Il viaggio e i viaggiatori
Se facciamo un passo indietro, scopriamo che in realtà il viaggio è una caratteristica dell’uomo: si viaggia da sempre, per terra e per mare (negli ultimi decenni anche per aria...). Alo di là dei fatti migratori che costituiscono una parte fondamentale della storia dell’umanità, la mobilità territoriale ha costituito comunque un aspetto essenziale del lavoro di mercanti (nella sola area euro-mediterranea si pensi ai fenici, agli antichi greci piuttosto che ai beduini del deserto), come lo è stata fin dall’antichità in caso di guerre (chi non ricorda gli achei nell’assedio di Troia o gli eserciti romani fino al Vallo di Adriano?). Ma l’uomo viaggia anche per fede: si pensi ai pellegrini greci o romani in visita ai santuari dell’antichità o ai cristiani del medioevo sulle vie per Roma o per il Santo Sepolcro o per Santiago de Compostela, così come ai musulmani (peraltro ancora oggi) su quelle verso la Mecca.
Ma se pensiamo al mondo del turismo, con la “vacanza” ormai a portata di tutti (o quasi), scopriamo che quanto è accaduto negli ultimi decenni, almeno nell’Occidente globalizzato, ha due soli riscontri storici. Uno di questi è il trentennio che va dal 1492 al 1522, un trentennio che segna (con Colombo, Vespucci, Vasco de Gama o Magellano) una rivoluzione senza precedenti della geografia del mondo: la corsa alle Indie attraverso il mare e le conseguenti scoperte geografiche ed etnografiche da parte delle missioni guidate dai grandi navigatori sconvolgono in quel frangente storico, oltre la cartografia tradizionale, anche le basi eurocentriche della cultura nel suo complesso, mettendo direttamente in contatto quella parte della terra (l’Europa e, solo in parte, la vicina Asia) che fino ad allora aveva ritenuto di essere il mondo “nella sua totalità” con quelle altre parti della terra (l’Oriente nel suo complesso, l’Africa e le Americhe) di cui o non si aveva affatto notizia, o si avevano notizie vaghe e piuttosto mitiche.
A spingere in molti casi questi grandi navigatori verso l’oceano sconosciuto, al di là delle mitiche colonne d’Ercole, era il desiderio di avventura, la possibilità di trasformare la propria impresa in un evento memorabile, il senso di sfida alle credenze di miti e di leggende (quelli medievali e anche quelli classici ritornati in auge col rinascimento) che continuavano ad aleggiare nell’aria in una società che non riusciva ancora a fare del tutto a meno di esprimersi per allegorie e simboli. Per tale ragione, oltre che di mostri e sirene abitatori degli oceani, si favoleggiava sulle meraviglie esotiche dei luoghi lontani, che avrebbero nascosto ori e altri tesori immensi, protetti da giganti o da altri strani uomini con la coda o ancora da terribili animali come draghi e idre.
Un’altra rivoluzione si ha a partire dalla fine del ‘700, allorquando i giovani rampolli della nobiltà e, pian piano, anche quelli della nascente borghesia, iniziarono a voler viaggiare per diletto, indipendentemente dalle finalità religiose che erano state, per tanti secoli, dei pellegrini; segno di una cultura che la rivoluzione francese aveva già profondamente iniziato a laicizzare. Quei moderni viaggiatori (pensate a Goethe) furono i precursori del turismo in senso moderno, anche se il “viaggio” rimase per tanto tempo ancora appannaggio di poche persone che avevano la possibilità economica (e il tempo) per poter fare lontano da casa i turisti.
La terza rivoluzione, quella più vicina ai giorni nostri, avviene quando il turismo diventa fenomeno di costume e insieme di massa: con l’inserimento nei contratti di lavoro del diritto a godere di alcuni giorni di ferie pagate (già nella prima metà del secolo scorso), con i nuovi veicoli di trasporto collettivo (i “torpedoni”, ma anche gli “zeppelin” e i primi aerei che vanno ad aggiungersi ai treni, ai “piroscafi” e ai ferry-boat) e, pian piano, di trasporto familiare (l’automobile). Il tempo libero (cioè le ferie) si trasforma così non solo in assenza momentanea dall’occupazione, ma soprattutto in tempo utile da riempire di contenuti (viaggiare, conoscere, imparare altre lingue, divertirsi, ecc.) e la vacanza si fa strada accanto al relax e al riposo. E tanto più si impone, quanti maggiori sono i giorni liberi, e naturalmente le disponibilità finanziarie per gli spostamenti in altri luoghi e il soggiorno una volta a destinazione.
