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La 'presenza' non è mai condizione originaria. E' ritorno da una assenza.

La presenza è il fuoco del nostro tema: non solo usare parole, ma essere. Cioè stare in una situazione in cui è difficile essere presenti, perché siamo pressati da più parti, perché la nostra attenzione è distolta, lesa, da tanti stimoli differenti che non ci permettono di vivere pienamente gli istanti, i momenti, le situazioni. Ma riuscire comunque ad essere presenti.

È giusto considerare virtuosa la situazione di adesso, in cui siamo presenti insieme attraverso una tecnologia che ce lo permette. Ma possiamo anche ricordare -lo ha detto adesso lo stesso Paolo Bruttini, uno dei padroni di casa -che diciamo “un incontro in presenza”. Ecco, usiamo ormai anche le parole senza pensarci fino in fondo, ma dire “un incontro in presenza” significa non solo immaginare già il piacere di stare insieme, ma anche ricordare il senso della formazione. Se non riusciamo a essere fisicamente insieme nello stesso luogo, dobbiamo essere in qualche modo capaci di evocarlo, questo stare insieme, senza però cadere in una finzione.

Stare insieme, essere insieme. Senza finzioni. Il titolo a cui siamo arrivati ragionando insieme - Il valore della presenza - evoca questo tipo di riflessione. Il valore, perché? Stiamo cercando di dare valore, stiamo cercando di portare alla luce, anche in presenza di altre modalità di misurare il valore, il valore della persona, al di là delle metriche che si possono usare di volta in volta, degli standard di riferimento che sono proposti ormai a ogni Direzione del Personale. Ci sono dunque indicatori globali che vengono applicati, ma il valore non sta solo nell’adeguatezza, nella vicinanza a uno standard. Sta in una misura che nasce non dall’esterno dell’organizzazione, ma dall’interno: dalla valutazione dei bisogni, dalle aspettative delle persone, da quello che noi sentiamo giusto fare.

Quindi già l’espressione “valore” va disambiguata. Siamo portati -abbiamo ragionato con Paolo specificamente su questo punto -a stare attenti, perché ormai, quando diciamo valore, ci viene subito in mente qualcosa che ci viene proposto e imposto: il valore per l’azionista, il valore economico.

Il nostro coraggio -e non dico solo di Forma del Tempo, che fa una proposta, ma di ogni formatore -è saper continuare a vedere, anche dentro vincoli che ci chiedono di essere coerenti con questa misura esterna del valore, il valore della persona e il valore delle relazioni.

Potremmo dire anche il valore delle Risorse Umane, non però il valore misurato con metriche che confrontano il lavoro umano con quello delle macchine o dell’intelligenza artificiale. Parlo invece del valore che sappiamo essere implicito nella nostra cultura aziendale, nella mente, nel cuore e nel corpo delle persone che lavorano con noi. La formazione è portare alla luce questo.

È interessante ricordare che “valore”, in questa sua ambiguità e ampiezza di senso, è anche sinonimo di “coraggio”.

Ognuno di noi cerca il senso attraverso la propria lingua, ma il senso è sempre utile rileggerlo alla luce di un’altra lingua che si conosce. Io, forse, l’unica lingua straniera che conosco bene è lo spagnolo. In spagnolo, per parlare di coraggio, si dice più spesso “valor” che “coraje”. Anche noi diciamo “un uomo valoroso”. Il valore ha a che fare proprio con questo: si sporge fin sulla soglia dell’eroismo, di fronte alla difficoltà.

È interessante ricordare anche un’espressione inglese: “worship”, che indica il culto, per esempio il culto degli antenati. Nei tempi del Romanticismo, anche in Italia si diceva: “L’urne de’ forti a egregie cose accendono”, cioè il ricordo dei maestri, il ricordo dei grandi, la presenza simbolica anche dei capi, dei leader, è qualcosa che ci accende, che stimola, che porta valore. E che chiama in campo anche il nostro coraggio nell’agire.

Quindi, noi sappiamo che in questo momento c’è bisogno di valore. Valore nel senso di portare alla luce, tenere in campo, anche con la nostra forza, all’interno di un’organizzazione, qualcosa che altrimenti non ci sarebbe. Controbilanciando cosí altre misure del valore. C’è bisogno anche di tenere fisso il nostro timone sul valore delle persone. Poi c’è questa dimensione del coraggio. Il coraggio di dire a sé stessi:: in questo momento fare questo è difficile. Quindi ci vuole valore per fare questa cosa di valore.

