconto porta la mia visione, ma anche qualcosa che non avrei mai scritto da solo — certe svolte narrative, certi dettagli, certe formulazioni che sono venute da Claude e che ho riconosciuto come giuste.
È questo che intendo quando parlo di scrittura collaborativa con l'AI: non delega, non automazione, ma un processo in cui l'umano resta autore — perché sceglie, corregge, indirizza, riconosce — eppure non è più autore solitario.Il risultato credo parli da sé. Piaccia o meno. Ma mi interessava raccontare anche il metodo.
Martino Pirella, gennaio 2026
Il caso del Mercator System. Un'avventura di Sherlock Holmes e Philip Marlowe
Narrata dal Dott. John H. Watson
I. Il telegramma dal Sussex
Fra le numerose avventure che ebbi il privilegio di condividere con il mio illustre amico Sherlock Holmes, ve n'è una che conservo con particolare affetto, benché si sia svolta quando entrambi avevamo ormai varcato la soglia della vecchiaia. Non tanto per l'ingegnosità del crimine — che pure fu notevole — quanto per l'incontro che essa occasionò con un giovane americano il cui nome, ne sono certo, diverrà celebre negli annali della detection d'oltreoceano. E per le riflessioni che quel caso suscitò in Holmes riguardo al futuro del pensiero umano — riflessioni che, rileggendole oggi, mi appaiono quasi profetiche.
Era l'autunno del 1928, e io mi trovavo a Londra per alcune questioni mediche di scarso interesse. Holmes viveva da anni ritirato nel Sussex, dedicandosi all'apicoltura con quella stessa intensità maniacale che un tempo riservava ai criminali della metropoli. Lo vedevo di rado. La vecchiaia ci aveva separati più della distanza, e confesso che talvolta mi chiedevo se il mio amico non fosse ormai svanito in quella quiete rurale come un fuoco che si spegne per mancanza di combustibile.
Fu dunque con sorpresa che ricevetti un suo telegramma: «Sarò a Londra giovedì. Caso interessante. La vedova di un matematico non crede al suicidio. Vuole parlare. Baker Street ore tre. SH.»
La signora Pemberton era una donna sulla cinquantina, composta in quel modo che tradisce un dolore ancora fresco tenuto a freno dalla volontà. Mi era stata presentata da un collega alcune settimane prima, e quando aveva saputo della mia antica associazione con Holmes, mi aveva implorato di intercedere.
«Mio marito non si è tolto la vita, dottore,» aveva detto con una fermezza che non ammetteva replica. «Reginald era agitato, sì. Spaventato, persino. Ma non disperato. C'è una differenza che solo chi ha vissuto trent'anni con un uomo può riconoscere.»
Holmes arrivò puntuale alle tre, e notai con sollievo che gli anni nel Sussex gli avevano giovato. Era più magro, forse, la pelle più sottile sulle ossa del viso, ma lo sguardo aveva quella stessa acutezza penetrante che ricordavo dai giorni di Baskerville e Moriarty.
«Watson, mio caro,» disse stringendomi la mano con un vigore che mi sorprese. «Vedo che il ginocchio vi dà ancora fastidio, che avete cambiato barbiere, e che la signora che ci aspetta vi ha già convinto della propria causa.»
«Due su tre,» risposi sorridendo. «Il barbiere è lo stesso da vent'anni.»
«Allora ha cambiato fornitore di sapone. L'odore di bergamotto è nuovo. Un dettaglio irrilevante, lo ammetto, ma l'abitudine all'osservazione è difficile da perdere, anche quando non serve più a nulla.»
Non ebbi tempo di rispondere, perché in quel momento la porta si aprì e la signora Hudson — ormai anziana quanto noi, ma ancora padrona assoluta di quella casa — annunciò la signora Pemberton.
Ma con lei c'era qualcuno che non mi aspettavo.
II. Il giovane americano
Era un giovane sui venticinque, alto, con spalle larghe che riempivano un completo americano di buon taglio ma non eccellente. Il volto era quello di un uomo che aveva già visto più di quanto l'età suggerisse — non le rughe, non ancora, ma qualcosa negli occhi, una stanchezza che non aveva nulla a che fare con il sonno. Teneva il cappello in mano con una certa impazienza, come chi non è abituato ad aspettare.