L’ultima vera sfida arriva negli ultimi decenni, quando al concetto univoco e unitario di “turismo” inizia a contrapporsi quello di “turismi”, tanti e diversificati fra loro, per periodi lunghi o corti (anche il semplice week-end, complice il sabato non lavorativo entrato ormai nella consuetudine per tanti lavoratori), con proposte e offerte commerciali che si contrappongono ai desideri e ai sogni dei singoli in una logica di marketing in cui al “prodotto” tradizionale (un detersivo o un frigorifero) è stato sostituito un prodotto meno materiale, ma altrettanto concreto, come il “tour” (la crociera, il soggiorno in villaggi, il relax alle terme, il viaggio itinerante di gruppo, il fly & drive, il turismo itinerante in camper o in barca, ecc.).
Ma il “viaggio” è qualcosa di diverso dalla “vacanza”; il fine del viaggiatore non è arrivare in un certo luogo (una casa al mare, un hotel, un campeggio) e soggiornarvi per un dato periodo; è il viaggio in sé, come scoperta, come avventura, come rigenerazione del proprio sé. Tutto rientra nella logica del turismo, ma parliamo comunque di cose diverse.
Le motivazioni interiori del viaggio
In ogni caso, se molteplici sono oggi le logiche del turismo, o meglio – come già detto – dei turismi, approfondire le motivazioni che portano le persone a desiderare di vivere esperienze personali fuori dal proprio contesto abitativo, geografico e sociale diventa compito delle scienze umane, dalla sociologia alla psicologia; e questo al di là degli spostamenti per esigenze lavorative dei grandi manager o, all’opposto, di quelli degli emigranti e di tutti coloro che scappano dai propri Paesi per fame o per le guerre in cerca di un mondo migliore e di un avvenire per la propria famiglia. In particolare, soprattutto negli ultimi anni, all’interno dei vari filoni di ricerca della psicologia sociale, si sono moltiplicati gli studi e le riflessioni sul turismo nell’ambito di quella branca che ormai viene comunemente definita “psicologia del viaggio” o “psicologia del turismo”.
Alla soglia degli anni ’70 del Novecento, quando il processo del turismo cominciava ad avere una base sociale più espansa, ci fu chi (Erving Goffman) elaborò la teoria dell’inter-azionismo simbolico per cercare di spiegare le motivazioni della ormai dilagante passione per i viaggi della nuova classe borghese e le logiche dei comportamenti in vacanza degli individui e dei gruppi. Occupandosi principalmente dell'interazione sociale che ha luogo nella vita quotidiana, elaborando una teoria microsociologica, egli approfondì la sua analisi sul comportamento turistico e sulla motivazione al turismo, evidenziando che su di esso influiscono fortemente i processi di socializzazione e di interazione con le altre persone o con particolari oggetti ricchi di significato per l'individuo.
Ma partiamo dalla motivazione che in genere hanno le persone che viaggiano: anche nell’ambito del viaggio esistono infatti vari aspetti motivazionali:
· esigenza di staccare dal lavoro o dal quotidiano;
· bisogno di riposarsi e di trovare relax, magari in cerca di solitudine interiore;
· desiderio di svagarsi e divertirsi;
· bisogno di incontrare parenti e amici;
· desiderio di approfondimenti culturali;
· voglia di imparare sul campo (o di migliorare) l’uso di un’altra lingua;
· partecipazione a manifestazioni sportive o a pellegrinaggi religiosi;
· esigenza di conoscere nuove realtà e di spingersi verso altri confini;
· ricerca dell’esotico e del raro, spesso in coincidenza con il “lontano” e il “raro”;
· intimo desiderio di scoprire i propri limiti.
La realtà virtuale e alternativa della rete e dei social network consente di trovare soluzioni senza muoversi da casa solo ad alcune di queste motivazioni, e pertanto il turismo può essere inteso, anche nell’era di internet, prima di tutto come spostamento volontario delle persone da un luogo all’altro ed essere così rappresentato dal punto di vista psicologico proprio in base alle motivazioni al movimento. Quindi non esattamente come risposta a un bisogno elementare, ma molto di più.