Come si manifesta il valore che nasce dall’organizzazione, il valore delle persone? E come si può andare in cerca di questo valore, che è lo scopo della formazione e quindi è il tema del nostro catalogo? Alla fine si tratta di trovare i modi per portare alla luce il valore che c’è. In che direzione ci porta?

Ci siamo chiesti questo, e siamo arrivati cosí al concetto di ‘presenza’.

Oggi lavoreremo insieme su questo. Per me la parte più importante della giornata sarà la seconda metà, quando lavoreremo insieme. Perché? Perché la presenza, possiamo dirlo già così, è sempre compresenza.

E quindi, in questa situazione in cui non siamo tutti insieme, come facciamo a essere presenti insieme? Visto che noi qui potevamo almeno essere insieme, anche come testimonianza di questo invito a stare insieme nella giornata di settembre, il concetto di presenza oggi è centrale.

Serve parlare di presenza perché viviamo in una situazione di assenza: in qualche modo, di assenza di relazione, di difficoltà di relazione. E facendo ormai tutti noi formazione soprattutto tramite mezzi digitali, serve anche a noi formarci per essere capaci di mantenere viva la presenza in questa situazione, perché la presenza oggi è assente e va ritrovata. 

Adesso, se andiamo a leggere quello che si dice a proposito di ciò che è successo sabato [16 giugno 2026], cioè il tentato attentato al Presidente degli Stati Uniti, vediamo che tutto l’argomento trattato sui giornali americani, poi in giro per il mondo e sui social network, è questo: “Staged, or not staged?”, era una messinscena o non era una messinscena? Tutti i commenti si giocano su questo: Stage or not staged? Ormai ci sono vari motivi, anche da parte di giornalisti serissimi, per dire che in realtà era una messinscena. Lo stesso Trump è arrivato a dire: “Ah, dire che avevo messo in scena un complotto…”. Di solito ci si metteva dei mesi, adesso ci si arriva in poche ore. 

Qual è il concetto? È che ormai tutti noi viviamo in una situazione condizionata da mezzi di comunicazione digitali, da luoghi virtuali digitali, dove quello che è sicuro è che stiamo vivendo tramite tecnologie; e quello che è sempre possibile è che si tratti di una simulazione. Quindi è come se dovessimo trovare dei motivi per convincerci che non viviamo in una simulazione, ma viviamo invece una relazione carnale, precisa, di persone che si guardano negli occhi.

In qualche modo dobbiamo tornare indietro, alla presenza carnale; oppure, come formatori, dobbiamo sapere che, pur lavorando tramite queste mediazioni digitali, dobbiamo mantenere viva la presenza.

Dobbiamo ricordare che la formazione, e il concetto stesso di relazione, nascono dallo stare insieme, dal guardarsi, non solo dal parlare, ma dal guardarsi negli occhi, dal potersi toccare. La parola latina “pupilla” vuol dire che sono così vicino che, guardando i tuoi occhi, vedo dentro i tuoi occhi la mia immagine, la bambolina che mi rappresenta, cioè l’immagine di me. Noi possiamo usare anche strumenti digitali, ma come facciamo a mantenere viva questa nostra presenza? La situazione di fatto in cui oggi viviamo è una situazione digitale. E questa stessa situazione digitale è anche frutto di un contesto storico che ha fatto sì che fossero sviluppati strumenti in un certo modo: i social network sono stati sviluppati da qualcuno che, possiamo dire, voleva frapporre una piattaforma nella relazione tra l’uno e l’altra.

Perciò in questo momento, il compito della formazione -e ha un po’ questo senso anche il catalogo di incontri che proponiamo -è recuperare una dimensione di relazione in una situazione in cui le nostre relazioni sono fratturate, intermediate, magari sostituite da simulazioni di relazioni, da messe in scena.