«Mr. Holmes,» disse la vedova, «mi perdoni l'intrusione. Questo è Mr. Philip Marlowe. È venuto dall'America per indagare sulla morte di mio marito. Lavora per la compagnia assicurativa.»
Holmes studiò il giovane per un lungo momento, con quella fissità che avevo visto intimidire ministri e assassini. Marlowe sostenne lo sguardo senza scomporsi. Non con sfida — con semplice, quieta indifferenza. Come un uomo che è stato fissato troppe volte per curarsene ancora.
«California,» disse Holmes infine. «Los Angeles, direi, dalla leggera usura delle suole tipica di chi cammina su marciapiedi caldi. Ex militare, ma non in Europa — la postura è quella, ma mancano i segni del gas e del fango. Servizio interno o messicano, probabilmente. Avete dormito male nelle ultime tre notti — le occhiaie sono recenti, non croniche — e non vi fidate di nessuno in questa stanza, me compreso. Forse soprattutto di me.»
Marlowe non batté ciglio. Estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasca, ne prese una, e solo allora parlò.
«Tutto giusto tranne una cosa, Mr. Holmes. Non mi fido nemmeno di me stesso. È un'abitudine che mi ha tenuto in vita più di una volta.»
Si accese la sigaretta senza chiedere permesso. Holmes inarcò un sopracciglio.
«Siete sempre così sicuro di voi, Mr. Marlowe, o è una posa per impressionare i vecchi detective in pensione?»
«Non cerco di impressionare nessuno, Mr. Holmes. Non è il mio mestiere. Il mio mestiere è scoprire se la gente mente. E fin qui in questa stanza ho contato tre persone che non dicono tutto quello che sanno.»
«Tre?»
«La signora Pemberton sa qualcosa su suo marito che non ha ancora detto. Il dottor Watson pensa che questo caso sia una perdita di tempo ma è troppo educato per dirlo. E voi, Mr. Holmes, avete già deciso che non è un suicidio, ma volete vedere se arrivo alla stessa conclusione da solo.»
Il silenzio che seguì fu carico come l'aria prima di un temporale. La signora Pemberton si era irrigidita. Io, confesso, non seppi cosa dire — perché il giovane americano aveva ragione, almeno in parte.
Fu Holmes a parlare, e c'era nei suoi occhi qualcosa che non vedevo da anni. Non irritazione — interesse. Genuino interesse.
«E voi, Mr. Marlowe? Cosa non state dicendo?»
«Che sono qui da cinque giorni e ho già parlato con l'ispettore di Scotland Yard, con l'assistente del morto, e con tre dei suoi clienti. E che tutto quello che ho trovato mi dice che questo caso puzza. Ma non ho prove. Solo intuizioni. E le intuizioni non pagano i conti.»
«Le intuizioni,» disse Holmes lentamente, «sono il modo in cui la mente ci dice che ha visto qualcosa che non abbiamo ancora capito. Non sono prove, no. Ma sono l'inizio delle prove.»
Marlowe lo studiò per un momento, come rivalutandolo.
«Questo non l'avevo letto nei racconti del dottore.»
«Watson è un narratore eccellente, ma tende a semplificare. Fa bene al pubblico, meno bene alla verità.»
«La verità,» disse Marlowe con un mezzo sorriso. «Nel mio paese la verità è quello che puoi dimostrare in tribunale. Tutto il resto è opinione.»
«E nel mio paese la verità è quello che rimane quando hai eliminato tutto ciò che è falso. Ma sospetto che alla fine stiamo cercando la stessa cosa, Mr. Marlowe. Solo con metodi diversi.»
Si guardarono ancora per un momento. Poi Holmes fece un gesto verso la poltrona.
«Sedete. Credo che abbiamo molto da dirci.»
III. La macchina di Pemberton
Il caso, come emerse nella conversazione che seguì, era questo.
Reginald Pemberton era stato un attuario di notevole talento, impiegato per vent'anni presso la Lloyd's prima di mettersi in proprio come consulente finanziario. Ma non era questo a renderlo interessante. Cinque anni prima, Pemberton aveva costruito — o fatto costruire, su suoi disegni precisissimi — una macchina che chiamava il Mercator System.
