«Dottoressa, lei crede al soprannaturale? Alle coincidenze. Ho incontrato una donna uguale a mia madre… decisamente uguale. L’ho rincorsa, chiamata… non era lei. Mia madre ha incontrato un altro uomo ed è impazzita. Ha mollato tutto, mio padre, me. È andata via e non abbiamo più notizie di lei. Ma come è possibile?»
Certo, è possibile che qualcuno somigli a persone che amiamo. Vorrei poter raccontare di me. Vorrei poterle raccontare la mia esperienza.
Primo giorno
Sono quasi le 15, sono in ritardo. Spero che lo sia anche il paziente. Se non trovo traffico e incrocio l’onda verde dei semafori… Mi va bene. Parcheggio a scheggia, scendo rapida dall’auto e sto già frugando nella borsa alla ricerca delle chiavi. Le trovo subito. Una serie di miracoli, oggi! Apro lo studio e do un’occhiata alla Mercedes parcheggiata di fianco alla mia Punto. Non è il paziente. Entro, sistemo la scrivania e ho persino cinque minuti per riprendere fiato. Pomeriggio intenso di lavoro: storie sempre nuove in un contenitore vecchio di milioni di anni, emozioni e fatti che furono, sono, saranno. Le 20. Le giornate si sono allungate di colpo, non me n’ero accorta. Come cambiano i tempi dei nostri gesti a seconda del tempo a disposizione: rimetto a posto la scrivania, agenda e borsa. Chiudo lo studio. Tutto a ritmo lento, ora. Salgo in macchina e la rivedo, parcheggiata dall’altro lato della strada. Di nuovo la Mercedes. Non è un mio paziente: c’è uno studio dentistico di fianco al mio. I dentisti i soldi li fanno davvero, avrà cambiato macchina. Accendo la radio e mi avvio. Leonard Cohen mi accompagna nostalgico.
Secondo giorno
Decido di mangiare qualcosa nel bar vicino allo studio, così faccio con calma. Ci arrivo a piedi, è a meno di 300 metri, fa caldo oggi. La gente è già a tavola, non incontro nessuno. Procedo piano per non arrivare subito. Dal giardino dell’avvocato mi arriva il profumo intenso del Virginalis, mi fermo e annuso l’aria come i cani, poi proseguo. Il bar non ha pretese. Cerco un tavolino appartato, sotto lo sguardo degli operai di un cantiere che sono in pausa. Mi arrivano il toast e la birra e la sigla del tg. Non so se è peggio il sapore del toast o delle notizie. Il caffè me lo faccio servire a un tavolo fuori, sento il bisogno di fumare e l’aria oggi è quasi estiva. Bizzarro questo tempo. Sono le 14,30. Ancora mezz’ora. La birra mi ha un po’ intorpidita ma mi ha messo di buonumore. Pago e mi avvio. Incontro un anziano in bicicletta che mi saluta. Non lo conosco, ma gli anziani ancora salutano gratuitamente. Il gatto delle pompe funebri mi guarda con la faccia ottusa, lo saluto e lui scappa. I gatti non salutano gratuitamente. Mi fermo davanti al giardino dell’avvocato e respiro a pieni polmoni un ramo fiorito che per prudenza non si affaccia dal cancello. Potrei infilare una mano, reciderlo e portarmelo via, ma non lo faccio. Mica per l’avvocato e neanche per il Virginalis, perché il tizio della Mercedes mi sta guardando. Ricambio rapidamente lo sguardo, non è il dentista. Sento che continua a osservarmi. Entro in studio e inizia la circumnavigazione delle anime. Esco con l’ultimo paziente che ha deciso di farmi compagnia mentre chiudo. È impossibile non vederla, la Mercedes, è esattamente dov’era alle 15. Lui è seduto al posto di guida e fuma un sigaro con il finestrino aperto. Lo spio con la coda dell’occhio, lui non finge neanche, mi guarda e basta. Ma chi è?! Salgo in macchina. L’inversione a u mi costringe a fiancheggiare la Mercedes. Lo guardo, lui accenna un sorriso. Accelero ma il semaforo rosso mi blocca. Nello specchietto retrovisore vedo che mi segue. In 10 minuti sono a casa. Allora non è casuale. Questa cosa non mi piace. Non mi piace che sappia anche dove abito.