Possiamo quindi cogliere un aspetto interessante nella parola “presenza”. “Praesens”, parola latina, nata in latino. è una parola del tutto artificiale, costruita, nata innanzitutto nel linguaggio giuridico e politico. Perché? Perché non esisteva neanche in latino una parola precisa per parlare della “presenza”. Però -e questo è attualissimo per noi oggi -esisteva una parola precisa che parlava della “assenza”: “absens”. “Ab esse”, vuol dire “non essere qui”, cioè vuol dire “essere altrove”.

E’ una parola nata in ambito giuridico. Il latino è molto preciso e, dal punto di vista giuridico, i Romani erano molto fini: si studia ancora adesso il diritto romano. Quindi l’assenza è la posizione difensiva della persona protetta dalla legge nel dire: “Ah, ma io non c’ero”. Io ero dall’altra parte: “absens”. Quindi vuol dire proprio: non sono responsabile, io non c’entro. Ora, capite che questa è una situazione che ognuno di noi ha conosciuto benissimo nella vita organizzativa. Ne sentiamo parlare in ogni incontro formativo che abbiamo vissuto nella nostra organizzazione.

“Presente” è dunque una parola artificiale, costruita per dire il contrario dell’”assente”. Il ‘presente’ è nato proprio come rovesciamento, e completamento, in un quadro giuridico-organizzativo. Il potersi dichiarare assenti comporta -logicamente, giuridicamente- il dover ammettere di essere stati invece presenti.

Con un formalismo tipico della lingua latina -lingua sintetica, in questo simile all’inglese di oggi - si è fatto un calco della parola “assente”: si è presa la parola “assente” e la si è rovesciata, cambiando il prefisso. Sostituendo ‘ab’, lontano, altrove, con ‘prae’, ‘davanti’ a noi’, ‘con noi’, con un riferimento preciso alla ‘presenza fisica’.

È una cosa che a me personalmente ha sempre colpito, fin da quando facevo la mia carriera in un’azienda, dove sono passato da impiegato di ultimo livello a dirigente. Via via si vedeva benissimo questa situazione: l’impiegato non ha conoscenza dell’organizzazione, o forse anzi non vuole averla, se ne sta comodo, nel suo posto, e dice: “Ci saranno le persone responsabili”. Che è un affidarsi, ma anche un dire: “Io non c’entro”. Non c’ero, non ci sono. Non sono presente. Sono altri i responsabili.

Ora però il nostro lavoro è proprio quello di rendere le persone responsabili per la loro parte, non sovraccaricarle, ma dire loro che, se non siamo tutti presenti, l’organizzazione non funziona.

Perciò è interessante partire dalla posizione difensiva più comoda e diffusa, che è quella dell’assenza. Di fronte alla comune e comoda posizione del dire “io sono assente”, cioè del dire “ho tutti i motivi per dire io non c’ero”, come si fa a chiamare qualcuno ad assumere la posizione di chi invece c’era? Come si fa a chiamare qualcuno e dirgli: “Assumiti la responsabilità, perché io so che invece tu c’eri”?

Adesso questo ragionamento ci torna attuale, perché siamo in una società in cui, in qualche modo, ci conviene essere assenti, ed è anche giusto dire che, in un certo modo, anche quando siamo connessi per via digitale siamo assenti.

Quando non ci assumiamo la responsabilità di fronte alle degenerazioni sociali, alle guerre, e anche al malessere diffuso nelle organizzazioni, stiamo dichiarando la nostra assenza. In quanto assenti, non facciamo niente per cambiare la situazione.

Possiamo dire quindi che ci potrebbe essere, anzi c’è, una formazione che è conferma e legittimazione dell’assenza, perché descrive astrattamente ruoli e azioni: questo deve fare questo, quest’altro deve fare altro. E’una formazione che fornisce giustificazioni.

Ma noi parliamo di cambiamento, facciamo un lavoro costruttivo. La formazione che cerchiamo di fare, facendo anche appello a quello che ogni formatore sente nel suo cuore, già così, per suo valore, sta nel dire: cerchiamo la presenza, costruiamola, a partire dall’assenza. E quindi c’è un valore nella presenza e c’è anche un coraggio nel cercare di perseguirla nel contesto in cui ci troviamo.

Dunque possiamo dire che la ‘presenza’ è uno spostamento, uno scollarsi, uno scardinarsi da una posizione comoda -e, potremmo dire, alla lettera, negativa- dell’essere assenti, del non non esserci, per tornare ad esserci. La parola ‘presenza’ contiene questa proposta del tornare qui, ora, del tornare a esserci. Avendo accettato il punto di partenza del non esserci, torniamo a esserci.