«Mio marito ci lavorava da un decennio,» disse la signora Pemberton. «Prima ancora che ci sposassimo, ne parlava. Diceva che era possibile trovare un ordine nel caos dei mercati. Che i numeri, se analizzati correttamente, raccontavano una storia. Che il futuro era già scritto nel passato, per chi sapeva leggere.»
«E la macchina leggeva?» chiese Holmes.
«Così diceva. E per tre anni, Mr. Holmes, ha avuto ragione.»
Il Mercator System — spiegò — era un complesso apparato di schede perforate, ruote calcolatrici e meccanismi che analizzava i dati storici dei mercati finanziari. Prezzi, volumi, tendenze stagionali, correlazioni tra settori diversi. La macchina digeriva tutto questo e produceva previsioni.
«Non profezie,» precisò la vedova. «Reginald era molto chiaro su questo. Probabilità. Tendenze. "La macchina non vede il futuro," diceva sempre. "Vede il presente con più occhi di quanti ne abbia un uomo."»
Gli investitori che avevano seguito i consigli di Pemberton avevano accumulato fortune. Il più importante era un texano di nome Cyrus Whitmore, magnate del petrolio, che aveva affidato al Mercator System somme che la signora Pemberton non osò quantificare ma che, a giudicare dall'espressione, erano considerevoli.
Poi, sei mesi prima, le previsioni avevano cominciato a fallire. Non di poco: catastroficamente. Whitmore aveva perso quasi tutto. Altri investitori erano stati rovinati. E Reginald Pemberton era stato trovato morto nel suo studio, una bottiglia di laudano vuota accanto a lui.
«Suicidio,» aveva concluso Scotland Yard. «La vergogna di aver rovinato i propri clienti.»
«L'ispettore Thornby è stato gentile,» disse la signora Pemberton con una nota amara. «Ma aveva già deciso prima ancora di entrare in casa. Un uomo che si occupa di denaro, il denaro svanisce, l'uomo si uccide. Una storia vecchia, diceva. Non c'era nulla da indagare.»
Holmes si voltò verso Marlowe.
«E voi, Mr. Marlowe? Cosa credete?»
Il giovane americano aspirò dalla sigaretta prima di rispondere.
«Credo che i morti non parlano, Mr. Holmes. Ma i vivi sì, anche quando stanno zitti. Specialmente quando stanno zitti.»
«E cosa vi hanno detto i vivi?»
«Ho parlato con l'assistente di Pemberton, un certo Albert Finch. È lui che inseriva materialmente i dati nella macchina. Tre anni di servizio impeccabile, stipendio modesto, nessun vizio conosciuto. Ma ha le mani che tremano quando gli chiedi dei mesi prima della morte di Pemberton. E porta scarpe nuove. Scarpe inglesi, fatte su misura. Su uno stipendio da fame.»
«Avete parlato con l'ispettore incaricato?»
«Thornby. Un brav'uomo, immagino. Mi ha detto che i suicidi sono tristi ma non sono crimini, e che gli americani dovrebbero occuparsi dei propri affari.»
«Gerald Thornby,» mormorai. «Lo conosco. Un poliziotto competente, metodico. Vent'anni di servizio senza macchia.»
«E senza immaginazione,» aggiunse Marlowe senza cattiveria, come chi constata un fatto. «Vede quello che si aspetta di vedere. Niente di più. Nel mio mestiere incontro molti uomini così. Non sono stupidi. Sono solo... finiti. Hanno smesso di chiedersi se le cose potrebbero essere diverse da come appaiono.»
Holmes si alzò e andò alla finestra, le mani congiunte dietro la schiena. Era una posa che conoscevo bene — significava che il motore aveva cominciato a girare.
«La macchina,» disse senza voltarsi. «Voglio vederla.»
IV. Threadneedle Street
Il Mercator System era alloggiato in una stanza al secondo piano di un edificio sulla Threadneedle Street, non lontano dalla Banca d'Inghilterra. La signora Pemberton aveva le chiavi; Scotland Yard, evidentemente, non aveva ritenuto necessario sigillare nulla.
Quando entrammo, mi fermai sulla soglia, colpito.