Terzo giorno
Oggi vado a lavorare più tardi. Pranzo a casa, musica soft in sottofondo, gioco un po’ con il cane. Poi mi preparo e vado. Faccio finta di non vederli, lui e la sua Mercedes. In studio mi concentro sul lavoro. Accompagno il paziente delle 18 fin sull’uscio, giusto per sbirciare fuori. Non c’è. Bene. Alle 20 è di nuovo lì. Comincio a innervosirmi. Cosa diavolo vuole da me? Non ho sospesi in giro, né parenti mafiosi. È troppo distinto per essere un sicario, anche se non si può mai dire. Ma che vado pensando? Mi dico da sola. Salgo in macchina ignorandolo. Mi avvio piano e il semaforo mi ferma. Lui mi sta dietro. Al verde scatto e cambio strada. La Punto fa quello che può. Lui c’è, come Dio. Accosto appena posso, lui pure. Scendo dall’auto e vado verso di lui, che mi fissa. Sperando che non mi spari in faccia mi chino all’altezza del finestrino e, controllando il fastidio, gli domando:
«Allora, che vuole da me?»
«… Sì, mi rendo conto che la cosa può averla infastidita, ma non volevo.» Non lo lascio finire.
«Ecco, mi ha infastidita, perciò la smetta!»
«Senta, vorrei parlarle… non ha nulla da temere, mi creda.» La voce è grave e il tono pacato.«Ma cos’è? Un approccio? Perché se è così, guardi, proprio non m’interessa!» «Non è un approccio. Vorrei solo invitarla a bere un caffè, o a pranzo. Sembra una supplica, ora. «Ma perché?!»
«Cosa le costa? Non ha nulla da temere in un luogo pubblico.»
«Mi scusi, ma non ne vedo il motivo. Ci conosciamo? Non mi pare. È parente di un mio paziente e vuole qualche informazione? Guardi che…»
«No, no. Non ci conosciamo, non ho parenti che vengono da lei, non sono neanche di questa città. Sono di passaggio e vorrei che lei pranzasse con me. Poi capirà.» «Senta, ho già perso del tempo, non m’interessa questa cosa. Buona serata.»
Mi avvio sconcertata e infastidita.
«Ci pensi, la prego!» dice sporgendosi dal finestrino. Sei fuori di testa, ecco cosa penso.
Quarto giorno
È giovedì. Torno al bar per mangiare qualcosa al volo, in piedi. Gli operai non hanno ancora staccato. Pochi gli avventori. Ho appena finito il mio toast, per poco la birra non mi va di traverso.
«Posso offrirle un caffè? Due caffè!» Me lo trovo di fianco, elegantissimo e sorridente. Il barista li sta già
Preparando. Non mi va di discutere qualunque sia il pubblico. «Andiamo fuori» dico, e il tono mi esce perentorio. Ci sediamo a un tavolino al sole, lo guardo a braccia conserte e sento la durezza della mia espressione. «Si rilassi, la prego. È solo un caffè.»
«La sua insistenza rasenta la cattiva educazione, lo sa?»
«Non sia così severa, la prego, e lasci che la guardi.»
«Se pensa che la cosa mi lusinghi, ha sbagliato persona, mi creda! Sono vecchia di intorti, e anche lei non è più un ragazzino, mi pare.»
«Non sto cercando d’intortarla. Lei mi sta facendo un grosso dono.» Lo guardo scettica, mentre sorseggio il caffè.
«È impressionate, mi creda… davvero impressionante!» Lo dice con un tono così assorto e pacato che mi spiazza. Mi arrendo e mi rilasso.
«Mi dice cos’è impressionante?»
«Domani a pranzo. Ma non qui. Scelga lei il posto e si ritagli un’ora.»
«La sua insistenza mi incuriosisce persino» dico un po’ acida.
«Cos’ha da perdere? Prenota lei?»
Quinto giorno
Lo trovo che mi aspetta davanti al ristorante.
Ho indossato un severissimo gessato blu, con tanto di camicia bianca, e mi sono tirata su i capelli. Oggi sono più professionale: da pranzo di lavoro.
«Sta molto bene, vestita così.»
«Grazie. Allora?»