È interessante, guardando ancora alla cultura latina, ricordare un modo di ragionare sulla presenza, quello di Seneca,. E’ particolarmente fertile per noi. Potremmo dire che Seneca, nelle lettere a Lucilio parla proprio a noi. Perché le lettere a Lucilio sono un resoconto, e quindi anche un manuale, di formazione a distanza. Seneca parla con questo giovane allievo e, siccome non stanno insieme -mi pare che uno stesse a Roma e questo allievo in Sicilia -gli scrive delle lettere. Sono lettere formative: lo invita ad assumersi le responsabilità della persona adulta, come fa un formatore. Quindi, ovviamente, lo invita a non essere assente, ma a essere presente, politicamente e socialmente.

Però c’è un passaggio ulteriore nella riflessione di Seneca sulla presenza, e nella proposta al suo allievo Lucilio. Possiamo riassumerla in una frase che, anche un po’ simbolicamente, abbiamo scritto qui sulla lavagna. Può darsi che si legga, o che non si legga. Però c’è questa frase sulla lavagna: non so se la vedete. Anche se non siamo qui insieme, evochiamo il luogo della formazione, un luogo tipico della formazione: l’aula, dove si sta insieme, e si fissa una parola sulla lavagna, si scrive il frutto del nostro lavoro di gruppo. In qualche modo è il tenere una parola scritta presente con noi. Adesso lì, sulla lavagna, l’ho fatta scrivere a Paolo prima, con la sua grafia: c’è una frase in stampatello che è un po’ la sintesi, se vogliamo, forse di tutta la formazione di Seneca a Lucilio: “Fac te ipse tibi praesentem”.

E’ interessante anche il fatto che Seneca stia parlando a Lucilio da lontano: insomma, sono assenti l’uno per l’altro, ma pur nella reciproca lontananza, stanno parlando di presenza. Questa, ovviamente, era una formazione epistolare: sono le lettere scritte che sono giunte fino a noi. Ma, dicevo, è formazione a distanza. Seneca non dice solo: “Fac te ipse ibi praesentem”, cioè non dice solo: “Fai te stesso presente qui”. Sarebbe già molto, ed è tutto quello che ho cercato di dirvi fino adesso: il maestro lo dice all’allievo, noi lo diciamo in aula alle persone e ci diciamo tra di noi: ‘cerca di essere presente nelle situazioni’. Perché? Perché la tua responsabilità ti chiama a questo, la responsabilità sociale chiama a questo, il tuo ruolo di formatore ti invita a fare questo. L’organizzazione funziona solo se si è presenti e non assenti. In una leadership diffusa si è tutti presenti.

Ecco, Seneca non dice solo questo, non dice solo: “Fai te stesso presente qui, qui e ora, in questo momento, in questa situazione di vita, di lavoro organizzativo o in un’aula dove si ragiona insieme”. Gli dice: “Fac te ipse tibi praesentem”. C’è un salto di qualità, un livello superiore, o di approfondimento, che qui si apre nel concetto di presenza: fai te stesso presente a te stesso.

Testo di una lezione orale, svolta nel giugno 2026 nel quadro di un percorso progettato insieme a Paolo Bruttini, presso la Scuola di Formazione 'Forma del tempo'. La lezione è stata dettata dalla sede bolognese di Forma del Tempo per partecipanti connessi online. Pur nella difficoltà causata dalla distanza fisica, si è cercato di restare vicini all'oralità e alla compartecipazione che caratterizzano la formazione 'in presenza'. La scelta dell'argomento della lezione -che apre un percorso dallo stesso titolo- è dettata dal tentativo di riflettere sul senso della formazione oggi, quando la formazione 'a distanza' è divenuta modalità normale, e il primo tema formativo sembra essere non più aiutare a vivere la relazione tra persone, ma mostrare invece come vivere la relazione con macchine.

Lezione orale vuol dire: uso di appunti, non lettura di testo già scritto. Vuol dire anche: rinuncia ad usare slide.

Il testo qui proposto è la trascrizione delle parole pronunciate. Per questo non è scandito in paragrafi.

Pubblicato il 19 luglio 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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