Non sapevo cosa mi aspettassi — forse qualcosa di simile alle macchine da scrivere o alle calcolatrici che avevo visto negli uffici moderni. Quello che vidi era qualcosa di interamente diverso. Il Mercator System occupava un'intera parete della stanza, alto quasi due metri e largo altrettanto. Era una massa di ottone lucido, acciaio brunito e fili di rame che si intrecciavano come le vene di un organismo meccanico. Ruote dentate di ogni dimensione, alcune grandi come piatti da portata, altre piccole come bottoni. Leve, quadranti, fessure per le schede perforate. E al centro, come il cuore di quella creatura impossibile, un tamburo rotante coperto di simboli che non compresi.
La macchina era spenta, eppure sembrava emanare una presenza. Non saprei descriverla altrimenti.
Holmes si avvicinò lentamente, quasi con reverenza. Non lo avevo mai visto così davanti a nulla — nemmeno davanti alle prove dei suoi casi più brillanti.
«Straordinario,» mormorò. «Pemberton era un genio.»
Studiò la macchina per quasi un'ora, in silenzio. Aprì pannelli, seguì fili con le dita, esaminò i meccanismi interni con la lente che ancora portava sempre con sé. Marlowe si appoggiò allo stipite della porta e fumò, osservando con un'espressione che non seppi interpretare — a metà tra la curiosità e il sospetto.
«Questa macchina,» disse infine Holmes, raddrizzandosi, «non prevede il futuro. Naturalmente. Nulla può farlo. Ma analizza il passato con una precisione che nessuna mente umana potrebbe eguagliare. Migliaia di dati, correlati simultaneamente, confrontati, pesati. Se le informazioni inserite sono corrette, le sue proiezioni sarebbero... notevolmente accurate.»
«Se,» disse Marlowe.
«Precisamente.» Holmes indicò un meccanismo laterale, una sorta di vassoio con una fessura. «Qui vengono inserite le schede con i dati. Ogni scheda contiene informazioni sui prezzi di mercato, i volumi di scambio, le notizie rilevanti, tradotte in un linguaggio che la macchina può leggere. Chi preparava queste schede?»
«Finch,» dissi. «L'assistente.»
«E chi verificava che i dati fossero corretti?»
Il silenzio fu eloquente.
«Pemberton si fidava,» disse la signora Pemberton. «Albert lavorava con lui da tre anni. Lo trattava come un figlio. Diceva sempre che senza Albert il Mercator System sarebbe stato solo un ammasso di ingranaggi.»
«Ed è così,» disse Holmes, improvvisamente grave. «Ecco il punto che molti non comprendono, e che vostro marito, temo, comprese troppo tardi. La macchina non pensa. Non giudica. Non distingue il vero dal falso. Fa esattamente quello che le si dice di fare, con i dati che le vengono forniti. La sua precisione è assoluta — ma è una precisione cieca.»
Marlowe schiacciò la sigaretta sotto il tacco.
«Quindi chi controlla i dati controlla la macchina.»
«Più di questo, Mr. Marlowe. Chi controlla i dati controlla la verità che la macchina produce. E quella verità avrà tutta l'apparenza dell'oggettività. I numeri, dopo tutto, non mentono. È questo che la gente crede. È questo che vostro marito diceva ai suoi clienti, signora Pemberton?»
La vedova annuì, il volto teso.
«Reginald diceva sempre che la macchina eliminava l'errore umano. L'emotività. I pregiudizi. "I numeri sono puri," diceva. "Noi li sporchiamo con le nostre paure e i nostri desideri. La macchina vede solo ciò che è."»
«Un errore comprensibile,» disse Holmes, «ma fatale. I numeri sono puri, sì. Ma i numeri devono essere raccolti da qualcuno. Selezionati da qualcuno. Inseriti da qualcuno. E in ciascuno di questi passaggi, l'errore umano — o peggio, la malafede umana — può infiltrarsi. La macchina non ha modo di saperlo. Prende ciò che le viene dato e produce le sue conclusioni con perfetta, terribile coerenza.»
Marlowe si staccò dallo stipite e si avvicinò alla macchina. La guardò a lungo, come si guarda un animale pericoloso.
«Nel mio paese,» disse lentamente, «ho visto uomini affidare la propria vita a cose che non capivano. Automobili, armi, contratti. Dicevano sempre la stessa cosa: "Funziona". Come se funzionare fosse abbastanza. Come se non importasse sapere come, e perché, e chi ci guadagna.»
«E cosa ne pensate voi, Mr. Marlowe?»
Il giovane americano si voltò verso Holmes.
«Penso che ogni volta che un uomo smette di pensare con la propria testa, qualcun altro pensa al posto suo. E quel qualcuno di solito non ha a cuore il suo interesse.»
Holmes lo fissò per un lungo momento.
«Avete una mente singolare, Mr. Marlowe. Cinica nella forma, ma non nella sostanza. Voi vedete le persone come io vedo i meccanismi. Credo che insieme potremmo vedere la verità.»
«La verità,» disse Marlowe con un sorriso amaro. «Nella mia esperienza, Mr. Holmes, la verità è la cosa che la gente vuole meno sapere.»
«Eppure continuate a cercarla.»
«Non ho mai detto di essere intelligente.»
V. Due metodi
Nei quattro giorni seguenti, assistetti a un'indagine come non ne avevo mai viste — non per la sua brillantezza, che pure fu notevole, ma per il suo carattere duale. Era come osservare due musicisti che suonano strumenti diversi scoprire, nota dopo nota, di eseguire la stessa melodia.
Holmes si immerse nei registri del Mercator System. Passò notti intere a confrontare le schede perforate originali con i dati di mercato dell'epoca, una per una, con quella pazienza sovrumana che gli avevo visto dedicare solo ai casi più importanti. Lavorava in silenzio, circondato da pile di documenti, la lente in una mano e la matita nell'altra.
«È un lavoro da certosino,» mi disse una sera. «Ma necessario. Se la macchina è stata sabotata, il sabotaggio deve lasciare tracce. I numeri non mentono — ma nemmeno dimenticano.»
Marlowe, nel frattempo, seguiva le persone. Parlò con Finch altre due volte — la seconda, notai, dopo aver bevuto con lui in un pub vicino alla Borsa. Parlò con i creditori di Whitmore, con i suoi soci americani a Londra, con i portieri degli edifici dove Pemberton teneva i suoi appuntamenti. Bevve nei pub dove bevevano i fattorini della City, fumò con i commessi delle banche, fece domande alle segretarie che altri non avrebbero nemmeno notato. Tornava la sera con le scarpe sporche e lo sguardo di chi ha visto troppo e non ha dimenticato niente.
«L'assistente è stato pagato,» disse la terza sera, gettando il cappello sulla poltrona. «Non so ancora da chi. Ma sei mesi fa ha saldato debiti di gioco che non avrebbe mai potuto pagare con vent'anni di stipendio. E tre settimane fa ha comprato una casa a Brighton, intestata a sua madre.»
«Come lo avete scoperto?» chiesi.
«Parlando con le persone giuste, dottore. I ricchi tengono segreti. I poveri tengono rancori. E i rancori sono più facili da far parlare.»
Holmes alzò lo sguardo dai suoi documenti.
«I dati confermano,» disse. «Nelle ultime sei settimane di operatività, il trentadue per cento delle schede conteneva errori. Non casuali. Sistematici. Qualcuno ha deliberatamente fornito dati falsi alla macchina.»
«Finch.»
«Finch eseguiva. Ma non ha l'intelligenza né le conoscenze per progettare un sabotaggio così sofisticato. Gli errori sono sottili — una cifra cambiata qui, una data spostata là. Abbastanza da alterare le proiezioni, non abbastanza da essere notati immediatamente. Ci vuole qualcuno che capisca profondamente come funziona la macchina per ingannarla così.»
«O qualcuno che sappia esattamente cosa la macchina cercherà,» disse Marlowe.
Holmes si raddrizzò sulla sedia.
«Spiegate.»
«Ho parlato con alcuni banchieri della City. Discretamente. La macchina di Pemberton non piaceva a nessuno. Non perché non funzionasse — perché funzionava troppo bene. Pemberton stava togliendo clienti a gente che gestiva denaro da generazioni. Gente che non ha bisogno di una macchina per sapere dove investire — o così dicono — perché hanno informazioni che altri non hanno. Contatti. Voci. Il pranzo con il ministro, il tè con il banchiere centrale.»
«Informazioni privilegiate,» dissi.
«Esatto, dottore. Ma come la chiamate quando la fa una macchina? Pemberton vendeva qualcosa che loro non potevano vendere: imparzialità. O almeno, l'apparenza dell'imparzialità. "Il Mercator System non ha amici," diceva ai suoi clienti. "Non ha interessi. Vede solo i numeri." Era una minaccia mortale per chi ha costruito fortune proprio sugli amici e sugli interessi.»
