Ogni volta che accade un fatto come quello di Taranto, il dibattito pubblico esplode per qualche giorno. Si cercano colpevoli immediati, si invocano pene esemplari, si punta il dito contro qualcuno: i social, la trap, gli immigrati, la politica, le famiglie, la scuola.
Ma la verità è più scomoda.
Un ragazzo non diventa violento in una notte.
Un branco non nasce all’improvviso.
Sono il prodotto lento di un deserto educativo, culturale ed emotivo costruito nel tempo.
La prima su cui si punta il dito è, cosa strana ma ovvia, la scuola.
Ma non si può chiedere alla scuola di riparare da sola ciò che la società rompe ogni giorno.
Se un ragazzo cresce:
📌 senza libri in casa,
📌 senza dialogo,
📌 senza adulti autorevoli,
📌 con sei ore al giorno di TikTok,
📌 dentro una cultura dell’insulto,
📌con l’idea che “conta apparire”,
la scuola parte già svantaggiata.
E nel frattempo i docenti vengono lasciati soli nelle aule, sempre più stanchi, svuotati e demotivati.
In più si è verificata, a mio avviso, una specie di mutazione culturale:
l’adulto ha paura di fare l’adulto.
Per decenni si è confusa l’autorevolezza con l’autoritarismo.
E così molti hanno smesso di dire:
“No. Questo limite non si supera.”
Il risultato è che alcuni ragazzi crescono senza struttura interiore.
E quando manca la struttura, il branco diventa identità.
Il gruppo sostituisce la coscienza.
Aggiungiamo a questo il precoce abbandono scolastico e il conseguente analfabetismo funzionale, che è devastante perché non significa solo “non capire un testo”.
Significa:
📌 incapacità di interpretare la realtà;
📌 pensiero semplificato;
📌 impulsività;
📌 manipolabilità;
📌 difficoltà a distinguere fatti, emozioni e propaganda.
Una democrazia con alto analfabetismo funzionale diventa fragilissima.
E forse il punto più inquietante è proprio questo: ci indigniamo davanti alla violenza visibile, ma ignoriamo da anni le condizioni culturali che la preparano.
Abbiamo progressivamente smantellato l’idea stessa di comunità educante. Abbiamo delegato tutto alla scuola, salvo poi lasciarla sola, impoverita e spesso delegittimata.
Nel frattempo i ragazzi crescono dentro un flusso continuo di immagini, conflitti, slogan, aggressività verbale e modelli fondati sull’esibizione permanente di sé.
Pasolini aveva intuito decenni fa che una società consumistica e omologante avrebbe finito per modificare perfino il modo di percepire gli altri e sé stessi.
E Don Milani aveva compreso che senza strumenti culturali e linguistici non può esistere una vera partecipazione democratica.
Perché chi non possiede parole sufficienti spesso finisce per possedere soltanto rabbia.
Eppure una via esiste e lo diciamo da anni, inascoltati dalla Politica.
Si tratta di investire davvero in educazione, biblioteche, tempo pieno, quartieri, sport, arte, sostegno psicologico, formazione degli adulti, cultura diffusa.
Non bastano le telecamere.
Non bastano le ronde.
Non bastano le pene invocate a caldo nei talk show.
Né le leggi repressive messe in atto da governi incapaci di occuparsi davvero dei ragazzi e del popolo.
Il problema nasce molto prima del coltello.
Nasce quando una società smette di coltivare interiorità e lascia crescere il deserto emotivo.
E il deserto, prima o poi, produce branchi.
Non esistono soluzioni rapide a problemi costruiti in decenni.
Una società che taglia cultura, scuola, relazioni umane e senso critico finirà inevitabilmente per spendere molto di più in repressione, paura e controllo, e mi chiedo:
Se fosse questo quello che chi governa vuole veramente?
Ricordiamoci che una società culturalmente fragile è anche una società più manipolabile, più impaurita e meno capace di partecipare consapevolmente alla vita democratica.
𝐋’𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚. 𝐌𝐚 𝐥’𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀.