Viviamo nell'epoca dell'individualismo più esasperato. Celebriamo la nostra marca personale e i marchi che ad essa abbiamo associato, idealizziamo la realizzazione personale, ci raccontiamo ogni momento di essere bravi a esercitare l'espressione autentica del sé. Eppure, sostiene Carlo Bordoni nel suo libro di redente pubblicazione, The Society of Dividuals (La società dei dividui. Virtualizzazione dell’esistenza), stiamo simultaneamente smettendo di essere individui nel senso pieno del termine. Non è una contraddizione, ma la logica stessa del processo nel quale siamo insieme coinvolti, vittime e complici. Siamo diventati sempre più individualisti ma abbiamo smesso al tempo stesso, e questo è paradossale, di essere individui completi, stiamo regredendo a dividui, l’informe essere che precede l’in-dividuo e prima che esso all’informe dia forma, carattere e distinzione.
“ogni persona è un individuo ma non ogni individuo è una persona […] ogni individuo è singolare , ma non ogni singolare è individuo” (Gilberto Porretano XII secolo)
L'individualismo contemporaneo, quello che ci spinge a curare ossessivamente la nostra presenza digitale, a quantificare ogni aspetto della nostra esistenza, a personalizzare ogni esperienza, non ci sta rendendo più individui. Al contrario, ci sta frammentando in "dividui", in tanti esseri divisi, dispersi su e attraverso piattaforme, profili, dati, tracce digitali che non costituiscono più un'unità coerente. Da individui unici, dissimili, mai somiglianti, irriducibili alle forme di altri enti, siamo diventati un unico grande uguale (Byng-Chul Han), dei semplici dividui, tra loro tutti simili, somiglianti e assimilabili, omologati alla grande massa dalla quale non riescono più a distinguersi, felici e contenti perché diventati tutti conformi(sti), e come tali indistinti dal branco, dalle tante tribù che pure continuano a esistere. Tanti dividui che compongono moltitudini di singoli “senza coscienza”, non ancora individuati.
Bordoni descrive con lucidità un fenomeno che viviamo senza riconoscerlo. Non siamo più riconosciuti per ciò che siamo, ma per i dispositivi che portiamo, per le informazioni che questi contengono su di noi. La nostra identità non risiede più in una continuità biografica interiore, ma in una costellazione di frammenti esterni composti da post, MiPiace, cronologie di acquisti, metadati. Siamo diventati semplici aggregati di dati che gli algoritmi, le IA e altri sistemi tecnologici leggono, interpretano, predicono meglio di quanto noi stessi possiamo fare. La crisi del processo di individuazione (lascio ai lettori l’approfondimento sui testi di Jung e altri studiosi che sull’argomento hanno scritto pagine importanti) in corso è la causa e il risultato del venire meno della coesione sociale e dei rapporti collettivi, scomparsi e sostituiti da piattaforme cosiddette social ma poco sociali e da semplici reti di contatti ma dalle scarse relazioni tra di loro.
L’individualismo non è cosa negativa, è utile e necessario per ogni buona individuazione, ma è sempre soggetto a una esistenza precaria, non è mai dato una volta per tutte. Oggi l’individualismo si manifesta come tendenza isolante, autoreferenziale e forse per questo vive una fase diffusa di precarietà che ha generato un paradosso. Ci sentiamo e agiamo sempre più come individualisti (anche narcisisti) ma in realtà siamo inconsapevolmente dentro un processo regressivo che Bernard Stiegler definiva di disindividuazione.
Il paradosso si chiarisce nel fatto che l'individualismo che professiamo è in realtà un narcisismo frammentario e frammentato. Ci concentriamo su noi stessi, sì, ma solo attraverso gli specchi deformanti della mediazione tecnologica. Ogni selfie, ogni aggiornamento di status, ogni traccia digitale non afferma la nostra individualità, in realtà la dissolve in frammenti consumabili, ricomponibili, commercializzabili, vendibili.