Volendo individuare le motivazioni che più frequentemente spingono il turista a una determinata scelta, molti analisti sono concordi nel ritenere la “fuga” dal quotidiano e dai dolori che la società infligge sia l’elemento più ricorrente nella scelte di viaggio. In questo caso la vacanza assume un ruolo di compensazione rispetto ad alcuni bisogni e mancanze che vengono avvertiti nella vita di tutti giorni (sole, mare, relax, divertimento…) o diventa un modo per ricompensarsi del lavoro svolto durante l’anno, cercando (sempre più spesso) attraverso la propria scelta di distinguersi dagli altri. Spingendoci un po’ più all’interno dei meccanismi psicologici che determinano le scelte turistiche, si può dire che le motivazioni del viaggiare possono raggrupparsi in tre distinte aree:
1. quella “del sé”: la necessità di ripristinare un equilibrio fisico e mentale dell’individuo;
2. quella “dell’altro da sé”: la ricerca della trasgressione come principali fattori di scelta;
3. quella del “dentro di sé”: il viaggio, meglio se in luoghi lontani, ha l’obiettivo di cercare un contatto profondo con la propria interiorità.
L’esperienza ci insegna d’altronde che di motivazioni ce ne possono essere varie e tutte collegate tra loro, alcune meno evidenti di altre a un esame superficiale: al di là dell’autostima, alcuni individui amano viaggiare (o scegliere specifiche destinazioni o particolari strumenti – come uno yacht - per il loro viaggio) perché ritengono che questo aiuti a conferirgli prestigio; anche la possibilità di poter incontrare persone “di classe” diventa uno stimolo psicologicamente importante nella scelta di una destinazione o di un periodo di tempo specifico per il viaggio (Cortina a Natale o a Capodanno).
C’è poi lo spirito di gruppo che incanala masse di persone verso una destinazione in occasione di un evento sportivo, di un concerto o di un evento religioso (come il meeting della pace di Assisi, l’incontro internazionale dei giovani col Papa, il pellegrinaggio alla Mecca, il bagno nel fiume Gange, ecc.): manifestazioni ed eventi di tal genere portano a intendere il viaggio come manifestazione o conferma dello spirito di appartenenza a un dato gruppo, nella logica dei bisogni superiori come l’autorealizzazione di cui parlava già a metà del secolo scorso Abraham Maslow. In questi casi il turismo può essere considerato come una cerimonia collettiva alla quale la maggior parte dei soggetti partecipa senza avere piena consapevolezza del suo significato antropologico.
Ovviamente, è corretto individuare l’esistenza anche di barriere che si oppongono alla decisione di viaggiare o comunque di intraprendere un viaggio: dall’insostenibilità del relativo costo agli handicap della salute, dal tempo limitato (per esempio per chi lavora) alle limitazioni familiari (l’assistenza a genitori anziani, la presenza in famiglia di figli in giovanissima età o in crisi adolescenziale, ecc.). Così come esistono tensioni emotive che derivano da difficoltà che frenano la fattibilità della scelta di una destinazione o che sconsigliano il concretizzarsi di un viaggio, pur desiderato, per ragioni indipendenti dalla volontà dell’individuo: un conflitto nei luoghi dove si vuole andare, le difficoltà nel raggiungere una destinazione, carenze nella sicurezza, standard insufficienti nell’apparato logistico (strade o strutture di accoglienza).
Queste tensioni possono a loro volta produrre disagi a carattere sia psicofisico che psicosomatico, in quanto al piacere connesso al viaggiare e al visitare luoghi nuovi si possono contrapporre disagio, preoccupazione, angoscia, paura; tensioni emotive che possono sfociare in vere e proprie fobie o in crisi psicologiche all’avverarsi di situazioni temute o di imprevisti (un guasto, un incidente, una malattia improvvisa, una lite con chi si viaggia, il furto dei documenti, ecc.). Anche di questo si occupa la psicologia del turismo, che cerca di analizzare tutte quelle componenti psicologiche sempre presenti nel motivare un individuo a compiere una vacanza e quelle barriere e tensioni emotive che invece ostacolano il viaggio e lo rendono difficile.