«Non vuole pranzare prima?»
«Va bene. Pranziamo.»
«Io so alcune cose di lei, come si chiama, il lavoro che fa, dove abita»
e sorride, quasi a farsi perdonare. «Mi chiamo
Sandro, sono un ingegnere e vivo a Milano”
Il cameriere arriva con il menù. Ordiniamo e lui
prosegue.
«Sono sposato, anzi lo ero, eravamo
innamoratissimi… ma mi ha lasciato.»
È assorto, forse rivede qualche scena del passato. Mi verrebbe voglia di chiedergli: perché l’ha lasciato, ma non sono in servizio, se vuole me lo dirà. Arriva il primo, lo assaporo con calma, sorseggiando dell’ottimo vino rosso. Al secondo concretizzo che sto mangiando con troppo gusto. Il vino mi ha sciolto e sono persino più magnanima.
«Lei non è una da dieta?» dice sorridendo. «Anche Silvia amava la buona tavola.» E s’intristisce.
«Perché non smette di pensarci per un po’? Lei non è qui, si goda il pranzo, intanto.»
«Lei è qui.»
Mi guardo in giro sconcertata. Ma che ha combinato? Mi usa per far ingelosire la ex moglie? Negli altri tavoli due uomini, una coppia di anziani, un signore da solo. Lo guardo interrogativa.
«Lei… è Silvia!»
«Senta…»
Questo è davvero pazzo! Il cameriere arriva con il caffè.
«Lei pensa che io sia matto, vero?»
«Assolutamente sì, lei cosa penserebbe?»
Apre la ventiquattrore e tira fuori una busta gialla da cui sfila delle foto.
«Le guardi.»
Le guardo e mi irrigidisco. In un primo piano vedo me.
«Che scherzo è questo? Chi gliele ha date?»
Scatto in piedi indignata, voglio andarmene.
«Si fermi, la prego.»
«È uno scherzo idiota, e vorrei sapere che senso ha!»
«Le osservi bene, per favore.»
Lo faccio risentita, in piedi e in silenzio. Gli abiti che indosso non sono miei.
Guardando meglio, sono diversa, cioè, questa tizia è diversa. In un primissimo piano ha persino lo stesso colore di occhi, ma non ha le efelidi né i nei sulla guancia sinistra, e l’espressione è più distesa della mia abituale. «Impressionante, vero?»
«Sì, se non fosse per alcuni particolari, direi che sono un bel fotomontaggio.»
Le osservo ancora, sempre più incuriosita. Sapevo di questa storia dei sosia che abbiamo in giro, ma la somiglianza è straordinaria. Mi fa uno strano effetto.
«Ha i capelli più mossi dei suoi ed è più alta, ma vi somigliate persino nei gesti.»«Non so che dire… credevo fossero cose da film.»
Scorro le foto e Silvia mi guarda radiosa.
«Adora i gioielli… e lei?» «Non ne faccio una malattia. Amo solo gli anelli.»
«Anche le mani sono uguali. Come le muove. Silvia è molto attenta ai dettagli. Era l’incarnazione della perfezione.»
Nelle foto lo è, nulla che stoni in lei.
«Capisce, ora?»
«Ci provo. Devo mettermi nei suoi panni, pensare a come reagirei nel vedere una persona molto somigliante a quella che mi ha lasciato.»
«Capisce perché ho insistito? Quando l’ho vista la prima volta ho creduto di avere un’allucinazione. Ero convinto fosse Silvia. Mi sono dovuto fermare tanto era lo sbigottimento e l’emozione. Il resto lo conosce. Mi spiace averla spaventata.»
Lo guardo in silenzio e spero di non avere un’espressione di Silvia. Il suo viso tradisce una sofferenza incontenibile.
«Devo andare, ora» dico raddolcita. So che gli farebbe bene parlare, ma non faccio domande, il suo dolore ha già raccontato. Usciamo e ci avviamo verso le macchine.
«Grazie per il pranzo. Chissà, magari vi rincontrerete. Nella vita a volte si torna sui propri passi.» Non lo penso veramente.
«Chissà. Grazie per la pazienza e la disponibilità. Lei mi ha regalato belle emozioni. Stia bene e non si preoccupi, è tutto ok.»
«Anche lei.»