La disindividuazione che Bordoni analizza non è un processo imposto dall'esterno. È qualcosa che accettiamo volontariamente, che perseguiamo attivamente. Crediamo di star esprimendo la nostra unicità quando in realtà stiamo alimentando algoritmi che ci riducono a pattern, profili, comportamenti, prevedibili. Pensiamo di costruire la nostra identità quando stiamo semplicemente assemblando frammenti prefabbricati offerti dalle piattaforme che abitiamo.
Il dividuo, scrive Bordoni, è un essere solitario che ha perso la capacità di relazionarsi efficacemente con gli altri e con la realtà esterna. Ed ecco il secondo paradosso. Nell'era dell'iperconnessione, della comunicazione istantanea, dei social network, siamo sempre più isolati, dividuati, sofferenti, soli. Le nostre interazioni sono sempre mediate, frammentate, superficiali. Non incontriamo più persone intere, ma i loro profili digitali che trattiamo come persone, interagiamo con le loro rappresentazioni digitali, i loro frammenti selezionati.
L’innesco di questa frammentazione e regressione è riscontrabile nella crescente virtualizzazione delle nostre esistenze, nell’accettazione passiva e complice (una servitù volontaria per richiamare La Boetie) di una totale mediazione tecnologica e nella rinuncia a ogni forma di investimento in quello che in un mio libro ho definito NOSTROVERSO, un universo fatto di rapporti ancora umani e incarnati, sensibili. A pesare più della mediazione tecnologica è il venire meno delle relazioni con gli altri, perché è solo attraverso la continua relazione con gli altri che ognuno di noi si costituisce come individuo, costruendosi una sua propria identità stabile e dissimile da quella di altri individui.
La virtualizzazione dell'esistenza non è semplicemente il fatto di passare più tempo online. È la graduale sostituzione dell'esperienza diretta, incarnata, continua, con una sequenza di impulsi digitali, di notifiche, di micro-interazioni che non si sedimentano mai in qualcosa di coerente. L'individuo richiedeva durata, profondità, contraddizioni interne che si componevano faticosamente in un'unità. Il dividuo è dispersione permanente. Il risultato di questo processo genera tata incertezza e insicurezza, solitudine, rende fragili, incapaci di definirsi in modo autonomi, quindi ricattabili, facili prede di piattaforme e meccanismi tecnologici che regalano in ogni momento gratificazioni varie promettendo felicità. Il ricatto scatena la delega che ha come effetto una progressiva perdita di identità, una sua delocalizzazione, in alcuni casi la sua totale perdita. Un effetto prevedibile visto che all’interiorità si è sostituita l’esteriorità dell’esperienza, perseguita su piattaforme a cui ci siamo ormai affidati ciecamente.
Bordoni, sociologo attento alle trasformazioni della modernità liquida (non a caso collaboratore e studioso profondo di Zygmunt Bauman e della sua opera), non offre facili soluzioni. Il libro è piuttosto una diagnosi spietata di un processo già molto avanzato di liquefazione dell’individuo e dell’identità. La società dei dividui non è una distopia futura, è la realtà che abitiamo. Una realtà nella quale la nostra identità è diventata precaria, priva di certezze, senza alcuna garanzia, anche percepita, del suo valore che passa sempre attraverso l’incontro con l’Altro, il suo riconoscimento. A produrre tutto questo è una società che produce moltitudini di dividui indifferenziati e senza più una coscienza di sè, senza più legami, persino ormai disinteressati a costruirne di nuovi.
La domanda che il libro lascia aperta è radicale. Interroga tutti sul fatto se sia ancora possibile recuperare una forma di individualità autentica, o se si debba ormai rassegnarsi, accettare che l'individuo, quella costruzione filosofica, psicologica, politica che ha caratterizzato la modernità, sia destinato a dissolversi completamente, insieme alla stessa modernità? E se sì, cosa significherà allora in futuro essere umani in una società dove nessuno è più veramente un individuo singolare, uno?
L'individualismo che tanto proclamiamo potrebbe essere l'ultimo grido dell'individuo che si sta frantumando, non la sua affermazione. Come i rantoli di qualcosa che sta morendo si fanno più forti prima del silenzio finale.