Holmes annuì lentamente.
«Ho un nome,» continuò Marlowe. «Anzi, tre. La Harrington & Sons, la Cresswell Bank, e un consorzio che si fa chiamare Sterling Associates. Tutti hanno perso clienti a favore del Mercator System negli ultimi tre anni. Tutti hanno tentato di comprarlo da Pemberton. Tutti hanno ricevuto un rifiuto.»
«Un cartello,» mormorai.
«Peggio, dottore. Un'esecuzione. Non potevano competere con la macchina, quindi hanno ucciso la macchina. Ne hanno fatto un fallimento pubblico, uno scandalo. E quando Pemberton ha capito cosa stava succedendo, quando ha cominciato a controllare le schede e a trovare le discrepanze...»
«Hanno ucciso anche lui,» concluse Holmes.
VI. Scotland Yard
L'ispettore Gerald Thornby ci ricevette nel suo ufficio a Scotland Yard con la cortesia diffidente di chi non ama le sorprese.
Era un uomo sulla cinquantina, con i capelli grigi tagliati corti e i baffi curati di chi tiene alla rispettabilità. L'ufficio era ordinato in modo quasi ossessivo: carte allineate, penne nel portapenne, nemmeno un granello di polvere sulla scrivania. Un uomo di procedure, pensai. Un uomo che crede nel sistema.
«Mr. Holmes,» disse, alzandosi per stringergli la mano, «è un onore, naturalmente. Ho letto i racconti del dottor Watson da ragazzo. Ma devo dirvi che il caso Pemberton è chiuso. Suicidio. Le prove erano chiare.»
«Le prove, ispettore, erano esattamente ciò che qualcuno voleva che fossero,» rispose Holmes. «Avete trovato il laudano accanto al corpo. Ma avete verificato da dove proveniva?»
Thornby aggrottò la fronte.
«Era laudano. Tintura di oppio. Se ne trova in qualsiasi farmacia con una prescrizione.»
«Questa particolare preparazione, no. È di fabbricazione tedesca — la Hofmann und Söhne di Stoccarda — disponibile solo su prescrizione specialistica, e la farmacia più vicina che la vende si trova a Marylebone. Reginald Pemberton non l'ha mai acquistata. Nessun medico gli ha mai prescritto oppiacei di alcun tipo. Ho verificato.»
«Potrebbe averla ottenuta altrimenti...»
«Potrebbe. Ma non l'ha fatto. Un uomo che vuole suicidarsi non va a cercare un preparato tedesco raro quando può comprare laudano inglese in qualsiasi drogheria. A meno che non voglia suicidarsi affatto, e qualcun altro abbia scelto per lui.»
Thornby si sedette pesantemente.
«Mr. Holmes, con tutto il rispetto, state costruendo ipotesi su ipotesi. Avete prove concrete?»
Marlowe intervenne.
«Ispettore, ho una testimonianza. Un fattorino della Cresswell Bank ha consegnato una busta a casa di Pemberton la sera della sua morte. Non sa cosa contenesse. Ma la busta era sigillata con la ceralacca della banca. La stessa banca che aveva tentato di acquistare il Mercator System sei mesi prima e che Pemberton aveva rifiutato.»
«Una coincidenza...»
«Tre coincidenze, ispettore,» disse Holmes. «La busta. Il laudano tedesco. E le scarpe nuove di Albert Finch, l'assistente di Pemberton, comprate con denaro che non poteva avere. Separatamente sono coincidenze. Insieme sono una storia.»
Thornby ci guardò, prima l'uno poi l'altro. Vidi l'incertezza nei suoi occhi — l'incertezza di un uomo che ha sempre creduto nelle regole e scopre che le regole possono essere piegate.
«State suggerendo che uno degli istituti più rispettabili della City di Londra abbia commesso un omicidio?»
«Sto suggerendo,» disse Holmes, «che la rispettabilità è spesso la maschera preferita dei criminali più pericolosi. Nessuno sospetta di chi ha una reputazione da difendere. Nessuno guarda troppo da vicino chi siede nei consigli di amministrazione e pranza con i ministri. È questo che rende la loro criminalità così efficace — e così difficile da perseguire.»