Non mi preoccupo, e di che? Mi dispiace per lui, questo sì.
Ci stringiamo la mano, lui indugia nella stretta. Mi guarda con dolcezza struggente.
Vorrei consolarlo, dirgli che un’altra donna potrebbe renderlo di nuovo felice. Ma taccio. Certi amori, forse, sono unici e indimenticabili. Nessun arrivederci. Io non ci tengo a rivederlo e lui non cercava me.
Sesto e settimo giorno
Sabato e domenica per me sono sacri. Esco dalle storie della gente e mi occupo della mia. Stavolta non del tutto. Ho ripensato a questa strana situazione, non è reale, non è vera, è un copione da film. Forse quell’uomo mi ha presa in giro, forse voleva testare le mie qualità professionali, vedere come me la cavo con la mistificazione. Come ne sarò uscita? Crederà di avermi convinta? Sono rimasta scettica fino alla fine, o quasi. Che bravo attore, com’era vera la sua sofferenza! E se invece fosse tutto vero? Forse ci sono persone molto simili a noi, sparse nel mondo. Forse ci sono uomini che amano così, forse certi amori sopravvivono alla loro fine. Un po’ fuori tempo, magari… oggi anche gli amori si consumano in fretta.
Forse lui aveva preso un granchio, magari lei non lo meritava.
Ottavo giorno
Torno a lavorare e questa volta la cerco, la Mercedes blu. Non c’è. Capisco che è andato via.
Quel po’ di emozione che gli serviva, che gli è capitata, se tutto era vero, se l’è presa.
Missione mia, non cercata e non voluta, compiuta.
Soliti rituali mentre mi assale una piccola nostalgia. Suona il citofono. Non può essere il primo paziente e sento che non è neanche lui. Apro e vedo il mazzo di fiori più grande che abbia mai ricevuto in vita mia. C’è anche un biglietto.
Il ragazzo della consegna si aspetta la mancia. Questi fiori la valgono tutta. Non so dove mettere il mazzo, faccio scorrere un po’ d’acqua e lo adagio nel lavandino. Devo comprare un vaso più grande.
Poi mi siedo e leggo.
“Non rincontrerò più Silvia: è morta e da questa situazione non si torna indietro. Ci amavamo tanto e mi piace pensare che sia stata proprio lei a favorire questo incontro, perché la rivedessi ancora una volta e il mio dolore avesse una breve tregua. Lei è stata davvero gentile, accetti senza imbarazzo il dono che troverà nei fiori. La ringrazio tanto, sinceramente. Sandro.”
Torno in bagno e guardo dentro al mazzo. Ancorata con un nastro d’argento agli steli delle rose, una scatolina blu. La apro lentamente. È bellissimo! Un diamante incredibilmente bello. Non riesco a capacitarmene e sono in forte imbarazzo. Non lo voglio! Mi precipito alla porta, apro. La Mercedes sta andando lentamente nella direzione opposta al mio studio. È già lontana, corro come una forsennata, lui rallenta un po’, se accelero lo raggiungo.
All’ultimo momento… mi fermo. Lui mi ha vista, si aspettava la mia reazione o forse voleva vedere Silvia un’ultima volta. Sporge la mano dal finestrino, la solleva per salutare. Rispondo al gesto con malinconia. Rimango lì finché la macchina non viene inghiottita da una curva. Non ho preso la targa e non posso risalire a lui, né restituire il regalo né ringraziare. Non ho voluto. Illusione e dolore oggi viaggiavano insieme. Silvia non ha voluto.
Rientro in studio. Il profumo dei fiori è intenso e inquietante. Silvia è qui, Silvia non mi fa paura. Mi sembra di avvertirne la presenza. Non trovo sciocco dire a voce alta “Ciao, Silvia” e neanche aprire la porta per farla uscire, perché vada da lui o lo lasci per sempre.Il diamante è rimasto pietra, non è diventato un anello. È la prova tangibile di qualcosa che non ho sognato. Non è diventato anello. L’anello è un pegno d’amore. Non era per me. Ogni volta che ho pensato di dargli quella forma, mentalmente chiedevo a Silvia: “Lo faccio?” e la risposta era sempre la stessa: “Non ora. Aspetta il grande amore”. E dunque aspetto.