Ansie e patologie del viaggiatore
Capita spesso che la partenza sia un modo per far emergere a livello familiare e di gruppo quelle che sono incomprensioni che durante l’anno rimangono sommerse; pensiamo infatti a come in uno spazio angusto come un camper sia difficile mettere d’accordo il proprio lato individuale, fatto di bisogni, aspettative e desideri con quello familiare; pensiamo alla differenza tra gli orari dei vari membri della famiglia, alla modalità diversa di percepire un avvenimento in viaggio e ai diversi gusti e ai conseguenti approcci che ogni componente della famiglia evidenzia quando arriva in un posto nuovo. Capita così che vi sia uno scontro tra generazioni: figli adolescenti che probabilmente preferiranno mete più “giovanili”, con svaghi e divertimenti, rispetto a genitori amanti di mete più culturali o di semplici luoghi per il riposo.
Questo è ovviamente un problema che può nascere non solo tra membri della stessa famiglia, ma anche tra persone all’interno di un gruppo formatosi per un viaggio in comune; a volte la difficoltà sta nel riuscire a mediare mete comuni, interessi personali, aspettative della vacanza; da tutto ciò possono nascere incomprensioni, liti e situazioni difficili da gestire di cui la famiglia o l’intero gruppo tra i suoi membri devono farsi carico per far sì che la tanto agognata vacanza non risulti un momento stressante, ma diventi comunque un momento di rilassamento e di stacco dalla routine quotidiana.
Una problematica spesso presente quando viaggiamo è poi la relazione tra noi e le persone che abitano nei luoghi che andiamo a visitare; persone che spesso hanno una cultura molto differente dalla nostra, in termini di usi, religione, tradizioni, orari, abitudini: basta allontanarsi un po’ dall’Italia e trovarsi in Inghilterra o in altri Paesi del nord Europa per entrare in relazione con persone molto diverse da noi per le modalità di relazione o, più banalmente, per gli orari e i ritmi della giornata: si pensi che in Scandinavia alle 20 o poco più i ristoranti sono già chiusi e chi è abituato a cenare dopo quell’ora, non sapendolo, rimarrà digiuno! O, visitando un Paese arabo, si potrebbe involontariamente incorrere in errori di comportamento con persone che per visioni religiose o consuetudini diverse dalle nostre, difficilmente riuscirebbero a interagire con noi o permetterci altrettanto con loro.
Ma lo stress può essere alla base anche di alcune paure e fobie tipiche del viaggiatore e del turista. Pensiamo all’idea di arrivare in un Paese straniero e non sapere come farci capire: è quasi una paura dell’ignoto, del non conosciuto. Poi ci possono essere delle “fobie” individuali che ci angosciano in viaggio; ad esempio, chi ha paura delle forti piogge o dei temporali già quando si trova a casa propria sentirà il temporale in viaggio come qualcosa di più pericoloso, perché magari è all’interno di un camper, in quanto aumenterà la paura di non sentirsi protetti come a casa. Oppure pensiamo a chi, tra i camperisti, proprio per sentirsi protetto come a casa, sente il bisogno di dormire sempre in un campeggio, dove è più semplice e immediato accedere a dei servizi o chiedere aiuto se si ha bisogno. E poi è capitato a tutti di sentirsi impotenti rispetto ad alcuni avvenimenti o imprevisti che ci accadono, come un furto, un guasto al motore, il non trovare ciò che ci serve in un supermercato, il trovarci in una zona “difficile”, uno stato febbrile o un mal di denti. Questi eventi, quando accadono in viaggio, moltiplicano le nostre abituali ansie e possono renderci ancor più vulnerabili nei confronti dei piccoli e grandi contrattempi quotidiani.
Ma potremmo continuare per esempio parlando di voglia (e ansia) di leadership: c’è chi ama “essere portato” e mai farebbe un viaggio senza una guida; e c’è chi invece non sopporta i condizionamenti, i ritmi e le scelte impostegli da qualcuno, cioè la leadership altrui, e gli si oppone anche inconsciamente creando attriti o facendoli sorgere all’interno del gruppo. Per non parlare di altre sindromi comuni ai viaggiatori, come il machismo e il bullismo del turista o il desiderio di rompere gli schemi etici di comportamento condivisi per compensare la repressione abituale del quotidiano. Per non parlare, infine, della sindrome del ritorno, allorquando alla vigilia del rientro al lavoro o alla vita abituale ci si fa prendere da una grande stanchezza o dall’apatia, con oscillazioni dell’umore che si rifletteranno anche nei rapporti familiari e sociali.
Ma questa è un’altra storia: magari ne parliamo a fine estate!