«Arrestate Albert Finch,» disse Marlowe. «Parlerà. Gli uomini che tradiscono per denaro tradiscono di nuovo per paura. È una regola che non fallisce mai.»
VII. La confessione
Finch parlò.
Non ci vollero nemmeno due ore. Holmes aveva avuto ragione: la fedeltà comprata è la più fragile delle fedeltà.
L'interrogatorio si svolse in una stanza grigia di Scotland Yard, con Thornby a un lato del tavolo e Finch dall'altro. Holmes e Marlowe osservavano, io prendevo appunti. Era stato concesso a titolo di "consulenza" — Thornby aveva ceduto, più per disperazione che per convinzione.
Finch era un uomo piccolo, pallido, con mani nervose che non smettevano di muoversi. Quando Marlowe gli mise davanti i documenti delle sue spese — le scarpe, la casa a Brighton, i debiti saldati — crollò come un castello di carte.
«Mi hanno detto che non avrebbe fatto male a nessuno,» disse, la voce rotta. «Solo... cambiare qualche numero. Piccole cose. Non sapevo che il signor Pemberton...»
«Chi vi ha pagato?» chiese Holmes.
«Un uomo della Cresswell. Non so il suo nome. Mi incontrava in un pub a Cheapside, mi dava le istruzioni. Quali numeri cambiare, quali date spostare. Diceva che era solo... solo affari. Che nessuno si sarebbe fatto male. Che Pemberton era troppo ricco comunque, che non avrebbe sentito la differenza...»
«E quando Pemberton ha scoperto le alterazioni?»
Finch impallidì ulteriormente, se possibile.
«Mi ha chiamato nel suo studio. Aveva le schede in mano, quelle originali e quelle che avevo modificato. Mi ha guardato come... come se fossi un insetto. Non ha gridato. Ha solo detto: "So cosa hai fatto, Albert. E so per chi l'hai fatto. Domani andrò alla polizia."»
«E voi?»
«Io ho avvisato l'uomo della Cresswell. Quella sera stessa. Non sapevo cosa avrebbero fatto. Lo giuro. Non sapevo.»
Ma lo sapeva. Lo si vedeva nei suoi occhi. Aveva scelto di non volerlo sapere, che è diverso — e forse peggiore.
VIII. Giustizia
Il processo che seguì fece scandalo. Due dei direttori della Cresswell Bank furono condannati a quindici anni di lavori forzati per cospirazione e omicidio. Il terzo, il più anziano, fuggì sul continente prima dell'arresto e non fu mai catturato — si disse che vivesse a Vienna, sotto falso nome, ma non ho mai saputo se fosse vero. Albert Finch ebbe una pena ridotta in cambio della sua testimonianza — sette anni, di cui scontò cinque.
Cyrus Whitmore ottenne il suo risarcimento. La signora Pemberton ottenne giustizia, se non pace.
Il Mercator System fu smontato. I pezzi, mi dissero, finirono in un magazzino della vedova, e poi chissà dove. Forse in qualche museo, forse fusi per farne qualcos'altro. Le macchine, dopotutto, non hanno memoria.
IX. L'ultima sera a Baker Street
Ma ciò che ricordo più vividamente di quel caso non è la risoluzione, né lo scandalo. È l'ultima sera, quando Holmes e Marlowe sedettero insieme nel nostro vecchio appartamento di Baker Street, un bicchiere di brandy ciascuno.
Parlammo a lungo quella notte. Parlammo del caso, naturalmente, ma anche di altro. Del futuro. Di cosa sarebbe diventato il mondo.
«Avete un talento insolito, Mr. Marlowe,» disse Holmes a un certo punto. «Vedete le persone come io vedo i fatti. È raro. Nella mia lunga esperienza, è la cosa più rara che esista.»
«E voi vedete i pattern, Mr. Holmes. I disegni nascosti sotto il caos. Nel mio paese li chiamiamo "il grande quadro". Io vedo solo pezzi. Voi vedete come si incastrano.»
«E insieme?»
Marlowe bevve un sorso di brandy prima di rispondere.
«Insieme abbiamo trovato un assassino che si nascondeva dietro la rispettabilità di una banca. Un assassino che la polizia non avrebbe mai cercato, perché non sembrava un assassino. Non è poco.»
«No,» concordò Holmes. «Non è poco.»
Rimasero in silenzio per un momento. Poi Holmes parlò di nuovo, e la sua voce era diversa — più lenta, più pensosa.
«La macchina,» disse. «Il Mercator System. Credete che rappresenti il futuro?»
«Non lo so,» rispose Marlowe. «Ma credo che rappresenti un pericolo. Non la macchina in sé — un ammasso di ingranaggi non è né buono né cattivo. Ma l'idea che una macchina possa sostituire il giudizio umano. Che i numeri non mentano. Che qualcosa possa essere oggettivo.»
«I numeri non mentono,» disse Holmes.
«No, Mr. Holmes. Ma chi li sceglie, chi li raccoglie, chi li inserisce nella macchina — quelli sì. E la macchina non ha modo di saperlo. Prende quello che le viene dato e lo trasforma in verità. Una verità perfettamente logica, perfettamente coerente, e completamente falsa.»
Holmes annuì lentamente.
«Pemberton credeva di aver creato qualcosa di puro. Qualcosa che avrebbe liberato gli uomini dai loro pregiudizi. Ma non aveva fatto i conti con il fatto che la macchina doveva pur essere nutrita da qualcuno. E quel qualcuno — Finch, o chiunque verrà dopo Finch — porta con sé tutti i pregiudizi, tutte le debolezze, tutta la corruttibilità dell'umano.»
«È questo il paradosso,» disse Marlowe. «Più la macchina è potente, più sembra oggettiva, più è pericolosa. Perché la gente smette di dubitare. Guarda i numeri, vede la precisione, e dimentica di chiedersi: chi ha prodotto quei numeri? Chi ci guadagna? Chi decide cosa la macchina deve vedere e cosa no?»
Holmes si alzò e andò alla finestra, guardando la notte londinese.
«Verranno macchine più potenti,» disse. «Più sofisticate. Macchine che non analizzano solo i mercati, ma forse le persone. I loro comportamenti. I loro pensieri. E ogni volta qualcuno dirà: "Finalmente abbiamo eliminato l'errore umano." E ogni volta sarà una bugia.»
«Perché l'errore umano non si elimina,» disse Marlowe. «Si nasconde. Si sposta. Si infila nei dati, nelle istruzioni, nelle scelte che qualcuno fa prima ancora che la macchina si accenda. E quando qualcosa va storto, tutti guarderanno la macchina. Nessuno guarderà le mani che l'hanno nutrita.»
Holmes si voltò.
«Watson,» disse, e c'era nel suo tono qualcosa che non avevo mai sentito — non urgenza, ma una sorta di solennità. «Annotatelo. Quello che ha detto il giovane americano. È una verità che molti non capiranno per decenni. Forse per secoli. Ma un giorno sarà importante. Un giorno ci saranno macchine così complesse che nessuno capirà davvero come funzionano. E quel giorno, l'unica cosa che conterà sarà chi le controlla. Non la macchina. L'uomo dietro la macchina. Sempre l'uomo.»
Marlowe sollevò il bicchiere.
«A quelli che faranno le domande giuste, allora. Chiunque siano.»
«Alle domande giuste,» ripeté Holmes.
E bevvero.
Epilogo
Rividi Philip Marlowe solo una volta, molti anni dopo, in circostanze che non è opportuno raccontare qui. Era cambiato — più duro, più stanco, con rughe che raccontavano storie che non mi disse — ma conservava quello stesso sguardo che Holmes aveva notato quella prima sera a Baker Street: gli occhi di un uomo che vede troppo e non distoglie lo sguardo, anche quando sarebbe più facile farlo.
Holmes morì nel 1934, in pace, tra le sue api.
Ma talvolta, rileggendo i miei appunti su quel caso, mi chiedo cosa avrebbe pensato del mondo che è venuto dopo. Un mondo di macchine sempre più complesse, di calcoli sempre più rapidi, di promesse sempre più grandiose.
Avrebbe visto i pattern, ne sono certo. Li avrebbe riconosciuti.
E avrebbe saputo, come sapeva Marlowe quella sera d'autunno a Baker Street, che la macchina non è mai il problema.
Il problema è chi la nutre.
Il problema è sempre l'uomo.
— J.H.W., Londra, 1932